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Lavitola. «L’ho fatto per il suo bene»: la bomba sotto casa per aumentare la scorta (o la carriera)

Valter Lavitola. «L’ho fatto per il suo bene»: la bomba sotto casa per aumentare la scorta (o la carriera)

Il caso dell'attentato a Sigfrido Ranucci e le confessioni del mandante

Le incredibili giustificazioni sul tentato attentato al giornalista di Report aprono uno scenario inquietante tra teatro dell'assurdo, calcolo politico e la gravità di un'arma vera.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Una frase che, più delle altre, merita di essere conservata negli annali italiani dell’assurdo: «L’ho fatto per il suo bene».

La pronuncia, secondo quanto riferito dal suo difensore, Valter Lavitola, dopo avere ammesso davanti al gip di essere stato il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci.

Una bomba davanti alla casa di un giornalista, dunque, per proteggerlo.

Non per intimidirlo. Non per metterlo a tacere. Non per vendetta. Ma per fargli aumentare la scorta.

Se questa ricostruzione fosse vera, avremmo finalmente trovato la versione nazionale del benefattore con l’esplosivo: ti mette una bomba sotto casa affinché lo Stato si accorga che potresti essere in pericolo.

Manca soltanto il mazzo di fiori.

Il problema è che dietro il grottesco rimane una faccenda terribilmente seria.

Ranucci vive sotto scorta dal 2021. Non per capriccio, né per vanità televisiva, ma perché le minacce ricevute sono state considerate abbastanza gravi dal Ministero dell’Interno da giustificare una protezione continuativa. Sostenere quindi che occorresse un attentato per rendere evidente un pericolo già riconosciuto dallo Stato significa entrare in una logica che oscilla fra il paradosso e l’inquietudine.

L’avvocato Roberto De Vita, legale del giornalista, ha usato un’espressione precisa: «delirante teatro della follia».

Difficile trovarne una migliore.

Ma sarebbe un errore fermarsi al teatro.

Perché in questa storia c’è una bomba vera.

C’è una casa vera.

C’è una famiglia vera.

E ci sono uomini che, secondo l’accusa, avrebbero organizzato ed eseguito un attentato vero.

Le intenzioni dichiarate vengono dopo.

In Italia abbiamo sviluppato una curiosa indulgenza verso le intenzioni. Un fatto può essere spaventoso, purché qualcuno gli trovi una spiegazione abbastanza fantasiosa. La violenza diventa premura. La minaccia diventa strategia. L’intimidazione diventa protezione.

E così una bomba, passando attraverso alcune ore d’interrogatorio, rischia quasi di trasformarsi in una polizza assicurativa.

Naturalmente non spetta a un editoriale stabilire se la confessione di Lavitola sia vera, completa, parziale, interessata o attendibile. Lo stabiliranno magistrati e investigatori.

Ed è proprio questo il punto più sensato nelle parole dell’avvocato De Vita: una cosa è ciò che un uomo confessa, un’altra è stabilire se quella confessione sia credibile.

Una confessione non è automaticamente la verità.

Talvolta può esserlo.

Talvolta può contenere soltanto una parte della verità.

Talvolta può servire a nasconderne un’altra.

Ed è qui che si aggiunge un particolare destinato, inevitabilmente, ad alimentare altre domande.

Interpellato sull’eventuale consapevolezza di Ranucci rispetto a ciò che Lavitola si accingeva a fare, il legale dell’imprenditore, Sergio Cola, ha risposto: «Non commento questo aspetto, non posso rispondere».

Una frase che, isolata dal resto, possiede tutte le qualità necessarie per incendiare il dibattito pubblico: è breve, ambigua e lascia spazio alle interpretazioni.

Ma immediatamente dopo lo stesso avvocato ha precisato un punto che non può essere omesso: nell’ordinanza si legge che Ranucci non era a conoscenza dei fatti.

Ed è questo, allo stato degli atti, il dato da tenere fermo.

Perché in vicende di questa gravità anche le omissioni, i silenzi e i “no comment” rischiano di diventare materia narrativa prima ancora che giudiziaria. Basta una risposta sospesa per costruire un sospetto; basta un sospetto per trasformarlo, nel giro di poche ore, in una presunta certezza.

