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QUANDO NON PUOI MANIPOLARE L’UOMO, MANIPOLA CHI GLI STA INTORNO

QUANDO NON PUOI MANIPOLARE L’UOMO, MANIPOLA CHI GLI STA INTORNO

L'Editoriale di Luigi Palamara 


C’è una regola antica del potere, tanto meschina quanto efficace: quando non riesci a manipolare un uomo, provi a manipolare quelli che gli stanno intorno.

Gli amici. I confidenti. Le fonti. I collaboratori. Quelli che telefonano fuori orario, quelli che sanno una cosa che “non dovrebbe uscire”, quelli che ti fanno credere di essere entrato nella stanza dei bottoni mentre, magari, sei soltanto entrato nella stanza accanto.

È lì che comincia il problema.

Perché chi sceglie come mestiere quello di indagare il potere non può permettersi l’ingenuità di dimenticare che il potere, quando viene osservato, osserva a sua volta.

E se fai il giornalista d’inchiesta, se decidi di scavare nella vita pubblica, professionale e talvolta privata di uomini e donne che esercitano potere, devi sapere che il confine tra fonte e trappola può essere sottile quanto il filo di una telefonata.

Non significa vivere da eremiti.

Non significa rifiutare ogni rapporto umano.

Significa sapere chi hai davanti.

E soprattutto sapere chi sei tu quando gli sei davanti.

Chi frequenta per professione ambienti opachi, personaggi controversi, intermediari, faccendieri, uomini abituati a muoversi tra politica, informazione e interessi privati deve possedere una qualità che nei manuali di giornalismo viene spiegata poco: la capacità di rinunciare.

Rinunciare alla confidenza troppo comoda.

Alla cena troppo amichevole.

Alla complicità personale che un giorno potrebbe trasformarsi in una cambiale.

Perché una fonte può essere preziosa. Ma quando la fonte diventa amico, consigliere, compagno di strategie o custode di segreti personali, il giornalista rischia di non capire più chi sta usando chi.

E qui veniamo al caso Ranucci.

Non mi interessa né il tribunale sommario né l’assoluzione preventiva.

Sono due facce della stessa pigrizia.

Da una parte quelli che vorrebbero trasformare ogni rapporto discutibile in una condanna morale definitiva. Dall’altra quelli che, per difendere un giornalista scomodo, considerano sacrilegio perfino porre domande.

Io credo invece che le domande vadano poste.

Tutte.

Il punto, a mio avviso, non è stabilire se Sigfrido Ranucci abbia perso improvvisamente la propria integrità professionale. Sarebbe una conclusione enorme, che richiederebbe prove enormi.

Il punto è più sottile e, proprio per questo, più interessante: quanto può avvicinarsi un giornalista a una fonte senza finire dentro il disegno della fonte stessa?

Nel mestiere dell’inchiesta non basta essere onesti.

Bisogna essere diffidenti.

Non basta non voler essere comprati.

Bisogna accorgersi quando qualcuno tenta di comprarti senza offrirti denaro.

Ci sono monete molto più raffinate: informazioni, accessi, relazioni, promesse, protezioni, prospettive.

Perfino l’illusione di un futuro.

Ed è proprio per questo che la spiegazione attribuita a Valter Lavitola, quella di un presunto interesse a favorire una proiezione politica di Ranucci, secondo la ricostruzione richiamata nel dibattito, mi sembra, se presa da sola, insufficiente a spiegare il quadro.

Troppo semplice.

Troppo lineare.

E il potere, quando trama davvero, raramente è lineare.

Se esiste un intrigo, la domanda interessante non è soltanto chi ne sia stato l’esecutore, ma chi potesse avere interesse a costruirlo.

Chi avrebbe guadagnato da un avvicinamento.

Chi da una compromissione.

Chi da una futura delegittimazione.

Perché c’è un metodo assai più intelligente che corrompere un uomo: creare intorno a lui una situazione che, un giorno, possa essere usata contro di lui.

Non serve convincerlo a tradire.

Basta convincere gli altri che potrebbe aver tradito.

È molto più economico.

E spesso molto più efficace.

Per questo fermarsi all’aspetto giudiziario sarebbe insufficiente. La magistratura deve stabilire eventuali reati, non interpretare ogni logica del potere.

