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Tropea. Il mare restituisce i morti, noi restituiamo il silenzio.

Il mare restituisce i morti, noi restituiamo il silenzio.

L'Editoriale di Luigi Palamara


Un momento, in questo Paese, in cui il mare diventa uno specchio. Non riflette il cielo — riflette noi.

Le onde hanno fatto ciò che la politica non fa più da tempo: hanno restituito i fatti. Senza conferenze stampa, senza sottosegretari, senza hashtag di cordoglio. Hanno depositato sulla sabbia i corpi. Uno, poi un altro, poi altri ancora. Con la testardaggine della verità, che non si lascia archiviare in una commissione parlamentare.

E accade davanti a Tropea.

La roccia sospesa sull’acqua, le case color miele, il santuario che guarda l’orizzonte come un guardiano antico. Qui il mare è sempre stato una promessa: luce liquida al mattino, seta arancione al tramonto, risate portate dal vento. Un luogo costruito per la leggerezza dell’anima, dove la vita si lascia vivere senza domande.

Poi il mare cambia lingua.

Tra le pieghe azzurre affiora ciò che non appartiene alla vacanza ma alla storia.
Non più onde per nuotare, ma mani che hanno nuotato invano.
Non più galleggianti colorati, ma corpi.

E la bellezza resta lì — intatta, innocente, quasi crudele. Continua a splendere mentre accanto affiora il naufragio del mondo. La cartolina non si strappa: si macchia.

Il Tirreno — che non vota, non parla nei talk show e non firma decreti — ha esercitato la sola pietà rimasta: ha consegnato alla vista ciò che noi preferiamo alla statistica. I morti.

Perché finché sono numeri, siamo salvi.
I numeri non chiedono giustizia. I numeri non hanno madri. I numeri non disturbano la cena.

Ma un corpo sì.

Allora li chiamiamo “destino”. È la parola con cui la coscienza si lava le mani. Destino significa fatalità, tragedia, dramma, caso: dunque nessun colpevole. Un incidente meteorologico dell’umanità. Come la grandine.

E invece no.
Non è destino: è sistema.

Un sistema in cui ogni parte funziona perfettamente.
Funzionano i trafficanti che vendono speranza al prezzo della disperazione.
Funzionano i governi che promettono soluzioni mentre amministrano emergenze permanenti.
Funzionano le coscienze che oscillano tra pietà televisiva e paura domestica.

E funziona soprattutto l’ipocrisia — la più efficiente delle istituzioni europee.

Si piangono i morti purché restino morti.
Il problema nasce quando respirano.

Allora diventano “flussi”, “pressione migratoria”, “sicurezza”, “integrazione sostenibile”.
Parole tecniche, create per togliere carne al dolore e trasformarlo in pratica amministrativa. La burocrazia è il modo moderno di non vedere.

Quei corpi sulla spiaggia calabrese sono pericolosi proprio perché non sono più argomento: sono prova.

Prova che il confine non è una linea ma una lotteria.
Prova che l’Europa difende i valori purché restino teorici.
Prova che l’Occidente ha inventato i diritti universali con la clausola geografica.

E soprattutto prova che noi — noi cittadini rispettabili, informati, indignati a turni — abbiamo trovato il punto di equilibrio morale: soffrire senza cambiare nulla.

Il sole a Tropea tramonta comunque.
Le barche rientrano. I bicchieri brindano. La sera profuma di salsedine e normalità.
Solo il mare sa che sotto quella quiete riposa un’umanità che nessuno ha voluto accogliere davvero.

C’è un egoismo antico e uno moderno.
Quello antico chiudeva la porta.
Quello moderno apre il dibattito.

Discutiamo tutto: rotte, costi, accoglienza, rimpatri. Discutiamo finché la questione diventa astratta. È il grande anestetico della civiltà: trasformare il dolore concreto in opinione.

Poi arriva il mare e rovina la conversazione.

Depone un corpo sulla sabbia e costringe a scegliere: o è un uomo o è un problema.
Le due cose insieme non reggono a lungo.

Per questo li chiamiamo invisibili. Non perché non si vedano, ma perché vederli obbliga a pensare, e pensare obbliga a pagare — moralmente, politicamente, economicamente. Troppo.

Un mondo di vittime senza nomi.
Anime nobili respinte da un pianeta che chiude gli occhi e le frontiere invece di aprire il cuore.

Così nasce la compassione temporanea: dura quanto il tempo di una fotografia. Poi torna il silenzio, quello vero, quello operativo. Il silenzio delle decisioni non prese.

E i morti restano senza nome anche nella morte.
Non lasciano eredità, non cambiano governi, non determinano elezioni.
Sono lutti senza peso politico.

“Dolore senza cittadinanza”, direbbe qualcuno con sincerità brutale.
E forse è la frase più onesta di tutte.

Perché la verità è questa: non sappiamo cosa fare — ma sappiamo perfettamente cosa non vogliamo fare. E tra queste due conoscenze si consuma il Mediterraneo.

Il mare continuerà a restituire ciò che inghiottiamo con indifferenza.
Non per vendetta.
Per memoria.

Il mare ricorda sempre.
Noi solo finché conviene.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

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