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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Caro Presidente Occhiuto, tra cicloni, tavoloni e santità civili.

Caro Presidente, tra cicloni, tavoloni e santità civili.
L'Editoriale ironico satirico di Luigi Palamara 

Eccola. Una novità nel lessico politico italiano: la meteorologia morale. Non più solo depressioni atlantiche, perturbazioni e anticicloni africani. Ora abbiamo anche il ciclone mediatico. E, come ogni fenomeno atmosferico, arriva sempre quando c’è il sole — perché la politica italiana ama parlare di tempeste solo quando non piove.

Lei, Presidente, ci rassicura: è in forma, non muore, il cuore batte, il respiro pure. Ottimo. Il Paese, negli ultimi trent’anni, ha visto leader politicamente defunti governare serenamente e leader vivissimi politicamente già imbalsamati. La salute fisica, insomma, è la meno inquietante delle notizie.

Più interessante è la sua scoperta: la gogna mediatica.
La politica italiana la denuncia da almeno un secolo, ma con un curioso dettaglio — la scopre sempre quando finisce dentro.

Prima, quando tocca agli altri, è informazione.
Quando tocca a sé, diventa persecuzione.

Lei sventola i giornali sul tavolone come Lutero affiggeva tesi, ma con meno teologia e più tipografia. Titoli sbagliati, insinuazioni, commenti feroci. E poi i social: la moderna piazza del mercato, dove il popolo non discute, sputa. Su questo ha ragione. I social non sono l’agorà: sono il bar dello sport senza il barista a dire “ragazzi basta”.

Ma la politica — e qui permetta una piccola cattiveria — ha passato anni a usarli come amplificatore, salvo poi scoprire che l’amplificatore amplifica anche il rumore.

Lei ha querelato 410 persone.
Un numero rispettabile: non è ancora una riforma della giustizia, ma è già una statistica.

Il punto però non è l’insulto. Gli insulti sono il linguaggio degli impotenti. Il punto è il ragionamento che lei propone: ho gestito 15 miliardi, figurarsi se rubavo 3.800 euro.

È una frase che nella storia italiana ricorre spesso, con variazioni:
— ho firmato cento appalti, perché proprio quello?
— ho avuto mille occasioni, perché proprio quella?
— ho fatto affari enormi, perché rischiare per poco?

È una logica affascinante, quasi matematica: l’onestà diventa proporzionale al fatturato.
Più grande la cifra, più improbabile la piccola tentazione.
La morale trasformata in statistica.

Il problema è che la giustizia non funziona come la ragioneria.
Non calcola la convenienza, verifica i fatti.

Lei dice: non ho commesso alcun illecito. Bene, lo diranno le indagini, non i video. La politica contemporanea invece ama la sentenza preventiva — assolutoria se riguarda sé stessa, di condanna se riguarda l’avversario. È il tribunale più rapido d’Italia: si riunisce su Instagram.

Poi c’è la famiglia. La figlia studia, il figlio guida l’auto elettrica. Normale. Il cittadino capisce perfettamente che un padre difenda i figli. Ma quando un politico usa la normalità privata come argomento pubblico, compie un piccolo errore: trasforma la tenerezza in prova giuridica.
E la tenerezza, purtroppo, non è una perizia.

La sua frase più rivelatrice però non è quella sui 3.800 euro.
È questa: “i calabresi hanno capito che il loro presidente è una persona perbene”.

Ecco, qui si apre l’abisso italiano.

In Italia la politica non chiede fiducia sulle decisioni ma sul carattere.
Non “giudicatemi per ciò che faccio”, ma “credete a ciò che sono”.
È un’impostazione paterna, quasi familiare: il governante come parente onesto ingiustamente accusato.

Il problema è che lo Stato non è una famiglia.
Nelle famiglie ci si crede.
Nelle istituzioni si verifica.

Lei, infine, compie un gesto simbolico: spazza via i giornali dal tavolo.
Una scena perfetta. Cinematografica.
Ma anche involontariamente sincera: la politica italiana ha sempre un rapporto fisico con la stampa. Non risponde agli articoli — li scaccia.

E poi annuncia: torniamo a lavorare sui problemi della Calabria.

Ecco, Presidente, su questo siamo tutti d’accordo.
Talmente d’accordo che sarebbe la prima notizia davvero nuova.

Perché in Italia i cicloni mediatici passano, le polemiche evaporano, le querele si archiviano, i video invecchiano.
I problemi, invece, restano immobili. Non sono tempeste: sono geografia.

