QUANDO LA POLITICA DIVENTA UNA MACCHIETTA
Vannacci, il rispetto perduto e quella brutta sera di Reggio Calabria
L’Editoriale di Luigi Palamara
C’è qualcosa che viene prima della destra e della sinistra. Prima dei partiti, delle bandiere, degli slogan e delle tessere elettorali.
Si chiama rispetto.
Una parola semplice. Forse troppo semplice per questa politica che ama riempirsi la bocca di Patria, libertà, coraggio, identità e valori, salvo poi dimenticare il più elementare dei valori quando incontra qualcuno che non la pensa allo stesso modo.
Ecco, in Roberto Vannacci io questo rispetto faccio fatica a vederlo.
Vedo piuttosto una politica costruita per slogan. Frasi corte, rotonde, confezionate bene. Di quelle che stanno magnificamente su un manifesto, in un video di trenta secondi o, con tutto il rispetto per la Perugina, dentro un Bacio.
Il problema non è che le dica.
Il problema è che qualcuno le prende persino per un pensiero politico.
Dalle mie parti uno così, una volta, non avrebbe avuto bisogno di grandi confutazioni filosofiche. Lo avrebbero ascoltato, magari sorriso e poi invitato, metaforicamente, sia chiaro, a prendere la strada e pedalare.
Perché la politica dovrebbe essere una cosa seria.
Dovrebbe avere una visione. Un dubbio. Persino un po’ d’umiltà.
E invece, quando diventa soltanto una collezione di parole rancorose, di nemici da indicare e di frasi buone per strappare un applauso, resta ben poco.
Resta il personaggio.
E il personaggio, talvolta, diventa macchietta.
Caro Vannacci, lei a me non fa paura.
Mi preoccupa, semmai, ciò che rappresenta politicamente.
Mi preoccupa l’idea di una generazione che possa abituarsi a considerare il disprezzo un sinonimo di forza, l’arroganza una prova di coraggio e la mancanza di rispetto una virtù da esibire.
Perché i ragazzi osservano.
Magari ridono. Magari applaudono. Magari non comprendono ancora fino in fondo il teatro degli adulti.
Ma imparano.
Ed è questo che dovrebbe preoccuparci.
Una politica trasformata in spettacolo può anche divertire. Il protagonista, probabilmente, si diverte persino più del pubblico. Ma quando il sipario cala resta una domanda molto semplice: che cosa rimane?
Se rimangono soltanto battute, provocazioni e applausi, allora non abbiamo assistito a un progetto politico.
Abbiamo assistito a uno spettacolo.
E uno spettacolo, per quanto riuscito, non governa una comunità.
Arrivo persino a scrivere una cosa che non avrei mai creduto di poter scrivere: politicamente, Vannacci riesce quasi a farmi rimpiangere Matteo Salvini.
Io.
Che leghista non sono mai stato.
Almeno Salvini rappresenta una storia politica, piaccia o non piaccia, con una struttura, un percorso, responsabilità di governo e anni di confronto pubblico alle spalle.
Il paragone, per me, dice già abbastanza.
Ma attenzione a sottovalutare le voci che oggi sembrano marginali. La storia politica insegna una cosa elementare: ciò che inizialmente appare folclore può trasformarsi in costume. E ciò che diventa costume, prima o poi, rischia di diventare normalità.
È questo che mi inquieta.
Non Vannacci uomo.
Vannacci fenomeno politico.
Quello che ho visto questa sera in piazza Duomo, a Reggio Calabria, mi ha lasciato una sensazione amara.
Siamo in democrazia, certamente.
Ed è proprio perché siamo in democrazia che dobbiamo poter criticare, contestare, dissentire e fare domande senza essere considerati nemici.
La democrazia non è l’applauso.
La democrazia è anche il fastidio di sentire una voce contraria.
Da giornalista e da opinionista esco da questa serata preoccupato. E mi auguro che Reggio Calabria e l’intera area metropolitana sappiano rispondere soprattutto con ciò che alla politica urlata manca più spesso: serietà, misura e capacità di giudizio.
E sia chiaro: non trasformerei tutto questo in un processo a Mimmo Giannetta.
Giannetta, per quanto mi riguarda, è una persona perbene. Gli si possono contestare scelte, alleanze, strategie. È politica, ed è legittimo farlo.
Ma sarebbe ingiusto confondere le responsabilità.
Quella di stasera, ai miei occhi, resta una brutta pagina.
Una serata di politica ridotta a rumore, slogan e rappresentazione.
Reggio Calabria ha problemi troppo seri per accontentarsi delle macchiette.
