IL NOME CHE MANCA.
Agosti sonnolenti, silenzi pesanti e manovre al centro: la vera partita della politica italiana si gioca fuori dai partiti
Nel vuoto di un'estate tra liturgie di partito, attivismo di facciata e silenzi calcolati, il centrosinistra si muove tra le ambiguità di Conte e la prudenza di Schlein. Ma la vera strategia per la guida del Paese si muove sottotraccia, tra i fermenti del grande centro e il risiko dei leader in attesa.
L’agosto dei silenzi e delle finte battaglie
L'Editoriale di Luigi Palamara
Sul piano politico, questo è un agosto strano. Strano perfino per l’Italia, che degli agosti sonnolenti ha fatto quasi una specialità nazionale.
A poco più di un anno dalle elezioni politiche, persino le Feste dell’Unità sembrano incapaci di accendere un dibattito vero. Qualche palco, qualche intervista, le liturgie di sempre. Ma sotto il tendone, poco o nulla.
Non mi appassiona il coro dei giornali e dei talk show che ogni giorno denunciano l’immobilismo del centrosinistra: il programma che non c’è, il leader che non si trova, le primarie sì, le primarie no. Mi pare, francamente, un diversivo. Un modo per occupare il palcoscenico mentre dietro le quinte si recita tutt’altra commedia.
Dentro questo teatro c’è il movimentismo instancabile di Giuseppe Conte. Si muove, parla, marca il territorio, alza la voce. Quasi che in politica il movimento bastasse a dimostrare la direzione.
E poi c’è il silenzio.
Quello di Elly Schlein, anzitutto. Un silenzio di cui curiosamente si parla pochissimo. E insieme il silenzio di Dario Franceschini, che quando tace dovrebbe forse preoccupare più di quando parla.
Qualche maldicente sostiene addirittura che Schlein sia andata in vacanza. Sciagurata! In un Paese in cui un leader politico deve essere reperibile ventiquattr’ore su ventiquattro per commentare qualunque sciocchezza, concedersi qualche giorno di ferie rischia ormai di essere considerato alto tradimento.
Nel vuoto lasciato dagli altri tengono banco le sortite di Giorgia Meloni. Sortite spesso più utili alla comunicazione interna che alla costruzione di una strategia internazionale e che, non di rado, finiscono per procurarle schiaffoni europei da destra e da sinistra.
Ma il problema vero è un altro.
L’informazione politica italiana vive ormai di apparenze. Una dichiarazione, una fotografia, un retroscena, meglio ancora se anonimo. Si racconta chi parla e quanto parla. Quasi mai ci si domanda perché qualcuno taccia.
Eppure, in politica, i silenzi contano almeno quanto le parole.
Così come bisognerebbe interrogarsi sul nervosismo di Conte.
La sua leadership nel centrosinistra non è acquisita. Deve conquistarsela nei rapporti con gli alleati, certo. Ma la sfida più pericolosa non viene dagli altri partiti. Viene da casa sua.
Viene da Alessandro Di Battista, viene da Beppe Grillo, sia che giochino ciascuno la propria partita sia che, prima o poi, decidano di convergere sul medesimo obiettivo.
E soprattutto viene dai parlamentari del Movimento.
Fedeli, fedelissimi, devoti. Fino a quando?
Fino a quando l’avventura del cosiddetto campo progressista non rischierà di mettere in discussione il bene più concreto e comprensibile della politica: la propria rielezione.
Perché gli ideali sono nobili, le alleanze necessarie e le strategie indispensabili. Ma davanti a un collegio elettorale che scompare, anche il più puro dei rivoluzionari scopre improvvisamente le virtù della prudenza.
A complicare il quadro ci sono poi le posizioni internazionali di Conte, troppo spesso indulgenti verso un universo politico che guarda a Putin e, sotto altri aspetti, a Trump.
Ed è qui che si arriva al punto.
Il prossimo presidente del Consiglio italiano, se vorrà governare davvero e non limitarsi ad abitare Palazzo Chigi, dovrà possedere due caratteristiche essenziali.
Dovrà credere nell’Europa, non subirla.
E dovrà ricostruire un rapporto forte con gli Stati Uniti, recuperando senza complessi la vocazione atlantica dell’Italia. Se l’era Trump sarà finita, consolidando quell’alleanza. Se Trump sarà ancora protagonista, avendo anche la forza politica di contrastarlo quando gli interessi europei e italiani lo renderanno necessario.
Per questo il Partito democratico non può rinunciare alla guida di un eventuale governo alternativo alla destra.
Essendo il principale partito dell’area progressista, non può comportarsi come un socio di minoranza in casa propria.
Questo è il punto cardine.
Ed è anche il motivo per cui la vera partita non si gioca dentro il PD.
Si gioca fuori.
Si gioca al centro.
L’alternativa a Schlein, ammesso che qualcuno voglia davvero costruirla, difficilmente nascerà da una congiura di corridoio al Nazareno. Schlein è la segretaria, eletta secondo regole che la rendono politicamente ben più solida di quanto alcuni raccontino.
La partita, dunque, deve essere preparata altrove.
In quel grande, affollatissimo, confusissimo centro politico nel quale da mesi convergono personaggi, sigle, reduci, aspiranti leader, moderati senza partito e partiti senza moderati. Tutti animati dalla stessa nobilissima intenzione: contare.
Contare nella strategia, naturalmente.
E, se proprio la strategia dovesse fallire, almeno nella distribuzione dell’eventuale potere.
Dietro questo mondo si muovono figure di peso. Romano Prodi, Goffredo Bettini, Stefano Bonaccini, Paolo Gentiloni. Si fa persino il nome di Massimo D’Alema. E qualcuno sussurra che, all’occorrenza, potrebbe tornare utile perfino Matteo Renzi.
Nella politica italiana, del resto, non esistono morti. Esistono soltanto persone momentaneamente prive di incarico.
L’obiettivo potrebbe essere quello di orientare questo magma centrista verso un nome capace di raccogliere consensi più larghi: magari accettabile anche per Schlein, magari destinato invece a contendere la leadership a un Conte politicamente logorato.
E qui sta il paradosso finale.
Tutti aspettano il programma.
Ma il programma, nelle sue linee fondamentali, è già scritto.
Europa. Atlantismo. Credibilità internazionale. Rigore istituzionale. Crescita, lavoro, sanità, diritti e una politica estera finalmente sottratta alle ambiguità.
Quello che manca non è il programma.
Manca il nome.
O forse il nome c’è già e, come spesso accade nella politica italiana, mentre tutti guardano quelli che parlano, bisognerebbe cominciare a osservare quelli che tacciono.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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