L’arte, il vento e la finta eternità: perché le colonne di Tresoldi a Reggio Calabria continuano a piegarsi
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nelle città italiane, in cui l’arte smette di essere arte e diventa meteo.
Succede quando il vento non sfoglia soltanto i giornali, ma li scrive.
A Reggio Calabria, sul lungomare dove il mare non è paesaggio ma carattere — perché lo Stretto non lo guardi: lo subisci — le colonne di rete metallica chiamate “Opera” hanno deciso di fare quello che fanno gli uomini quando incontrano la realtà: piegarsi.
Non è un giudizio estetico. È una confessione fisica.
La tempesta del 16 e 17 febbraio 2026 non ha criticato l’installazione. Non ha protestato, non ha scritto lettere aperte, non ha convocato commissioni cultura. Ha semplicemente soffiato. Centoventidue chilometri all’ora: il voto della natura, l’unico referendum che non si annulla per astensione.
E le colonne hanno tremato.
Qualcuno si è stupito.
Gli stupiti sono sempre gli stessi: quelli che progettano per fotografia e non per geografia. In Italia abbiamo sviluppato un urbanesimo da cartolina: piazze pensate per Instagram, ponti pensati per i rendering, monumenti pensati per l’inaugurazione — mai per l’inverno.
Il problema non è che l’opera sia fragile. Il problema è che si fingeva non dovesse esserlo.
Lo Stretto di Messina è un luogo dove perfino i gabbiani hanno l’assetto aerodinamico. Dove i pescatori parlano al vento come a un collega. Dove i balconi sono costruiti in funzione della tramontana, non del panorama. E noi, figli della burocrazia e del computer, abbiamo piantato colonne leggere come fantasmi aspettandoci che diventassero pietra.
Il vento non ama i fantasmi.
Già nel 2022 quelle strutture avevano ceduto. Un avvertimento, non un incidente. Ma l’Italia è il paese dove l’esperienza non diventa memoria: diventa pratica amministrativa. Si ripara, si certifica, si inaugura di nuovo, si spera.
Soprattutto si spera.
E poi arriva un’altra tempesta.
Le polemiche sono inevitabili e, francamente, secondarie. Costi, manutenzione, responsabilità, Corte dei Conti: l’armamentario perfetto per discutere senza capire. Il punto non è quanto sia costata l’opera, né se sia stata colpa del Comune o del clima. Il punto è culturale, non contabile.
Noi italiani abbiamo un rapporto patologico con la modernità: la desideriamo senza accettarne le conseguenze fisiche. Vogliamo l’arte contemporanea ma pretendiamo che si comporti come il marmo romano. Vogliamo la leggerezza ma pretendiamo l’eternità.
È come chiedere a una vela di essere un muro.
Quelle colonne erano un’idea: evocare architetture che non esistono più, costruire il vuoto. Bellissimo. Poetico.
E qui bisogna essere onesti: la loro bellezza non è in discussione. È proprio questo il problema.
Perché davanti a una bellezza evidente siamo portati a perdonare tutto, anche l’incompatibilità con il luogo. Ma l’estetica pubblica non può vivere di indulgenza. Un’opera urbana non è solo contemplazione: è responsabilità.
Se ogni tempesta la piega, se ogni inverno impone transenne, se ogni raffica apre un cantiere, allora non siamo davanti a un monumento ma a una promessa fragile. E una città non può vivere di promesse sospese nel vento.
La natura non è contro l’arte. È contro l’astrazione amministrativa.
Un artista può immaginare l’invisibile; una città deve convivere con il reale.
E il reale, sul lungomare di Reggio, è il vento.
Adesso arriveranno i tecnici, i sopralluoghi, le relazioni. Si discuterà se raddrizzare, smontare, restaurare. Si parlerà di sicurezza dei passanti — sempre dopo, mai prima — e si poseranno nuove transenne: l’architettura più diffusa d’Italia.
Ma forse la domanda, ormai, è un’altra: non come ripararle, ma se ripensarle.
Perché quando la natura è estrema non basta rinforzare; bisogna scegliere. O si adatta l’opera al luogo o si accetta che diventi temporanea. Continuare a rimetterla in piedi solo per vederla ricadere significa trasformare la bellezza in maceria annunciata.
E la città non merita di convivere con un pericolo estetico.
Un’opera pubblica deve sfidare il luogo o appartenere al luogo?
Perché una scultura non è soltanto ciò che rappresenta: è ciò che resiste. Il Colosseo non è grande perché è antico. È antico perché è grande abbastanza da sopravvivere al tempo, ai terremoti e agli italiani.
Qui invece abbiamo il contrario: un’opera pensata per il dialogo con il paesaggio che finisce per dialogare soprattutto con l’assicurazione.
La città, intanto, guarda. I cittadini si dividono: c’è chi difende la bellezza e chi difende la solidità. Ma sono la stessa cosa. In Italia ce ne dimentichiamo da un secolo: la bellezza mediterranea è sempre stata pesante, concreta, costruita contro gli elementi, non ignorandoli.
Il vento dello Stretto non è un incidente atmosferico. È identità.
Se un’opera non può convivere con l’identità del luogo, non è contemporanea: è temporanea.
Forse le colonne torneranno dritte. Forse verranno rinforzate. Forse cadranno di nuovo.
In ogni caso hanno già detto qualcosa di importante, più di qualunque catalogo: la modernità non si misura nella leggerezza delle forme ma nella serietà del rapporto col reale.
L’arte può sfidare il tempo.
Ma prima deve chiedere il permesso al vento.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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