Il giornalismo, invece, dovrebbe avere un’ambizione diversa: ricostruire interessi, relazioni, convenienze, coincidenze.

Seguire non soltanto il denaro, quando c’è.

Seguire le utilità.

Chi trae vantaggio da cosa?

È la domanda più antica del mondo.

Ed è ancora quella che fa più paura.

Questo non significa trasformare Ranucci in una vittima designata né Lavitola nel burattinaio universale. Sarebbe giornalisticamente ridicolo.

Significa rifiutare la favola consolatoria dei buoni assoluti contro i cattivi assoluti.

Un giornalista può commettere un errore di valutazione senza essere corrotto.

Può frequentare la persona sbagliata senza condividerne gli interessi.

Può perfino credere di controllare una fonte mentre, lentamente, è la fonte a costruire il perimetro dentro cui farlo muovere.

Ed è qui che nasce la responsabilità professionale.

Non necessariamente la colpa.

La responsabilità.

Che consiste nel sapere che chi indaga il potere non può permettersi certe leggerezze con la stessa innocenza concessa agli altri.

Perché il giornalista d’inchiesta vive di credibilità.

E la credibilità è una bestia strana: ci vogliono vent’anni per costruirla e venti minuti per sporcarla.

Ma proprio per questo il dovere di chi osserva questa vicenda è doppio.

Pretendere spiegazioni da Ranucci, senza sconti.

E pretendere contemporaneamente che si indaghi su chi, eventualmente, abbia cercato di avvicinarlo, condizionarlo, utilizzarlo o comprometterlo.

Perché se la seconda pista venisse ignorata, assisteremmo al capolavoro perfetto.

Si discuterebbe per mesi dell’uomo che si voleva colpire.

E nessuno guarderebbe quelli che gli stavano intorno.

Esattamente come voleva chi aveva preparato la partita.

Quando non riesci a manipolare l’uomo, manipola chi gli sta intorno.

E se sei particolarmente bravo, alla fine non dovrai nemmeno distruggerlo.

Saranno gli altri a farlo per te.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

La stanza accanto. il racconto fantasy di Luigi Palamara. Quella sera scrisse poche righe su un taccuino. Non per pubblicarle. Per ricordarle. Non basta domandarsi se un uomo è stato manipolato. Bisogna guardare il perimetro costruito intorno a lui. Restò qualche minuto con la penna sospesa. Poi aggiunse: Una fonte può mentirti. Ma può anche dirti la verità per portarti esattamente dove vuole. Chiuse il taccuino. Roma, oltre la finestra, era immobile. Pensò a Lavitola. Pensò alle telefonate. Agli amici. Ai collaboratori. Alle persone che, senza volerlo, possono diventare ponti. E comprese che la questione non era stabilire chi fosse il buono e chi il cattivo. Quella è la favola che raccontiamo quando la realtà ci spaventa. Un giornalista può sbagliare frequentazione senza vendersi. Una fonte può cercare influenza senza possedere un piano gigantesco. E un sistema di interessi può costruire una trappola senza che esista un solo uomo seduto davanti a una scrivania a comandare tutto. A volte basta una convergenza. Una voce suggerisce. Un’altra amplifica. Una terza conserva. Poi, anni dopo, qualcuno apre un cassetto. E ciò che era soltanto una frequentazione diventa un sospetto. Ciò che era una confidenza diventa una prova morale. Ciò che era un errore diventa una condanna. Ranucci spense la luce. Prima di uscire dalla redazione guardò ancora una volta Roma. Gli venne in mente una regola semplice. Non serve convincere un uomo a tradire. Non serve neppure comprarlo. A volte basta circondarlo. Avvicinare chi gli parla. Chi gli vuole bene. Chi lavora con lui. Chi conosce le sue debolezze. Poi aspettare. Perché quando non puoi manipolare l’uomo, manipoli chi gli sta intorno. E se il lavoro è fatto bene, un giorno non avrai nemmeno bisogno di accusarlo. Saranno gli altri a farlo al posto tuo. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno “Opera di pura fantasia. I personaggi possono richiamare persone reali, ma fatti, dialoghi, pensieri, intenzioni e situazioni narrate sono inventati a fini letterari e non costituiscono una ricostruzione di eventi reali.”

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