San Roberto, sei voci e una stessa domanda: cosa vuol dire amministrare oggi un paese.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Nei grandi centri la politica si misura in percentuali.
Nei piccoli paesi si misura in responsabilità: perché chi governa domani incontra l’elettore al bar, alla posta, al funerale.
Il 21 febbraio, nel salone parrocchiale “Domenico Calarco”, a San Roberto non è andata in scena la presentazione di una lista — IdeeAli — ma qualcosa di più interessante: sei visioni diverse dello stesso mestiere, amministrare.
La sala piena non è folklore. È la prova che, quando la politica torna a parlare la lingua quotidiana, la gente torna ad ascoltare.
Gli interventi dei candidati non erano slogan: erano un manifesto diviso in sei capitoli.
1. Salvatore Penna: ricostruire la fiducia prima ancora delle strade
Penna parte da una diagnosi precisa: la crisi non è amministrativa, è emotiva.
La gente non vota perché non si sente più parte.
Quando parla di mettere il “noi” davanti all’“io”, non è retorica comunitaria: è un modello di amministrazione.
Vuol dire spostare l’asse del Comune — da ente che decide a comunità che coopera.
Le sue proposte sono coerenti con questa idea:
Protezione civile: non solo emergenze, ma educazione civica permanente;
turismo identitario: non attrazione di massa, ma riconoscimento di sé;
politiche giovanili: non eventi, ma partecipazione.
Il riferimento a Gramsci — ottimismo della volontà — chiarisce la linea: il cambiamento non nasce dall’entusiasmo ma dalla perseveranza.
In sostanza Penna non propone opere, propone clima civico.
E nei piccoli comuni il clima civico vale più del bilancio.
2. Giuseppe Porpiglia: il Comune come macchina organizzata
Se Penna lavora sulla fiducia, Porpiglia lavora sull’apparato.
Il suo intervento è il più tecnico e, proprio per questo, il più politico.
Trasparenza, comunicazione digitale, urbanistica aggiornata, bandi seguiti da professionisti: è la trasformazione del Comune da improvvisazione a metodo.
La sua idea è chiara: i paesi non muoiono perché mancano i soldi, muoiono perché mancano progetti pronti quando i soldi arrivano.
La citazione di Sant’Agostino — indignazione e coraggio — qui cambia senso: prima capire dove l’amministrazione non funziona, poi avere il coraggio di cambiare le abitudini burocratiche.
È la politica vista come gestione competente, non come volontarismo.
3. Annunziata Porpiglia: la comunità come ambiente educativo
Il suo intervento sposta la politica sul terreno più delicato: culturale.
Non parla di opere pubbliche ma di relazioni.
Partire dal paese e restarne legati significa una cosa sola: identità.
Quando dice che la famiglia deve essere cura e non controllo, introduce un tema amministrativo senza nominarlo: la qualità sociale del territorio.
Un comune che educa è un comune che trattiene.
La sua idea è che la rinascita non dipenda solo dal lavoro, ma dal clima umano: sicurezza domestica, rispetto, libertà personale.
In un piccolo centro questo equivale a prevenzione del disagio, inclusione, politiche sociali vere.
Non propone servizi: propone una cultura pubblica.
4. Pasquale Furfari: i diritti non negoziabili
Furfari entra nel cuore dello Stato sociale locale.
Dice che l’inclusione non è assistenza: è partecipazione.
La differenza è enorme.
L’assistenza calma i problemi, la partecipazione li elimina.
Il suo programma è implicito:
collaborazione con associazioni e terzo settore
sostegno a fragilità economiche e personali
attenzione agli anziani e ai giovani senza prospettive
La sua è la visione del Comune come rete di protezione.
Non carità pubblica, ma cittadinanza attiva.
È la parte del manifesto che riguarda la dignità quotidiana.
5. Antonio Maria Verrengia: innovazione come democrazia
Parla di tecnologia ma non è tecnologia.
Quando descrive servizi digitali, comunicazione diretta e riduzione degli sprechi, sta ridefinendo il rapporto amministrazione-cittadino: meno distanza, meno sospetto.
In molti paesi il problema non è la mancanza di decisioni, ma la loro opacità.
La digitalizzazione, nella sua visione, diventa strumento democratico.
L’innovazione qui non è modernità estetica, è controllo diffuso: sapere cosa fa il Comune, quando e perché.
È la politica che passa dall’ufficio chiuso alla comunità informata.
6. Angelo Vizzari: la politica come incarico temporaneo
Il candidato sindaco sintetizza tutto in una frase: amministrare non è un mestiere a vita.
È la rottura più netta con la tradizione dei piccoli centri, dove il potere tende a stabilizzarsi nelle stesse mani per decenni.
