Il post di Sigfrido Ranucci, l'arresto di Valter Lavitola e il confine sottile tra il sospetto e la prova
La voce, il sospetto e quella maledetta abitudine italiana
La verità prima dei cadaveri: quel "disegno intero" che l'Italia scopre sempre troppo tardi
Il parallelo con Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino, il peso di una bomba e l'eterna abitudine del nostro Paese di celebrare la chiarezza soltanto quando non serve più. Una riflessione sul filo sottile che separa l'inchiesta giudiziaria dalla letteratura dei complotti.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una frase, nel post pubblicato oggi da Sigfrido Ranucci, merita più attenzione delle altre. Non quella sui morti. Quella sulla chiarezza.
Perché in Italia la chiarezza è una virtù che celebriamo soprattutto quando non serve più.
La tributiamo ai cadaveri.
Aldo Moro fu chiarissimo quando comprese che la Repubblica stava entrando in una terra dove le geometrie ufficiali non bastavano più a spiegare quelle reali. Piersanti Mattarella fu chiarissimo quando capì che amministrare onestamente la Sicilia non significava soltanto arrestare qualche mafioso, ma spezzare il circuito che trasformava il potere criminale in potere rispettabile. Falcone e Borsellino furono chiarissimi quando smisero di guardare la mafia come una collezione di assassini e cominciarono a leggerla come un sistema.
Poi morirono.
E noi, dopo, diventammo tutti chiarissimi.
È questa, credo, la chiave con cui leggere le parole di Ranucci.
Non necessariamente come l’arrogante iscrizione del proprio nome nel pantheon dei martiri della Repubblica, interpretazione che infatti ha già provocato durissime reazioni politiche, ma come un messaggio assai più inquietante: guardate il meccanismo, non l’uomo.
Perché Ranucci scrive queste cose proprio oggi?
Non è una domanda maliziosa. È la domanda.
Le scrive mentre Valter Lavitola è stato arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’attentato compiuto contro di lui e viene interrogato a Rebibbia; mentre sulla vicenda si combatte una battaglia politica violentissima; mentre la Rai valuta la posizione del giornalista e il futuro di Report.
E allora quel post smette di essere una commemorazione.
Diventa un messaggio.
A chi?
Qui comincia il territorio nel quale un giornalista serio deve fermarsi davanti ai fatti e non correre dietro alle suggestioni.
Ranucci non dice: so chi c’è dietro.
Non dice: ho scoperto il disegno.
Non dice neppure esplicitamente: io sono come Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino.
Dice qualcosa di più ambiguo, e forse proprio per questo più potente: racconta di avere imparato, studiando quel filo storico, che alcuni uomini diventano pericolosi quando riescono a vedere “il disegno intero”.
È un’espressione enorme.
Quasi troppo enorme.
Perché in Italia ogni volta che compare un “disegno intero” bisogna diffidare due volte: la prima di chi potrebbe averlo disegnato; la seconda di chi sostiene di averlo finalmente decifrato.
Il nostro Paese è pieno di complotti inesistenti.
Ma è anche pieno di complotti esistiti davvero e liquidati, all’inizio, come fantasie.
Questa è la nostra condanna.
Abbiamo avuto Gladio, la P2, depistaggi, apparati infedeli, trattative indicibili, mafie capaci di sedersi nei salotti dove ufficialmente non sarebbero mai dovute entrare. E abbiamo avuto, contemporaneamente, una sterminata industria della dietrologia che ha finito per rendere sospetta perfino la ricerca legittima della verità.
Così accade il paradosso.
Chi domanda troppo viene accusato di vedere trame dappertutto.
Chi domanda troppo poco viene promosso a persona responsabile.
E la verità, poveretta, rimane nel mezzo: senza ufficio stampa e senza scorta.
Ranucci conosce questo gioco.
Lo conosce perché dirige un programma che ha fatto della connessione tra fatti lontani il proprio metodo. Ma proprio per questo dovrebbe sapere quanto sia sottile il confine fra collegare i punti e disegnare le linee prima ancora di possedere tutti i punti.
Oggi quel confine è decisivo.
L’attentato contro di lui non è un’invenzione mediatica: nell’ottobre scorso un ordigno esplose davanti alla sua abitazione a Pomezia, distruggendo automobili e causando danni; successivamente sono stati arrestati i presunti esecutori e le indagini hanno continuato a cercare i mandanti.
Oggi Lavitola è accusato di essere uno di quei mandanti. Accusato, appunto.
Non condannato.
Ed è precisamente in questa distanza, quella fra il sospetto e la prova, che si misura la civiltà di uno Stato.
Ma c’è anche un’altra distanza che sarebbe sciocco ignorare.
Quella fra ciò che Ranucci ha scritto e ciò che forse vuole far capire.
Perché un uomo che ha subito un attentato e che poche ore dopo l’interrogatorio del presunto mandante pubblica le fotografie di Falcone e Borsellino accompagnandole con una riflessione sugli uomini uccisi perché avevano “visto il disegno intero” sa perfettamente che quelle parole non verranno lette come una meditazione accademica sulla storia repubblicana.
Sa che produrranno una domanda.
Che cosa hai visto, Ranucci?
E soprattutto:
che cosa temi che non abbiamo ancora visto noi?
Forse nulla di più di quanto già sappiamo.
Forse è soltanto il linguaggio enfatico di un uomo sottoposto da mesi a una pressione che pochi di noi vorrebbero conoscere.
Oppure quelle parole sono il modo scelto da un giornalista per dire che la storia dell’attentato contro di lui, nella sua convinzione, non può essere rinchiusa nella comoda scatola di un gesto isolato.
Non possiamo saperlo.
Ed è proprio qui che il suo post diventa interessante.
Perché non offre una risposta.
Lascia un debito.
Un giornalista può permettersi di scrivere una frase simile soltanto se, prima o poi, è disposto a pagarlo.
Con fatti.
Documenti.
Nomi.
Circostanze.
Altrimenti “il disegno intero” resta letteratura.
Magnifica, inquietante letteratura.
Ma se invece quei fatti esistono, se davvero dietro l’attentato contro Ranucci esiste una storia più grande degli esecutori materiali, allora il dovere dello Stato non è stabilire se Ranucci sia simpatico, presuntuoso, prudente o imprudente.
Il dovere dello Stato è scoprirla.
Tutta.
Ed è forse questo che rende il post di oggi così urticante.
Non il paragone con i morti.
Ma la domanda che i morti continuano a farci.
Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino appartenevano a mondi diversi. Non morirono per la stessa mano né nella stessa storia. Ridurli a un'unica equazione sarebbe storicamente grossolano.
Eppure possiedono una somiglianza terribile.
Prima di diventare icone erano uomini scomodi.
Da vivi furono contestati, isolati, delegittimati, combattuti.
Da morti divennero patrimonio nazionale.
L’Italia ha una straordinaria capacità di riconoscere i suoi uomini coraggiosi.
Con qualche anno di ritardo.
E una corona di fiori in mano.
Perciò non so se Sigfrido Ranucci abbia visto davvero un “disegno intero”.
Non so se quel disegno esista.
E soprattutto non voglio che ce lo dica una suggestione.
Voglio che ce lo dicano le indagini.
Ma una cosa il suo post riesce certamente a ricordarci.
Le democrazie non muoiono soltanto quando qualcuno mette una bomba.
Cominciano a morire molto prima.
Quando una domanda diventa sconveniente.
Quando chi la pone viene giudicato più fastidioso della risposta.
E quando, finalmente, tutti preferiscono il silenzio perché il silenzio, a differenza della verità, non obbliga nessuno a scegliere da che parte stare.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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