Ma il giornalismo serio deve fare l’esatto contrario.

Deve distinguere.

Da una parte c’è la scelta del difensore di Lavitola di non commentare una domanda.

Dall’altra c’è un provvedimento giudiziario che, secondo quanto precisato dallo stesso avvocato, afferma che Ranucci non conosceva il piano.

Le due cose non sono equivalenti.

E soprattutto un silenzio non è una prova.

In casi come questo la tentazione della dietrologia è quasi irresistibile. È il riflesso nazionale per eccellenza: davanti a una vicenda già abbastanza complicata, ci sentiamo in dovere di renderla ancora più complicata.

Ma se c’è una lezione che questa storia impone è precisamente quella di non anticipare conclusioni che gli atti non consentono.

Per questo il movente dichiarato merita di essere esaminato con molta più attenzione della sua apparente assurdità.

Lavitola avrebbe spiegato di avere voluto rafforzare la protezione di Ranucci. Ma, secondo la ricostruzione accusatoria riportata negli atti, emerge anche un altro scenario: quello di un attentato capace di accrescere ulteriormente la notorietà del giornalista, eventualmente trasformabile in futuro consenso politico.

Ed eccoci davanti a un’altra specialità italiana: la politica come destino inevitabile di qualunque notorietà.

Se conduci un programma seguito, devi candidarti.

Se vieni attaccato, crescerai nei sondaggi.

Se qualcuno tenta di farti fuori dalla televisione, magari diventerai premier.

E se non basta, a quanto pare, può arrivare perfino una bomba a dare una mano alla carriera.

Sarebbe comico, se non fosse mostruoso.

Perché dietro questa concezione c’è qualcosa di più profondo della singola vicenda giudiziaria. C’è l’idea che l’opinione pubblica sia una materia da manipolare, che la paura possa essere fabbricata, che un attentato possa diventare comunicazione, che persino il pericolo corso da un uomo possa essere trasformato in capitale mediatico.

È questa mentalità, assai più della stravaganza delle dichiarazioni, che dovrebbe inquietare.

La notorietà di Sigfrido Ranucci, del resto, non aveva bisogno di esplosivi. Report è da anni uno dei programmi giornalistici più conosciuti e discussi della televisione italiana. Ranucci era già esposto, già contestato, già minacciato, già protetto.

Dunque, se davvero l’obiettivo era semplicemente aumentargli la scorta, l’operazione sarebbe stata insieme criminale e inutile.

Una combinazione che nella storia italiana, bisogna riconoscerlo, non sarebbe neppure una novità.

Ma proprio perché il movente appare così sproporzionato rispetto al gesto occorre evitare tre errori.

Il primo è credergli perché è stato confessato.

Il secondo è non credergli perché sembra assurdo.

Il terzo è trasformare una frase evasiva di un avvocato in un elemento d’accusa contro chi, secondo gli stessi atti richiamati dalla difesa, non sapeva nulla.

I processi esistono precisamente per questo: separare i fatti dalle rappresentazioni che gli uomini costruiscono dei propri fatti.

Bisognerà capire chi decise.

Chi organizzò.

Chi sapeva.

Chi eseguì.

Chi pagò.

E soprattutto perché.

Perché il “per il suo bene” può essere una spiegazione, un alibi morale, una provocazione, una strategia difensiva o persino una verità talmente assurda da sembrare inventata.

E anche il “non posso rispondere” può significare molte cose, ma da solo non ne dimostra nessuna.

Oggi non sappiamo ancora quale sia l’intera verità.

Sappiamo però una cosa.

Quando qualcuno mette una bomba davanti alla casa di un giornalista, la democrazia non può permettersi il lusso di ridere troppo a lungo dell’assurdità del movente, né quello di sostituire le prove con le suggestioni.

Può sorridere amaramente della frase.

Può interrogarsi sui silenzi.

Poi deve tornare ai fatti.

Perché le parole possono essere folli.

I silenzi possono essere ambigui.

L’esplosivo no.


Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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