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IL PONTE, LA GRANITA, LA STRETTA DI MANO E LA POLITICA DEI FATTI

IL PONTE, LA GRANITA,LA STRETTA DI MANO E LA POLITICA DEI FATTI

Verso la scadenza del 9 ottobre: il cantiere del Calopinace tra cantieri, operai e la prova dei fatti

La Reggio dei cantieri che non si ferma neanche di domenica: la sfida della normalità e della credibilità amministrativa

Il ponte sul Calopinace come banco di prova per misurare l'efficienza politica sui fatti concreti. Tra scadenze da rispettare, gesti di umanità e la promessa di una città che vuole cambiare passo.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Eccoci al fatidico ponte sul Calopinace.

La domenica, mentre la città rallenta e il sole di Reggio Calabria non fa sconti a nessuno, lì si lavora. Operai, mezzi, polvere, rumore. E un cronometro invisibile che continua a correre: 58 giorni.

Verrebbe da scomodare Galileo: eppur si muove. Stavolta, però, non la Terra. Reggio Calabria.

Bisogna avere il coraggio di dirlo, anche a costo di irritare qualcuno: doveva arrivare Francesco Cannizzaro perché certe opere tornassero a essere considerate per quello che sono. Non promesse da convegno, non rendering da campagna elettorale, non comunicati infiocchettati. Opere. Cantieri. Scadenze. Responsabilità.

È presto per distribuire medaglie. Molto presto.

La politica va giudicata quando il cemento è asciutto, il ponte è aperto e i cittadini possono attraversarlo. Prima, ogni trionfalismo è fuori luogo. Ma negare ciò che oggi è sotto gli occhi sarebbe altrettanto sciocco.

Reggio Calabria appare come non la si vedeva da tempo: un grande cantiere aperto. Una città che sembra avere ritrovato voglia di fare, di recuperare, di chiudere ciò che per anni è rimasto aperto. Piccolo o grande che sia.

Cannizzaro parla spesso di un «disastro trovato». Formula comoda, si potrebbe obiettare. Ogni nuovo amministratore eredita sempre qualcosa dal precedente e quasi sempre sostiene che sia un disastro.

La differenza, però, non la fanno le parole.

La fanno i giorni successivi.

E qui, almeno per ora, i tentennamenti sembrano pochi. Si procede, per usare un'espressione cara allo stesso Cannizzaro, «senza soluzione di continuità».

Perfino la domenica.

La data da cerchiare in rosso resta il 9 ottobre. Quella sarà la prova. Non una conferenza stampa, non una fotografia, non un post sui social. Il ponte.

Se il 9 ottobre il Calopinace sarà davvero completato, allora sì: si potrà cominciare a parlare seriamente di efficienza amministrativa. E forse persino di quella parola che la politica adopera troppo facilmente e dimostra troppo raramente: credibilità.

Poi verrà il nome da dare al ponte. E sarebbe giusto che non scendesse dall'alto come un'altra decisione già confezionata. Si coinvolgano i cittadini. Si raccolgano proposte. Si apra un confronto. Un'opera pubblica appartiene alla città, e anche il suo nome dovrebbe raccontarne la memoria, l'identità, magari le ferite.

Ma c'è un'immagine che, più delle ruspe, resta impressa.

La granita portata dal sindaco agli operai.

Qualcuno sorriderà. Qualcuno liquiderà il gesto come folklore. Sarebbe un errore.

Perché certi gesti appartengono a un'Italia antica che aveva meno consulenti d'immagine e forse più senso dei rapporti umani.

Offrire una granita a chi lavora sotto il sole significa dire: ti vedo.

Non sei soltanto una voce di capitolato. Non sei una paga da versare a fine mese. Sei la persona che, mentre gli altri riposano, sta mantenendo un impegno preso con una città.

Poi viene la stretta di mano.

Anche questa fuori moda, dicono.

Macché.

Una stretta di mano resta una delle poche cose che nessuna tecnologia è riuscita a migliorare. È riconoscimento, rispetto, responsabilità reciproca. E, quando è sincera, perfino umiltà.

Reggio Calabria non ha bisogno di miracoli.

Ha bisogno di normalità fatta bene.

Di ponti conclusi nei tempi stabiliti. Di strade percorribili. Di cantieri che iniziano e finiscono. Di amministratori che controllano. Di operai che vengono rispettati. Di cittadini che giudicano sui risultati.

