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Primarie: rito, alibi o coraggio? Reggio e la sinistra che si guarda allo specchio e lo rompe ... dalla paura di perdere.

Primarie: rito, alibi o coraggio? Reggio e la sinistra che si guarda allo specchio e lo rompe ... dalla paura di perdere.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

A Reggio Calabria il centrosinistra annuncia le primarie per scegliere il candidato a sindaco. Il comunicato è impeccabile, burocraticamente irreprensibile, quasi notarile:

" Sono ufficialmente indette per il prossimo 15 marzo 2026 le primarie del centrosinistra reggino.
Partiti e movimenti politici che si riconoscono nei valori del centrosinistra, riuniti dal tavolo convocato dal Partito Democratico presso la federazione metropolitana, potranno quindi esprimere ciascuno una candidatura per la partecipazione alla competizione elettorale interna.
Avviata la macchina organizzativa, già dai prossimi giorni saranno pubblicate le modalità di partecipazione, dettagliate dal regolamento che i soggetti politici hanno già discusso ed approvato."


Parole corrette. Ordinatamente vuote.
Le primarie, nel lessico politico italiano, sono diventate una liturgia: una funzione celebrata per convincere i fedeli che la fede esista ancora. Non servono a scegliere, servono a dimostrare che si sta scegliendo. Non servono a decidere, servono a rinviare la decisione.

Il centrosinistra reggino — e con lui il Partito Democratico, ostinatamente nazionale anche quando si tratta di un marciapiede locale — continua a brandire questo strumento come se fosse una patente morale. Noi siamo democratici perché votiamo fra di noi. Anche quando il popolo, quello vero, voterà dopo un mese.

È qui il paradosso.
Troppa democrazia interna, e poca politica esterna.

L’arma a doppio taglio, le primarie sono un’arma nobile, ma nelle mani sbagliate diventano un temperino. Non aprono la strada: scalfiscono.

Da un lato promettono partecipazione. Dall’altro garantiscono divisione.
Da un lato evocano popolo. Dall’altro producono correnti.

E soprattutto producono tempo perso. Che in politica locale è la moneta più cara.

Perché mentre si discute di regolamenti, firme, gazebo, candidature amichevoli e candidature ostili, l’avversario costruisce le liste. Che sono la vera elezione. Il sindaco, nelle città del Sud, non è solo un nome: è una rete, un equilibrio, una coalizione concreta.

Le primarie invece trasformano la coalizione in un ring.
Chi perde non dimentica.
Chi vince arriva ferito.

E chi guarda — l’elettore — osserva la scena con crescente disincanto: “Se litigano per scegliere il capitano, come governeranno la nave?


La democrazia come alibi per non scegliere.
Quelli del PD hanno un talento speciale: confondere il rito con la sostanza.
La politica italiana, aggiungiamo oggi, ha un talento ancora più raffinato: usare la democrazia per evitare la responsabilità.

Le primarie spesso non servono a scegliere il migliore. Servono a non scegliere nessuno.

Perché decidere davvero significa assumersi una colpa: indicare un nome, dire “questo è il nostro candidato”, e poi difenderlo. È un atto politico. Le primarie invece distribuiscono la responsabilità nell’aria: se va male, è stata la base; se va bene, è merito del partito.

Aria fritta, appunto.
E soprattutto comoda.


Reggio non ha bisogno di un torneo di briscola per capire chi ha il carico.
Reggio Calabria non è un laboratorio sociologico. È una città complessa, diffidente, stanca delle prove generali. Qui la politica non vince quando si racconta democratica: vince quando appare capace.

Le primarie arrivano sempre con lo stesso calendario implicito:

1. entusiasmo iniziale,

2. guerra fratricida,

3. riconciliazione forzata,

4. campagna elettorale corta e affannata.

E intanto l’elettorato percepisce una cosa semplicissima: non c’è un leader naturale.
E quando una coalizione deve farselo nascere in laboratorio, difficilmente convince fuori.

Il vero problema non è lo strumento. È la sua funzione.

Le primarie funzionano quando esiste già una comunità politica forte e servono a scegliere tra due visioni.
Falliscono quando devono creare la comunità.

Qui sembrano il contrario di una scelta: sono la ricerca della scelta.
Un casting. Non una decisione.

E mentre si organizzano gazebo e regolamenti, resta sospesa la domanda fondamentale — quella che un elettore si fa entrando nel seggio vero:

Perché dovrei fidarmi di voi?

Non chi votare.
Perché votarvi.


La politica che manca.
Le liste non si scrivono in una settimana. Le alleanze non si improvvisano dopo una competizione interna. La leadership non nasce da un turno di ballottaggio tra amici.

Il centrosinistra continua a comportarsi come se l’elezione fosse un congresso allargato. Ma l’elettore non partecipa a un congresso: sceglie chi governerà la città.

E il governo non è partecipazione: è responsabilità concentrata.


Le primarie sono uno strumento bellissimo quando servono a confermare una leadership.
Diventano un errore quando servono a cercarla.

Il rischio, a Reggio Calabria, è che il 15 marzo non nasca un candidato ma un compromesso.
E i compromessi, nelle urne vere, raramente entusiasmano.

La politica non è la somma delle opinioni: è la capacità di dire “questa è la strada”.

Altro che primarie.
Prima serve una scelta. Poi, semmai, la si ratifica.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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