La sua idea è la politica come staffetta:
servizio → passaggio → ricambio.
Il progetto quindi non è solo governare, ma cambiare il modo di governare.
Non promette di fare di più: promette di restare il giusto.
Ed è forse la proposta più radicale.
Un manifesto in sei parti
Mettendo insieme i sei interventi emerge una struttura precisa:
Penna: fiducia civica
Porpiglia: organizzazione amministrativa
Porpiglia Annunziata: cultura sociale
Furfari: inclusione
Verrengia: trasparenza tecnologica
Vizzari: limite del potere
Non è un elenco casuale: è un modello di comune.
Prima la comunità, poi la macchina, poi la società, poi i diritti, poi gli strumenti, infine le regole del po
La politica dei piccoli paesi.
C’era anche il sindaco uscente Antonino Micari, ancora incerto sulla sua possibile ricandidatura.
E un collegamento da Pavia, Franco Barillà, con un concittadino emigrato.
Due presenze simboliche: chi amministra oggi e chi vive altrove ma resta parte del paese.
Perché la politica locale ha una caratteristica unica: non governa numeri, governa appartenenze.
Questa sera non è nato un governo, né un risultato elettorale.
È emerso un tentativo di ridefinire cosa significhi fare il sindaco in un piccolo comune.
Non comandare.
Non promettere.
Non durare.
Ma servire, organizzare, includere, rendere trasparente e poi lasciare.
Se funzionerà lo diranno le urne.
Ma il fatto politico è già accaduto: sei candidati hanno presentato non un programma di opere, ma un’idea di comunità.
E nei paesi la vera rivoluzione non è costruire qualcosa di nuovo.
È convincere la gente che il paese esiste ancora come “noi”.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara San Roberto, sei voci e una stessa domanda: cosa vuol dire amministrare oggi un paese. L'Editoriale di Luigi Palamara Nei grandi centri la politica si misura in percentuali. Nei piccoli paesi si misura in responsabilità: perché chi governa domani incontra l’elettore al bar, alla posta, al funerale. Il 21 febbraio, nel salone parrocchiale “Domenico Calarco”, a San Roberto non è andata in scena la presentazione di una lista — IdeeAli — ma qualcosa di più interessante: sei visioni diverse dello stesso mestiere, amministrare. La sala piena non è folklore. È la prova che, quando la politica torna a parlare la lingua quotidiana, la gente torna ad ascoltare. Gli interventi dei candidati non erano slogan: erano un manifesto diviso in sei capitoli. 1. Salvatore Penna: ricostruire la fiducia prima ancora delle strade Penna parte da una diagnosi precisa: la crisi non è amministrativa, è emotiva. La gente non vota perché non si sente più parte. Quando parla di mettere il “noi” davanti all’“io”, non è retorica comunitaria: è un modello di amministrazione. Vuol dire spostare l’asse del Comune — da ente che decide a comunità che coopera. Le sue proposte sono coerenti con questa idea: Protezione civile: non solo emergenze, ma educazione civica permanente; turismo identitario: non attrazione di massa, ma riconoscimento di sé; politiche giovanili: non eventi, ma partecipazione. Il riferimento a Gramsci — ottimismo della volontà — chiarisce la linea: il cambiamento non nasce dall’entusiasmo ma dalla perseveranza. In sostanza Penna non propone opere, propone clima civico. E nei piccoli comuni il clima civico vale più del bilancio. 2. Giuseppe Porpiglia: il Comune come macchina organizzata Se Penna lavora sulla fiducia, Porpiglia lavora sull’apparato. Il suo intervento è il più tecnico e, proprio per questo, il più politico. Trasparenza, comunicazione digitale, urbanistica aggiornata, bandi seguiti da professionisti: è la trasformazione del Comune da improvvisazione a metodo. La sua idea è chiara: i paesi non muoiono perché mancano i soldi, muoiono perché mancano progetti pronti quando i soldi arrivano. La citazione di Sant’Agostino — indignazione e coraggio — qui cambia senso: prima capire dove l’amministrazione non funziona, poi avere il coraggio di cambiare le abitudini burocratiche. È la politica vista come gestione competente, non come volontarismo. 3. Annunziata Porpiglia: la comunità come ambiente educativo Il suo intervento sposta la politica sul terreno più delicato: culturale. Non parla di opere pubbliche ma di relazioni. Partire dal paese e restarne legati significa una cosa sola: identità. Quando dice che la famiglia deve essere cura e non controllo, introduce un tema amministrativo senza nominarlo: la qualità sociale del territorio. Un comune che educa è un comune che trattiene. La sua idea è che la rinascita non dipenda solo dal lavoro, ma dal clima umano: sicurezza domestica, rispetto, libertà personale. In un piccolo centro questo equivale a prevenzione del disagio, inclusione, politiche sociali vere. Non propone servizi: propone una cultura pubblica. 