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Lo scontro a Reggio Calabria. Vannacci a Palamara: “È inutile che sta qua”

Lo scontro a Reggio Calabria. 

Vannacci a Palamara: “È inutile che sta qua”. Quando il politico sceglie chi può fare le domande, il giornalismo muore e nasce la propaganda.

Il racconto di una domanda negata da Roberto Vannacci diventa una riflessione dura e necessaria sulla libertà di stampa: il cronista non è un subordinato e il diritto di chiedere non si cancella con un ordine.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Ci mancava anche questa: il generale che, non essendo più generale, pretende tuttavia di continuare a impartire ordini. Non a una truppa schierata sull’attenti. A un giornalista.

«A lei non rispondo. È inutile che sta qua.»

Parole di Roberto Vannacci.

E basterebbero queste.

Perché in quella frase non c’è soltanto la scelta — legittima, per carità — di non rispondere a una domanda. C’è qualcosa di diverso. C’è la pretesa di decidere non soltanto quali risposte dare, ma persino quali giornalisti abbiano diritto di fare domande.

Ed è qui che comincia il problema.

Il politico può scegliere le proprie risposte. Il giornalista sceglie le proprie domande. Quando il primo pretende di scegliere entrambe, non siamo più davanti a un’intervista: siamo davanti a un comunicato stampa con pubblico incorporato.

E io, a fare il megafono, non ci sto.

Non ci sono mai stato.

Un giornalista non va a un incontro pubblico per applaudire, annuire o porgere il microfono nel momento più conveniente all’oratore. Va lì per fare domande. Anche quelle scomode. Soprattutto quelle scomode.

Perché le domande comode piacciono al potere. Quelle vere servono ai cittadini.

Essere liquidato con un «è inutile che sta qua» non è una risposta. È un modo per stabilire chi meriti la parola e chi no. E questa sì, francamente, è una caduta di stile.

Vannacci era a Reggio Calabria. La città nella quale vivo e nella quale faccio il giornalista. Non ero nel suo salotto. Non ero nella sua caserma. E soprattutto non ero davanti a lui come un subordinato.

Non sono suo fratello. Non sono suo figlio. Non sono un suo soldato.

Sono un giornalista.

E un giornalista domanda.

Può piacere o non piacere. Può essere simpatico o antipatico. Può fare domande eleganti oppure fastidiose. Ma nel momento in cui qualcuno pretende di stabilire preventivamente chi possa interrogare il politico e chi debba invece tacere, il problema smette di riguardare quel singolo cronista.

Riguarda tutti.

Perché la libertà di stampa non si misura quando le domande sono gradite. Si misura esattamente nel momento in cui danno fastidio.

Le parole “rispetto”, “dignità” e “libertà” vengono pronunciate spesso dalla politica. Persino troppo. Ma hanno un difetto: pretendono di essere praticate anche quando dall’altra parte c’è qualcuno che non la pensa come noi.

Altrimenti restano parole da comizio.

Io non pretendo che Roberto Vannacci condivida le mie domande. Non pretendo nemmeno che gli piacciano. Pretendo soltanto ciò che dovrebbe essere normale in una democrazia: poterle fare.

Poi può rispondere. Può non rispondere. Può contestarle.

Ma non può pretendere di cancellare chi le pone.

Quella scena, per quanto mi riguarda, rappresenta una brutta pagina di politica e di rapporto con la stampa. E Reggio Calabria merita di meglio: merita confronto, dialettica, persino scontro, se necessario. Ma uno scontro fatto di parole e argomenti, non di silenzi imposti.

Qualcuno forse pensa che basti un tono perentorio per intimidire un giornalista.

Ha sbagliato indirizzo.

Alla mia età non ho imparato ad arretrare proprio adesso. E certamente non comincerò perché qualcuno mi comunica che la mia presenza sarebbe “inutile”.

Finché farò questo mestiere continuerò a fare domande.

Quelle facili. Quelle difficili. E, soprattutto, quelle che qualcuno preferirebbe non sentirsi fare.

Perché il giorno in cui un giornalista accetta che sia il politico a scegliere le domande, può anche chiudere il taccuino.