Perché alla fine la politica è molto meno complicata di come ce la raccontano.

Un ponte promesso deve diventare un ponte aperto.

Il resto è propaganda.

Il 9 ottobre sapremo da che parte della frase stare.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

IL PONTE, LA GRANITA,LA STRETTA DI MANO E LA POLITICA DEI FATTI Verso la scadenza del 9 ottobre: il cantiere del Calopinace tra cantieri, operai e la prova dei fatti La Reggio dei cantieri che non si ferma neanche di domenica: la sfida della normalità e della credibilità amministrativa Il ponte sul Calopinace come banco di prova per misurare l'efficienza politica sui fatti concreti. Tra scadenze da rispettare, gesti di umanità e la promessa di una città che vuole cambiare passo. L'Editoriale di Luigi Palamara  Eccoci al fatidico ponte sul Calopinace. La domenica, mentre la città rallenta e il sole di Reggio Calabria non fa sconti a nessuno, lì si lavora. Operai, mezzi, polvere, rumore. E un cronometro invisibile che continua a correre: 58 giorni. Verrebbe da scomodare Galileo: eppur si muove. Stavolta, però, non la Terra. Reggio. Bisogna avere il coraggio di dirlo, anche a costo di irritare qualcuno: doveva arrivare Francesco Cannizzaro perché certe opere tornassero a essere considerate per quello che sono. Non promesse da convegno, non rendering da campagna elettorale, non comunicati infiocchettati. Opere. Cantieri. Scadenze. Responsabilità. È presto per distribuire medaglie. Molto presto. La politica va giudicata quando il cemento è asciutto, il ponte è aperto e i cittadini possono attraversarlo. Prima, ogni trionfalismo è fuori luogo. Ma negare ciò che oggi è sotto gli occhi sarebbe altrettanto sciocco. Reggio Calabria appare come non la si vedeva da tempo: un grande cantiere aperto. Una città che sembra avere ritrovato voglia di fare, di recuperare, di chiudere ciò che per anni è rimasto aperto. Piccolo o grande che sia. Cannizzaro parla spesso di un «disastro trovato». Formula comoda, si potrebbe obiettare. Ogni nuovo amministratore eredita sempre qualcosa dal precedente e quasi sempre sostiene che sia un disastro. La differenza, però, non la fanno le parole. La fanno i giorni successivi. E qui, almeno per ora, i tentennamenti sembrano pochi. Si procede, per usare un'espressione cara allo stesso Cannizzaro, «senza soluzione di continuità». Perfino la domenica. La data da cerchiare in rosso resta il 9 ottobre. Quella sarà la prova. Non una conferenza stampa, non una fotografia, non un post sui social. Il ponte. Se il 9 ottobre il Calopinace sarà davvero completato, allora sì: si potrà cominciare a parlare seriamente di efficienza amministrativa. E forse persino di quella parola che la politica adopera troppo facilmente e dimostra troppo raramente: credibilità. Poi verrà il nome da dare al ponte. E sarebbe giusto che non scendesse dall'alto come un'altra decisione già confezionata. Si coinvolgano i cittadini. Si raccolgano proposte. Si apra un confronto. Un'opera pubblica appartiene alla città, e anche il suo nome dovrebbe raccontarne la memoria, l'identità, magari le ferite. Ma c'è un'immagine che, più delle ruspe, resta impressa. La granita portata dal sindaco agli operai. Qualcuno sorriderà. Qualcuno liquiderà il gesto come folklore. Sarebbe un errore. Perché certi gesti appartengono a un'Italia antica che aveva meno consulenti d'immagine e forse più senso dei rapporti umani. Offrire una granita a chi lavora sotto il sole significa dire: ti vedo. Non sei soltanto una voce di capitolato. Non sei una paga da versare a fine mese. Sei la persona che, mentre gli altri riposano, sta mantenendo un impegno preso con una città. Poi viene la stretta di mano. Anche questa fuori moda, dicono. Macché. Una stretta di mano resta una delle poche cose che nessuna tecnologia è riuscita a migliorare. È riconoscimento, rispetto, responsabilità reciproca. E, quando è sincera, perfino umiltà. Reggio Calabria non ha bisogno di miracoli. Ha bisogno di normalità fatta bene. Editoriale completo su CartaStraccia.News

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