4. Pasquale Furfari: i diritti non negoziabili Furfari entra nel cuore dello Stato sociale locale. Dice che l’inclusione non è assistenza: è partecipazione. La differenza è enorme. L’assistenza calma i problemi, la partecipazione li elimina. Il suo programma è implicito: collaborazione con associazioni e terzo settore sostegno a fragilità economiche e personali attenzione agli anziani e ai giovani senza prospettive La sua è la visione del Comune come rete di protezione. Non carità pubblica, ma cittadinanza attiva. È la parte del manifesto che riguarda la dignità quotidiana. 5. Antonio Maria Verrengia: innovazione come democrazia Parla di tecnologia ma non è tecnologia. Quando descrive servizi digitali, comunicazione diretta e riduzione degli sprechi, sta ridefinendo il rapporto amministrazione-cittadino: meno distanza, meno sospetto. In molti paesi il problema non è la mancanza di decisioni, ma la loro opacità. La digitalizzazione, n
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@luigi.palamara Gli Interventi dei 6 candidati. San Roberto, sei voci e una stessa domanda: cosa vuol dire amministrare oggi un paese. L'Editoriale di Luigi Palamara Nei grandi centri la politica si misura in percentuali. Nei piccoli paesi si misura in responsabilità: perché chi governa domani incontra l’elettore al bar, alla posta, al funerale. Il 21 febbraio, nel salone parrocchiale “Domenico Calarco”, a San Roberto non è andata in scena la presentazione di una lista — IdeeAli — ma qualcosa di più interessante: sei visioni diverse dello stesso mestiere, amministrare. La sala piena non è folklore. È la prova che, quando la politica torna a parlare la lingua quotidiana, la gente torna ad ascoltare. Gli interventi dei candidati non erano slogan: erano un manifesto diviso in sei capitoli. 1. Salvatore Penna: ricostruire la fiducia prima ancora delle strade Penna parte da una diagnosi precisa: la crisi non è amministrativa, è emotiva. La gente non vota perché non si sente più parte. Quando parla di mettere il “noi” davanti all’“io”, non è retorica comunitaria: è un modello di amministrazione. Vuol dire spostare l’asse del Comune — da ente che decide a comunità che coopera. Le sue proposte sono coerenti con questa idea: Protezione civile: non solo emergenze, ma educazione civica permanente; turismo identitario: non attrazione di massa, ma riconoscimento di sé; politiche giovanili: non eventi, ma partecipazione. Il riferimento a Gramsci — ottimismo della volontà — chiarisce la linea: il cambiamento non nasce dall’entusiasmo ma dalla perseveranza. In sostanza Penna non propone opere, propone clima civico. E nei piccoli comuni il clima civico vale più del bilancio. 2. Giuseppe Porpiglia: il Comune come macchina organizzata Se Penna lavora sulla fiducia, Porpiglia lavora sull’apparato. Il suo intervento è il più tecnico e, proprio per questo, il più politico. Trasparenza, comunicazione digitale, urbanistica aggiornata, bandi seguiti da professionisti: è la trasformazione del Comune da improvvisazione a metodo. La sua idea è chiara: i paesi non muoiono perché mancano i soldi, muoiono perché mancano progetti pronti quando i soldi arrivano. La citazione di Sant’Agostino — indignazione e coraggio — qui cambia senso: prima capire dove l’amministrazione non funziona, poi avere il coraggio di cambiare le abitudini burocratiche. È la politica vista come gestione competente, non come volontarismo. 3. Annunziata Porpiglia: la comunità come ambiente educativo Il suo intervento sposta la politica sul terreno più delicato: culturale. Non parla di opere pubbliche ma di relazioni. Partire dal paese e restarne legati significa una cosa sola: identità. Quando dice che la famiglia deve essere cura e non controllo, introduce un tema amministrativo senza nominarlo: la qualità sociale del territorio. Un comune che educa è un comune che trattiene. La sua idea è che la rinascita non dipenda solo dal lavoro, ma dal clima umano: sicurezza domestica, rispetto, libertà personale. In un piccolo centro questo equivale a prevenzione del disagio, inclusione, politiche sociali vere. Non propone servizi: propone una cultura pubblica. 4. Pasquale Furfari: i diritti non negoziabili Furfari entra nel cuore dello Stato sociale locale. Dice che l’inclusione non è assistenza: è partecipazione. La differenza è enorme. L’assistenza calma i problemi, la partecipazione li elimina. Il suo programma è implicito: collaborazione con associazioni e terzo settore sostegno a fragilità economiche e personali attenzione agli anziani e ai giovani senza prospettive La sua è la visione del Comune come rete di protezione. Non carità pubblica, ma cittadinanza attiva. È la parte del manifesto che riguarda la dignità quotidiana. 5. Antonio Maria Verrengia: innovazione come democrazia Parla di tecnologia ma non è tecnologia. Quando descrive servizi digitali, comunicazione diretta e riduzione degli sprechi, sta ridefinendo il rapporto amministrazione-cittadino: meno distanza, meno sospetto. In molti paesi il problema non è la mancanza di decisioni, ma la lor
