Il bilancio di fine mandato del sindaco Domenico Penna tra retorica trionfale e dura realtà dell’abbandono montano
Roccaforte del Greco: l’arredamento del declino o il riscatto di un paese?
Dopo undici anni di amministrazione, la chiusura della scuola, la ritirata dei servizi essenziali, le case vuote e la vita sociale polverizzata smentiscono i comunicati celebrativi. Il vero bilancio di una comunità non si misura con le determine o con i fondi PNRR, ma con il numero di serrande che restano alzate, di bambini che restano, di famiglie che decidono di non partire.
Roccaforte del Greco: il bilancio di un mandato o l’elogio funebre di un paese?
L’Editoriale di Luigi Palamara
Esiste e persiste una retorica dei piccoli comuni che andrebbe maneggiata con pudore. Quella delle “sfide vinte”, della “comunità che riscopre l’orgoglio”, della “marginalità trasformata in forza”. Parole belle, parole comode, parole che suonano bene nei comunicati stampa e malissimo quando le si appoggia sulla pietra fredda della realtà.
Domenico Penna, sindaco di Roccaforte del Greco, firma il suo commiato amministrativo parlando di undici anni di mandato, di Comune sano, efficiente, fiero. La stampa locale ha rilanciato il suo bilancio di fine mandato il 20 maggio 2026, con toni trionfali e autocelebrativi. Ma il problema dei bilanci, soprattutto quando riguardano un paese che perde pezzi, non è ciò che dicono: è ciò che tacciono.
E qui il silenzio pesa più delle parole.
Perché mentre il sindaco racconta una Roccaforte “restituita alla vita”, la memoria pubblica ricorda altro: nel 2018 il paese rimase senza scuola, con la chiusura anche della pluriclasse. La notizia fu riportata allora come il simbolo doloroso di un diritto elementare che veniva meno in un comune montano già fragile. E se in un paese chiude la scuola, non si è davanti a un incidente amministrativo: si è davanti a una diagnosi. La scuola è il battito del futuro. Quando si spegne quella, il resto sono manifesti funebri stampati su carta intestata.
La fotografia di Roccaforte, oggi, non ha bisogno di molti aggettivi. Basta camminare. Case chiuse. Case abbandonate. Finestre senza voci. Porte che sembrano non aspettare più nessuno. Una popolazione ridotta al lumicino, con una presenza reale fatta soprattutto di anziani, spesso chiusi dentro le abitazioni, più custodi di un paese che cittadini di una comunità viva. La vita sociale non si è semplicemente indebolita: si è polverizzata.
I dati ufficiali confermano il crollo demografico. Roccaforte del Greco contava 476 residenti al 31 dicembre 2015; nel 2024 risultava scesa a circa 300 abitanti secondo le serie demografiche disponibili. L’Istat, nel rapporto sul Censimento permanente in Calabria pubblicato nel 2025, indicava Roccaforte del Greco come comune di soli 317 abitanti e segnalava per esso il maggiore decremento di popolazione regionale, pari al -7,3%. Se questa non è una sirena d’allarme, allora che cos’è?
Si può anche dire, come dice il sindaco, che le competenze erano di altri, che le strade non dipendevano dal Comune, che le istituzioni superiori non hanno risposto, che la montagna è stata lasciata sola. Tutto vero, forse. Ma un sindaco non viene ricordato per l’elenco delle competenze altrui. Viene ricordato per ciò che ha saputo strappare al destino, alla burocrazia, all’abbandono. Altrimenti non è un sindaco: è il custode del registro delle scuse.
Nel comunicato si parla di “mani legate” sulla viabilità. Ma undici anni sono lunghi. In undici anni un bambino nasce, cresce, finisce le elementari e comincia le medie. In undici anni si può costruire una battaglia pubblica, assediare gli enti, chiamare la Regione, portare il caso a Roma, inchiodare la Città Metropolitana alle sue responsabilità. Oppure si può dire, alla fine, che la colpa era di altri.
Troppo comodo.
Il sindaco rivendica il Fondo per i Comuni marginali, le attività assegnate, il forno, la macelleria, il bar, il B&B. Il Comune ha effettivamente pubblicato avvisi legati al Fondo di sostegno ai Comuni marginali, anche per la terza annualità. Ma un paese non si salva con l’elenco delle insegne. Si salva se quelle insegne restano accese. Si salva se una famiglia decide di non partire. Si salva se i bambini non devono fare chilometri per andare a scuola. Si salva se un anziano trova servizi, se un giovane trova ragioni, se una madre trova futuro.
Il forno chiuso, la scuola chiusa, i servizi che arretrano: questi non sono dettagli. Sono il referto clinico di una comunità. E davanti a quel referto non basta dire “abbiamo tenuto botta”. Tenere botta è l’espressione dei sopravvissuti, non dei vincitori.