La verità è più semplice di quanto sembri: la gogna mediatica esiste, ma non è una calamità naturale. È il prezzo della visibilità politica. Chi governa vive sotto una lente — a volte deformante, spesso maleducata, quasi sempre implacabile.
Non è giusta.
Non è elegante.
Ma è inevitabile.

L’unico antidoto non è indignarsi: è rendere le polemiche irrilevanti con i risultati.
La reputazione non si difende: si sostituisce.

Quando i cittadini parlano delle opere, smettono di parlare delle accuse.
Quando parlano delle accuse, è perché le opere non bastano a riempire la conversazione.

Perciò, Presidente, nessuna ironia finale. Solo un augurio pragmatico:
che il prossimo video non serva a dimostrare che lei è vivo, onesto o resistente — ma che qualcosa, in Calabria, si muove davvero.

Perché la politica sopravvive a tutte le gogne.
L’immobilità no.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 
@luigi.palamara

Caro Presidente, tra cicloni, tavoloni e santità civili. L'Editoriale ironico satirico di Luigi Palamara Eccola. Una novità nel lessico politico italiano: la meteorologia morale. Non più solo depressioni atlantiche, perturbazioni e anticicloni africani. Ora abbiamo anche il ciclone mediatico. E, come ogni fenomeno atmosferico, arriva sempre quando c’è il sole — perché la politica italiana ama parlare di tempeste solo quando non piove. Lei, Presidente, ci rassicura: è in forma, non muore, il cuore batte, il respiro pure. Ottimo. Il Paese, negli ultimi trent’anni, ha visto leader politicamente defunti governare serenamente e leader vivissimi politicamente già imbalsamati. La salute fisica, insomma, è la meno inquietante delle notizie. Più interessante è la sua scoperta: la gogna mediatica. La politica italiana la denuncia da almeno un secolo, ma con un curioso dettaglio — la scopre sempre quando finisce dentro. Prima, quando tocca agli altri, è informazione. Quando tocca a sé, diventa persecuzione. Lei sventola i giornali sul tavolone come Lutero affiggeva tesi, ma con meno teologia e più tipografia. Titoli sbagliati, insinuazioni, commenti feroci. E poi i social: la moderna piazza del mercato, dove il popolo non discute, sputa. Su questo ha ragione. I social non sono l’agorà: sono il bar dello sport senza il barista a dire “ragazzi basta”. Ma la politica — e qui permetta una piccola cattiveria — ha passato anni a usarli come amplificatore, salvo poi scoprire che l’amplificatore amplifica anche il rumore. Lei ha querelato 410 persone. Un numero rispettabile: non è ancora una riforma della giustizia, ma è già una statistica. Il punto però non è l’insulto. Gli insulti sono il linguaggio degli impotenti. Il punto è il ragionamento che lei propone: ho gestito 15 miliardi, figurarsi se rubavo 3.800 euro. È una frase che nella storia italiana ricorre spesso, con variazioni: — ho firmato cento appalti, perché proprio quello? — ho avuto mille occasioni, perché proprio quella? — ho fatto affari enormi, perché rischiare per poco? È una logica affascinante, quasi matematica: l’onestà diventa proporzionale al fatturato. Più grande la cifra, più improbabile la piccola tentazione. La morale trasformata in statistica. Il problema è che la giustizia non funziona come la ragioneria. Non calcola la convenienza, verifica i fatti. Lei dice: non ho commesso alcun illecito. Bene, lo diranno le indagini, non i video. La politica contemporanea invece ama la sentenza preventiva — assolutoria se riguarda sé stessa, di condanna se riguarda l’avversario. È il tribunale più rapido d’Italia: si riunisce su Instagram. Poi c’è la famiglia. La figlia studia, il figlio guida l’auto elettrica. Normale. Il cittadino capisce perfettamente che un padre difenda i figli. Ma quando un politico usa la normalità privata come argomento pubblico, compie un piccolo errore: trasforma la tenerezza in prova giuridica. E la tenerezza, purtroppo, non è una perizia. La sua frase più rivelatrice però non è quella sui 3.800 euro. È questa: “i calabresi hanno capito che il loro presidente è una persona perbene”. Ecco, qui si apre l’abisso italiano. In Italia la politica non chiede fiducia sulle decisioni ma sul carattere. Non “giudicatemi per ciò che faccio”, ma “credete a ciò che sono”. È un’impostazione paterna, quasi familiare: il governante come parente onesto ingiustamente accusato. Il problema è che lo Stato non è una famiglia. Nelle famiglie ci si crede. Nelle istituzioni si verifica. Lei, infine, compie un gesto simbolico: spazza via i giornali dal tavolo. Una scena perfetta. Cinematografica. Ma anche involontariamente sincera: la politica italiana ha sempre un rapporto fisico con la stampa. Non risponde agli articoli — li scaccia. E poi annuncia: torniamo a lavorare sui problemi della Calabria. Ecco, Presidente, su questo siamo tutti d’accordo. Talmente d’accordo che sarebbe la prima notizia davvero nuova. Perché in Italia i cicloni mediatici passano, le polemiche evaporano, le querele si archiviano, i video inv

