Protocollo vs Realtà: perché il caso Bastoni è il fallimento della tecnologia.
Il tuffo, il regolamento e la coscienza: il calcio italiano davanti allo specchio
L'Editoriale di Luigi Palamara
C'era una volta il calcio divideva l’Italia in due: chi segnava e chi subiva.
Oggi la divide in tre: chi ha visto fallo, chi ha visto simulazione e chi ha visto il replay.
Il cosiddetto “caso Bastoni” — nome da inchiesta parlamentare, non da partita di pallone — nasce da un contatto leggero, quasi educato, tra un difensore della Juventus e uno dell’Inter proiettato in avanti.
Un gesto breve, una caduta lunga.
Il secondo giallo.
L’espulsione.
E soprattutto la sensazione, ormai cronica, che la partita non si giochi più sull’erba ma nella coscienza dello spettatore.
L’arbitro ha deciso. Il VAR ha taciuto. I tifosi hanno urlato.
In questo ordine, che è l’ordine moderno delle tragedie sportive.
Una volta si parlava di furbizia. Oggi si parla di “vendere il contatto”. Il linguaggio tradisce sempre la morale: nel calcio contemporaneo non si cade più, si negozia la caduta.
Il difensore tocca — poco o tanto non importa — l’attaccante cade — molto o poco non importa — e il regolamento, come un notaio stanco, certifica ciò che ha visto il primo uomo in nero a velocità reale.
Il problema non è Bastoni.
Il problema è che Bastoni ha fatto quello che il calcio di oggi insegna a fare.
La simulazione, nel Novecento, era un imbroglio. Oggi è una competenza professionale.
Il difensore cerca il minimo contatto, l’attaccante cerca il massimo effetto, l’arbitro cerca di sopravvivere alla domenica sera. Il VAR, introdotto per eliminare l’ingiustizia, ha finito per codificarla: interviene sul rosso diretto ma non sul secondo giallo.
Così la tecnologia vede tutto ma corregge solo ciò che il protocollo le permette di vedere.
È la burocrazia applicata allo sport: non conta la verità, conta la casella.
Si discute se Bastoni abbia accentuato. Certo che ha accentuato.
Ma la domanda vera è un’altra: può permettersi di non farlo?
Nel calcio attuale il giocatore onesto rischia di essere il solo ingenuo. A velocità da Formula 1 un tocco lieve non fa cadere nessuno, ma non cadere significa rinunciare al fallo, cioè al vantaggio. Il regolamento premia chi interpreta meglio la percezione dell’arbitro, non chi resiste meglio al contatto.
Non è più sport di forza. È teatro di credibilità.
I tifosi juventini parlano di simulazione antisportiva. Quelli interisti di mestiere. Entrambi hanno ragione e quindi nessuno ce l’ha davvero. Perché il calcio moderno ha cancellato il confine morale: resta solo quello regolamentare.
Il punto, allora, non è stabilire se fosse fallo.
Il punto è stabilire se il calcio voglia ancora distinguere tra cadere e far cadere.
Il VAR doveva portare la giustizia oggettiva. Ha portato la giustizia selettiva: controlla il millimetro del fuorigioco ma ignora l’interpretazione che decide una partita.
Così un’espulsione che cambia la gara non può essere rivista perché non è il tipo giusto di errore.
Non errore minore: errore non catalogato.
È il trionfo del regolamento sulla realtà.
Il “caso Bastoni” resterà nelle discussioni da bar e nelle moviole notturne, ma non cambierà nulla. Perché il calcio italiano non ha un problema di arbitri né di tecnologia. Ha un problema di sincerità: pretende l’onestà in un sistema costruito sull’astuzia.
E finché continueremo a chiamare furbizia ciò che una volta si chiamava inganno, ogni domenica avremo un nuovo processo sportivo senza mai trovare il colpevole.
Nel calcio moderno non vince chi gioca meglio.
Vince chi convince meglio.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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