C’è poi quella frase, quasi tenera nella sua vanità: “Ho guardato negli occhi la mia squadra ed eravamo lì, tutti insieme e compatti come il primo giorno”. Ma il punto non è se la squadra fosse compatta. Il punto è se il paese fosse ancora intero. Un’amministrazione può anche rimanere unita fino all’ultimo consiglio comunale; il problema è quando, fuori dalla sala consiliare, si svuota la piazza.
A Roccaforte del Greco il vuoto non è una metafora. È una geografia. È il rumore dei passi in una strada dove una volta c’erano voci. È la malinconia delle case sprangate. È la desolazione di una socialità ridotta a ricordo. È quella tristezza che sembra salire dai muri stessi e che trova un simbolo nella facciata della chiesa dello Spirito Santo, segnata, ferita, quasi bombardata: immagine materiale di una comunità che appare lasciata a se stessa.
Nel 2019 un reportage di Internazionale descriveva Roccaforte dentro il dramma più ampio dell’Aspromonte: scuole chiuse, servizi di base in ritirata, famiglie costrette a fare i conti con distanze e abbandono. Dunque la domanda è semplice: dov’è la vittoria?
Dov’è la “vita restituita alle strade”, se le strade restano una ferita?
Dov’è l’“orgoglio ritrovato”, se il paese continua a combattere contro l’assenza dei servizi essenziali?
Dov’è il “futuro da costruire”, se il futuro - i bambini, le famiglie, la scuola - è stato costretto a cercare altrove ciò che Roccaforte non ha più saputo garantire?
La politica locale ha spesso questo vizio: confonde la sopravvivenza degli uffici con la sopravvivenza del paese. Si parla di personale, convenzioni, parco mezzi, raccolta rifiuti, sgombero neve, incarichi tecnici. Tutte cose necessarie, certo. Ma l’amministrazione ordinaria non è un miracolo: è il minimo sindacale. Se dopo undici anni il titolo del bilancio è “abbiamo pagato, assunto, tenuto aperti gli uffici”, allora siamo davanti a una manutenzione dell’esistente, non a una rinascita.
E la manutenzione, quando intorno tutto muore, diventa arredamento del declino.
Si parla anche di incendi, di boschi devastati, di 60.000 alberi da piantare, di baita ricostruita, di fondi PNRR. Bene gli alberi. Bene la baita. Bene ogni euro portato a casa. Ma un paese non è un vivaio e non è una baita. Un paese è scuola, lavoro, pane, botteghe, presidi, strade, persone. Gli alberi possono ricrescere. Una comunità, quando perde i figli, molto meno.
Il vero bilancio di un sindaco non si misura dal numero delle determine, ma dal numero delle luci accese la sera. Non dalle fotografie delle consegne, ma dalle serrande che non si abbassano. Non dai comunicati, ma dalle famiglie che restano. Non dai “rapporti umani” dentro il municipio, ma dalla fiducia fuori dal municipio.
Penna si congeda dicendo: “Non è un addio, ma un arrivederci”. Forse. Ma Roccaforte del Greco avrebbe avuto bisogno, in questi undici anni, non di un arrivederci. Avrebbe avuto bisogno di una presenza. Di una visione. Di una battaglia vera. Di un sindaco capace non solo di amministrare la scarsità, ma di ribellarsi alla scomparsa.
Perché il punto politico è tutto qui: non basta dire di avere amato un paese. Bisogna dimostrare di averlo difeso.
E se sotto un mandato chiude la scuola, se il forno chiude, se i servizi arretrano, se il paese resta appeso alla retorica della marginalità mentre la marginalità divora tutto, allora il bilancio non può essere presentato come un trionfo. Può essere, al massimo, una lunga giustificazione.
La realtà è più dura del comunicato: Roccaforte del Greco appare come un paese entrato in una lunga agonia civile. Non una morte improvvisa, ma una consunzione lenta. Una perdita quotidiana. Un’abitudine al meno: meno bambini, meno negozi, meno servizi, meno voci, meno futuro. E quando il meno diventa sistema, la politica non può chiamarlo “sfida vinta”. Deve avere almeno il coraggio di chiamarlo fallimento.
Questa è la fotografia di una realtà. Ed è anche, inevitabilmente, la fotografia delle conseguenze di un’attività politica che, dopo undici anni, chiede applausi mentre intorno restano silenzi, muri scrostati, case vuote e anziani chiusi dietro finestre senza paese.
Roccaforte del Greco non aveva bisogno di un amministratore che raccontasse il declino con parole eleganti. Aveva bisogno di qualcuno che lo fermasse.
E questa, piaccia o no, è la differenza tra governare un paese e limitarsi ad avere la fascia tricolore sulla carta.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontano
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