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

Caro Presidente, tra cicloni, tavoloni e santità civili. L'Editoriale ironico satirico di Luigi Palamara Eccola. Una novità nel lessico politico italiano: la meteorologia morale. Non più solo depressioni atlantiche, perturbazioni e anticicloni africani. Ora abbiamo anche il ciclone mediatico. E, come ogni fenomeno atmosferico, arriva sempre quando c’è il sole — perché la politica italiana ama parlare di tempeste solo quando non piove. Lei, Presidente, ci rassicura: è in forma, non muore, il cuore batte, il respiro pure. Ottimo. Il Paese, negli ultimi trent’anni, ha visto leader politicamente defunti governare serenamente e leader vivissimi politicamente già imbalsamati. La salute fisica, insomma, è la meno inquietante delle notizie. Più interessante è la sua scoperta: la gogna mediatica. La politica italiana la denuncia da almeno un secolo, ma con un curioso dettaglio — la scopre sempre quando finisce dentro. Prima, quando tocca agli altri, è informazione. Quando tocca a sé, diventa persecuzione. Lei sventola i giornali sul tavolone come Lutero affiggeva tesi, ma con meno teologia e più tipografia. Titoli sbagliati, insinuazioni, commenti feroci. E poi i social: la moderna piazza del mercato, dove il popolo non discute, sputa. Su questo ha ragione. I social non sono l’agorà: sono il bar dello sport senza il barista a dire “ragazzi basta”. Ma la politica — e qui permetta una piccola cattiveria — ha passato anni a usarli come amplificatore, salvo poi scoprire che l’amplificatore amplifica anche il rumore. Lei ha querelato 410 persone. Un numero rispettabile: non è ancora una riforma della giustizia, ma è già una statistica. Il punto però non è l’insulto. Gli insulti sono il linguaggio degli impotenti. Il punto è il ragionamento che lei propone: ho gestito 15 miliardi, figurarsi se rubavo 3.800 euro. È una frase che nella storia italiana ricorre spesso, con variazioni: — ho firmato cento appalti, perché proprio quello? — ho avuto mille occasioni, perché proprio quella? — ho fatto affari enormi, perché rischiare per poco? È una logica affascinante, quasi matematica: l’onestà diventa proporzionale al fatturato. Più grande la cifra, più improbabile la piccola tentazione. La morale trasformata in statistica. Il problema è che la giustizia non funziona come la ragioneria. Non calcola la convenienza, verifica i fatti. Lei dice: non ho commesso alcun illecito. Bene, lo diranno le indagini, non i video. La politica contemporanea invece ama la sentenza preventiva — assolutoria se riguarda sé stessa, di condanna se riguarda l’avversario. È il tribunale più rapido d’Italia: si riunisce su Instagram. Poi c’è la famiglia. La figlia studia, il figlio guida l’auto elettrica. Normale. Il cittadino capisce perfettamente che un padre difenda i figli. Ma quando un politico usa la normalità privata come argomento pubblico, compie un piccolo errore: trasforma la tenerezza in prova giuridica. E la tenerezza, purtroppo, non è una perizia. La sua frase più rivelatrice però non è quella sui 3.800 euro. È questa: “i calabresi hanno capito che il loro presidente è una persona perbene”. Ecco, qui si apre l’abisso italiano. In Italia la politica non chiede fiducia sulle decisioni ma sul carattere. Non “giudicatemi per ciò che faccio”, ma “credete a ciò che sono”. È un’impostazione paterna, quasi familiare: il governante come parente onesto ingiustamente accusato. Il problema è che lo Stato non è una famiglia. Nelle famiglie ci si crede. Nelle istituzioni si verifica. Lei, infine, compie un gesto simbolico: spazza via i giornali dal tavolo. Una scena perfetta. Cinematografica. Ma anche involontariamente sincera: la politica italiana ha sempre un rapporto fisico con la stampa. Non risponde agli articoli — li scaccia. E poi annuncia: torniamo a lavorare sui problemi della Calabria. Ecco, Presidente, su questo siamo tutti d’accordo. Talmente d’accordo che sarebbe la prima notizia davvero nuova. Perché in Italia i cicloni mediatici passano, le polemiche evaporano, le querele si archiviano, i video inv