Non sta più facendo giornalismo. Sta facendo propaganda.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara Lo scontro a Reggio Calabria.  Vannacci a Palamara: “È inutile che sta qua”. Quando il politico sceglie chi può fare le domande, il giornalismo muore e nasce la propaganda. Il racconto di una domanda negata da Roberto Vannacci diventa una riflessione dura e necessaria sulla libertà di stampa: il cronista non è un subordinato e il diritto di chiedere non si cancella con un ordine. L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci mancava anche questa: il generale che, non essendo più generale, pretende tuttavia di continuare a impartire ordini. Non a una truppa schierata sull’attenti. A un giornalista. «A lei non rispondo. È inutile che sta qua.» Parole di Roberto Vannacci. E basterebbero queste. Perché in quella frase non c’è soltanto la scelta, legittima, per carità, di non rispondere a una domanda. C’è qualcosa di diverso. C’è la pretesa di decidere non soltanto quali risposte dare, ma persino quali giornalisti abbiano diritto di fare domande. Ed è qui che comincia il problema. Il politico può scegliere le proprie risposte. Il giornalista sceglie le proprie domande. Quando il primo pretende di scegliere entrambe, non siamo più davanti a un’intervista: siamo davanti a un comunicato stampa con pubblico incorporato. E io, a fare il megafono, non ci sto. Non ci sono mai stato. Un giornalista non va a un incontro pubblico per applaudire, annuire o porgere il microfono nel momento più conveniente all’oratore. Va lì per fare domande. Anche quelle scomode. Soprattutto quelle scomode. Perché le domande comode piacciono al potere. Quelle vere servono ai cittadini. Essere liquidato con un «è inutile che sta qua» non è una risposta. È un modo per stabilire chi meriti la parola e chi no. E questa sì, francamente, è una caduta di stile. Vannacci era a Reggio Calabria. La città nella quale vivo e nella quale faccio il giornalista. Non ero nel suo salotto. Non ero nella sua caserma. E soprattutto non ero davanti a lui come un subordinato. Non sono suo fratello. Non sono suo figlio. Non sono un suo soldato. Sono un giornalista. E un giornalista domanda. Può piacere o non piacere. Può essere simpatico o antipatico. Può fare domande eleganti oppure fastidiose. Ma nel momento in cui qualcuno pretende di stabilire preventivamente chi possa interrogare il politico e chi debba invece tacere, il problema smette di riguardare quel singolo cronista. Riguarda tutti. Perché la libertà di stampa non si misura quando le domande sono gradite. Si misura esattamente nel momento in cui danno fastidio. Le parole “rispetto”, “dignità” e “libertà” vengono pronunciate spesso dalla politica. Persino troppo. Ma hanno un difetto: pretendono di essere praticate anche quando dall’altra parte c’è qualcuno che non la pensa come noi. Altrimenti restano parole da comizio. Io non pretendo che Roberto Vannacci condivida le mie domande. Non pretendo nemmeno che gli piacciano. Pretendo soltanto ciò che dovrebbe essere normale in una democrazia: poterle fare. Poi può rispondere. Può non rispondere. Può contestarle. Ma non può pretendere di cancellare chi le pone. Quella scena, per quanto mi riguarda, rappresenta una brutta pagina di politica e di rapporto con la stampa. E Reggio Calabria merita di meglio: merita confronto, dialettica, persino scontro, se necessario. Ma uno scontro fatto di parole e argomenti, non di silenzi imposti. Qualcuno forse pensa che basti un tono perentorio per intimidire un giornalista. Ha sbagliato indirizzo. Alla mia età non ho imparato ad arretrare proprio adesso. E certamente non comincerò perché qualcuno mi comunica che la mia presenza sarebbe “inutile”. Finché farò questo mestiere continuerò a fare domande. Quelle facili. Quelle difficili. E, soprattutto, quelle che qualcuno preferirebbe non sentirsi fare. Perché il giorno in cui un giornalista accetta che sia il politico a scegliere le domande, può anche chiudere il taccuino. Non sta più facendo giornalismo. Sta facendo propaganda. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere #vannacci ♬ audio originale - Luigi Palamara

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