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@luigi.palamara Gli Interventi dei cittadini e del sindaco Antonino Micari San Roberto, sei voci e una stessa domanda: cosa vuol dire amministrare oggi un paese. L'Editoriale di Luigi Palamara Nei grandi centri la politica si misura in percentuali. Nei piccoli paesi si misura in responsabilità: perché chi governa domani incontra l’elettore al bar, alla posta, al funerale. Il 21 febbraio, nel salone parrocchiale “Domenico Calarco”, a San Roberto non è andata in scena la presentazione di una lista — IdeeAli — ma qualcosa di più interessante: sei visioni diverse dello stesso mestiere, amministrare. La sala piena non è folklore. È la prova che, quando la politica torna a parlare la lingua quotidiana, la gente torna ad ascoltare. Gli interventi dei candidati non erano slogan: erano un manifesto diviso in sei capitoli. 1. Salvatore Penna: ricostruire la fiducia prima ancora delle strade Penna parte da una diagnosi precisa: la crisi non è amministrativa, è emotiva. La gente non vota perché non si sente più parte. Quando parla di mettere il “noi” davanti all’“io”, non è retorica comunitaria: è un modello di amministrazione. Vuol dire spostare l’asse del Comune — da ente che decide a comunità che coopera. Le sue proposte sono coerenti con questa idea: Protezione civile: non solo emergenze, ma educazione civica permanente; turismo identitario: non attrazione di massa, ma riconoscimento di sé; politiche giovanili: non eventi, ma partecipazione. Il riferimento a Gramsci — ottimismo della volontà — chiarisce la linea: il cambiamento non nasce dall’entusiasmo ma dalla perseveranza. In sostanza Penna non propone opere, propone clima civico. E nei piccoli comuni il clima civico vale più del bilancio. 2. Giuseppe Porpiglia: il Comune come macchina organizzata Se Penna lavora sulla fiducia, Porpiglia lavora sull’apparato. Il suo intervento è il più tecnico e, proprio per questo, il più politico. Trasparenza, comunicazione digitale, urbanistica aggiornata, bandi seguiti da professionisti: è la trasformazione del Comune da improvvisazione a metodo. La sua idea è chiara: i paesi non muoiono perché mancano i soldi, muoiono perché mancano progetti pronti quando i soldi arrivano. La citazione di Sant’Agostino — indignazione e coraggio — qui cambia senso: prima capire dove l’amministrazione non funziona, poi avere il coraggio di cambiare le abitudini burocratiche. È la politica vista come gestione competente, non come volontarismo. 3. Annunziata Porpiglia: la comunità come ambiente educativo Il suo intervento sposta la politica sul terreno più delicato: culturale. Non parla di opere pubbliche ma di relazioni. Partire dal paese e restarne legati significa una cosa sola: identità. Quando dice che la famiglia deve essere cura e non controllo, introduce un tema amministrativo senza nominarlo: la qualità sociale del territorio. Un comune che educa è un comune che trattiene. La sua idea è che la rinascita non dipenda solo dal lavoro, ma dal clima umano: sicurezza domestica, rispetto, libertà personale. In un piccolo centro questo equivale a prevenzione del disagio, inclusione, politiche sociali vere. Non propone servizi: propone una cultura pubblica. 4. Pasquale Furfari: i diritti non negoziabili Furfari entra nel cuore dello Stato sociale locale. Dice che l’inclusione non è assistenza: è partecipazione. La differenza è enorme. L’assistenza calma i problemi, la partecipazione li elimina. Il suo programma è implicito: collaborazione con associazioni e terzo settore sostegno a fragilità economiche e personali attenzione agli anziani e ai giovani senza prospettive La sua è la visione del Comune come rete di protezione. Non carità pubblica, ma cittadinanza attiva. È la parte del manifesto che riguarda la dignità quotidiana. 5. Antonio Maria Verrengia: innovazione come democrazia Parla di tecnologia ma non è tecnologia. ........
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