La giustizia non è una procedura, è un’idea di Stato
Nella sala Monteleone del Consiglio regionale della Calabria, a Reggio Calabria, non si è discusso soltanto di articoli, commi e organi costituzionali.
Si è discusso — come sempre accade quando si parla di giustizia — di paura.
Paura dello Stato troppo forte.
Paura dello Stato troppo debole.
Da una parte l’avvocato Cesare Placanica, dall’altra il procuratore Giuseppe Borrelli, moderati dal giornalista Piero Gaeta. In mezzo, non avvocati e magistrati, ma cittadini: perché i codici li scrivono i giuristi, la giustizia la subiscono le persone.
Il referendum del 22 e 23 marzo viene raccontato come una riforma tecnica. Non lo è.
È una scelta antropologica: cosa deve essere il giudice e da chi deve difendersi.
Il giudice “terzo” o il potere equilibrato
Placanica parte da un’idea quasi illuminista: il processo non serve a scoprire la verità assoluta, ma a verificare se l’accusa regge oltre il dubbio ragionevole.
È una rivoluzione silenziosa. Per secoli lo Stato cercava la verità; oggi si limita a dimostrare la colpa.
E allora, dice il penalista, chi giudica non può appartenere allo stesso universo culturale di chi accusa.
La terzietà non è educazione: è distanza.
«Se la riforma mettesse i magistrati sotto l’esecutivo voterei No», chiarisce.
Ma, aggiunge, non è scritto. E per lui il cittadino deve smettere di essere suddito.
È una visione liberale: lo Stato accusatore e il giudice arbitro.
Il sospetto della conseguenza
Borrelli non discute la teoria, discute la traiettoria.
Non guarda la norma: guarda il dopo.
Per il procuratore la separazione delle carriere è «uno specchietto per le allodole». Il nodo è il Consiglio Superiore della Magistratura, l’autogoverno, il sistema disciplinare.
In altre parole: non dove si comincia, ma dove si finisce.
Se il pubblico ministero non resta nella giurisdizione — osserva — prima o poi finirà nell’esecutivo.
E allora lo Stato non giudicherà più se stesso: si proteggerà.
Il sorteggio del CSM, poi, non elimina le correnti ma elimina la responsabilità. E un organo senza rappresentanza non è indipendente: è debole.
Borrelli non teme l’ingiustizia immediata.
Teme la geometria del potere nel tempo.
Due paure opposte
Placanica teme il giudice vicino all’accusa.
Borrelli teme l’accusa vicina al governo.
Il primo vuole separare per garantire l’imputato.
Il secondo vuole mantenere per garantire la democrazia.
Entrambi parlano di libertà, ma partono da due diffidenze diverse:
la diffidenza verso il magistrato oppure la diffidenza verso il potere politico.
Il vero referendum
Il confronto si è chiuso senza vincitori, come sempre accade quando il tema non è una legge ma una filosofia dello Stato.
Perché questo referendum non chiede ai cittadini se preferiscono una procedura o un’altra.
Chiede quale pericolo temono di più.
Lo Stato che accusa troppo vicino al giudice o lo Stato che accusa troppo vicino al governo.
La giustizia, in fondo, non è mai neutrale: è la forma concreta della fiducia.
E il voto di marzo non deciderà solo una riforma.
Deciderà quanto gli italiani si fidano del potere — e di quale potere.
Reggio Calabria 20 febbraio 2026
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
Video integrale, Interviste e altro ... a breve.
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