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

Caro Presidente, tra cicloni, tavoloni e santità civili. L'Editoriale ironico satirico di Luigi Palamara Eccola. Una novità nel lessico politico italiano: la meteorologia morale. Non più solo depressioni atlantiche, perturbazioni e anticicloni africani. Ora abbiamo anche il ciclone mediatico. E, come ogni fenomeno atmosferico, arriva sempre quando c’è il sole — perché la politica italiana ama parlare di tempeste solo quando non piove. Lei, Presidente, ci rassicura: è in forma, non muore, il cuore batte, il respiro pure. Ottimo. Il Paese, negli ultimi trent’anni, ha visto leader politicamente defunti governare serenamente e leader vivissimi politicamente già imbalsamati. La salute fisica, insomma, è la meno inquietante delle notizie. Più interessante è la sua scoperta: la gogna mediatica. La politica italiana la denuncia da almeno un secolo, ma con un curioso dettaglio — la scopre sempre quando finisce dentro. Prima, quando tocca agli altri, è informazione. Quando tocca a sé, diventa persecuzione. Lei sventola i giornali sul tavolone come Lutero affiggeva tesi, ma con meno teologia e più tipografia. Titoli sbagliati, insinuazioni, commenti feroci. E poi i social: la moderna piazza del mercato, dove il popolo non discute, sputa. Su questo ha ragione. I social non sono l’agorà: sono il bar dello sport senza il barista a dire “ragazzi basta”. Ma la politica — e qui permetta una piccola cattiveria — ha passato anni a usarli come amplificatore, salvo poi scoprire che l’amplificatore amplifica anche il rumore. Lei ha querelato 410 persone. Un numero rispettabile: non è ancora una riforma della giustizia, ma è già una statistica. Il punto però non è l’insulto. Gli insulti sono il linguaggio degli impotenti. Il punto è il ragionamento che lei propone: ho gestito 15 miliardi, figurarsi se rubavo 3.800 euro. È una frase che nella storia italiana ricorre spesso, con variazioni: — ho firmato cento appalti, perché proprio quello? — ho avuto mille occasioni, perché proprio quella? — ho fatto affari enormi, perché rischiare per poco? È una logica affascinante, quasi matematica: l’onestà diventa proporzionale al fatturato. Più grande la cifra, più improbabile la piccola tentazione. La morale trasformata in statistica. Il problema è che la giustizia non funziona come la ragioneria. Non calcola la convenienza, verifica i fatti. Lei dice: non ho commesso alcun illecito. Bene, lo diranno le indagini, non i video. La politica contemporanea invece ama la sentenza preventiva — assolutoria se riguarda sé stessa, di condanna se riguarda l’avversario. È il tribunale più rapido d’Italia: si riunisce su Instagram. Poi c’è la famiglia. La figlia studia, il figlio guida l’auto elettrica. Normale. Il cittadino capisce perfettamente che un padre difenda i figli. Ma quando un politico usa la normalità privata come argomento pubblico, compie un piccolo errore: trasforma la tenerezza in prova giuridica. E la tenerezza, purtroppo, non è una perizia. La sua frase più rivelatrice però non è quella sui 3.800 euro. È questa: “i calabresi hanno capito che il loro presidente è una persona perbene”. Ecco, qui si apre l’abisso italiano. In Italia la politica non chiede fiducia sulle decisioni ma sul carattere. Non “giudicatemi per ciò che faccio”, ma “credete a ciò che sono”. È un’impostazione paterna, quasi familiare: il governante come parente onesto ingiustamente accusato. Il problema è che lo Stato non è una famiglia. Nelle famiglie ci si crede. Nelle istituzioni si verifica. Lei, infine, compie un gesto simbolico: spazza via i giornali dal tavolo. Una scena perfetta. Cinematografica. Ma anche involontariamente sincera: la politica italiana ha sempre un rapporto fisico con la stampa. Non risponde agli articoli — li scaccia. E poi annuncia: torniamo a lavorare sui problemi della Calabria. Ecco, Presidente, su questo siamo tutti d’accordo. Talmente d’accordo che sarebbe la prima notizia davvero nuova. Perché in Italia i cicloni mediatici passano, le polemiche evaporano, le querele si archiviano, i video inv

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