Ha bisogno di idee.
Di confronto.
Di rispetto.
E soprattutto di persone capaci di comprendere che chi dissente non è un nemico da zittire.
È semplicemente un cittadino.
O magari un giornalista che fa il proprio mestiere.
Il resto è teatro.
E di cattivo teatro, francamente, ne abbiamo già abbastanza.
Sic et simpliciter.
Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano di Roccaforte del Greco, detto “L’Arciere”
@luigi.palamara Lo scontro a Reggio Calabria. Vannacci a Palamara: “È inutile che sta qua”. Quando il politico sceglie chi può fare le domande, il giornalismo muore e nasce la propaganda. Il racconto di una domanda negata da Roberto Vannacci diventa una riflessione dura e necessaria sulla libertà di stampa: il cronista non è un subordinato e il diritto di chiedere non si cancella con un ordine. L'Editoriale di Luigi Palamara Ci mancava anche questa: il generale che, non essendo più generale, pretende tuttavia di continuare a impartire ordini. Non a una truppa schierata sull’attenti. A un giornalista. «A lei non rispondo. È inutile che sta qua.» Parole di Roberto Vannacci. E basterebbero queste. Perché in quella frase non c’è soltanto la scelta, legittima, per carità, di non rispondere a una domanda. C’è qualcosa di diverso. C’è la pretesa di decidere non soltanto quali risposte dare, ma persino quali giornalisti abbiano diritto di fare domande. Ed è qui che comincia il problema. Il politico può scegliere le proprie risposte. Il giornalista sceglie le proprie domande. Quando il primo pretende di scegliere entrambe, non siamo più davanti a un’intervista: siamo davanti a un comunicato stampa con pubblico incorporato. E io, a fare il megafono, non ci sto. Non ci sono mai stato. Un giornalista non va a un incontro pubblico per applaudire, annuire o porgere il microfono nel momento più conveniente all’oratore. Va lì per fare domande. Anche quelle scomode. Soprattutto quelle scomode. Perché le domande comode piacciono al potere. Quelle vere servono ai cittadini. Essere liquidato con un «è inutile che sta qua» non è una risposta. È un modo per stabilire chi meriti la parola e chi no. E questa sì, francamente, è una caduta di stile. Vannacci era a Reggio Calabria. La città nella quale vivo e nella quale faccio il giornalista. Non ero nel suo salotto. Non ero nella sua caserma. E soprattutto non ero davanti a lui come un subordinato. Non sono suo fratello. Non sono suo figlio. Non sono un suo soldato. Sono un giornalista. E un giornalista domanda. Può piacere o non piacere. Può essere simpatico o antipatico. Può fare domande eleganti oppure fastidiose. Ma nel momento in cui qualcuno pretende di stabilire preventivamente chi possa interrogare il politico e chi debba invece tacere, il problema smette di riguardare quel singolo cronista. Riguarda tutti. Perché la libertà di stampa non si misura quando le domande sono gradite. Si misura esattamente nel momento in cui danno fastidio. Le parole “rispetto”, “dignità” e “libertà” vengono pronunciate spesso dalla politica. Persino troppo. Ma hanno un difetto: pretendono di essere praticate anche quando dall’altra parte c’è qualcuno che non la pensa come noi. Altrimenti restano parole da comizio. Io non pretendo che Roberto Vannacci condivida le mie domande. Non pretendo nemmeno che gli piacciano. Pretendo soltanto ciò che dovrebbe essere normale in una democrazia: poterle fare. Poi può rispondere. Può non rispondere. Può contestarle. Ma non può pretendere di cancellare chi le pone. Quella scena, per quanto mi riguarda, rappresenta una brutta pagina di politica e di rapporto con la stampa. E Reggio Calabria merita di meglio: merita confronto, dialettica, persino scontro, se necessario. Ma uno scontro fatto di parole e argomenti, non di silenzi imposti. Qualcuno forse pensa che basti un tono perentorio per intimidire un giornalista. Ha sbagliato indirizzo. Alla mia età non ho imparato ad arretrare proprio adesso. E certamente non comincerò perché qualcuno mi comunica che la mia presenza sarebbe “inutile”. Finché farò questo mestiere continuerò a fare domande. Quelle facili. Quelle difficili. E, soprattutto, quelle che qualcuno preferirebbe non sentirsi fare. Perché il giorno in cui un giornalista accetta che sia il politico a scegliere le domande, può anche chiudere il taccuino. Non sta più facendo giornalismo. Sta facendo propaganda. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere #vannacci ♬ audio originale - Luigi Palamara
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