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L'amore che resta: Nina Mesiano e l'eternità in uno scatto.

L'amore che resta: Nina Mesiano e l'eternità in uno scatto.
Il racconto di Luigi Palamara 
A Roccaforte del Greco il tempo non passa: si posa. Come la polvere sottile sui davanzali, come il vento dell’Aspromonte che torna sempre uguale e sempre diverso. Le case restano ferme, ma dentro cambiano le stagioni degli uomini.

Quella fotografia stava sul tavolo, accanto alla finestra. La luce del pomeriggio la sfiorava piano, con rispetto, come si fa con le cose che non appartengono più al presente ma non vogliono andarsene.

«È lei?» chiese Luigi, piano, quasi temesse di disturbare quel silenzio antico.

L’uomo chinò il capo lentamente.
«È mia madre. Nina Mesiano.»

Pronunciò quel nome con una calma piena, come si pronunciano le radici.

Nella foto, Nina teneva in braccio un neonato. Il viso già segnato dal lavoro e dal vento, ma illuminato da una dolcezza che non conosceva tempo. Le mani grandi, contadine, eppure leggere, come se sapessero riconoscere il peso dell’anima.

«E quel bambino… sono io?» domandò Luigi, con un filo di incredulità.

Carmelo lo guardò. Nei suoi occhi passò qualcosa di lontano.
«Sì. Eri appena arrivato al mondo, qui, a Roccaforte. E lei… lei ti ha preso in braccio come se ti aspettasse da sempre.»

Fuori, il vento scese dall’Aspromonte, portando con sé odore di pietra e di erba secca. Entrò appena dalla finestra, muovendo il bordo della fotografia.

Carmelo prese un libro dal tavolo. Lo sollevò con cura, quasi avesse lo stesso valore di quella foto. Lo aprì e lo porse a Luigi.

«Guarda.»

Nell’immagine, Nina era seduta. Novantacinque anni, il corpo più fragile, ma lo sguardo identico. Tra le mani teneva proprio quel libro.

Il libro di Luigi.

Luigi rimase a fissare quella scena, come se cercasse di capire dove finiva il passato e dove cominciava il presente.
«È… è incredibile. Sembra la stessa.»

Carmelo accennò un sorriso, appena.
«È quello che penso ogni volta che la guardo.»

Si sedette accanto alla finestra, lasciando che la luce gli cadesse sul volto.

«Sessantacinque anni,» disse. «Una vita. Il paese si è svuotato, le strade hanno imparato il silenzio, molti sono partiti e non sono tornati. Anche io sono cambiato…»

Si fermò un momento.

«Ma lei no. O meglio… è cambiata senza perdere niente.»

Luigi sfiorò con le dita la pagina del libro.
«Tiene il mio libro… come teneva me.»

Carmelo socchiuse gli occhi lentamente.
«Allo stesso modo.»

E poi, più piano:
«In braccio prima il bambino. Adesso il libro. Ma l’amore… è lo stesso.»

Il vento si fece più presente, come se volesse ascoltare.

«Sai cosa mi ha detto l’ultima volta che l’ho vista?» continuò Carmelo.

Luigi scosse la testa.

«Ti ha guardato… e ha detto: “Lo ricordo piccolo così.”»
Fece un gesto con la mano, indicando qualcosa di minuscolo.
«E poi ha stretto il libro al petto. Come si stringe una vita.»

Luigi abbassò lo sguardo.
«E tu?»

Carmelo rimase in silenzio. Poi disse:
«Io l’ho guardata. E ho capito.»

«Cosa?»

«Che ci sono cose che non cambiano. Anche se tutto il resto se ne va.»

Si alzò e posò fotografia e libro uno accanto all’altro.

Due immagini. Due tempi. Un solo gesto.

«Le foto fermano un attimodisse. «Ma sono le persone che tengono vivo il tempo.»

Luigi guardò ancora Nina: giovane e antica, madre e memoria, presente in ogni cosa che aveva toccato.

«Allora non è cambiato niente?» domandò.

Carmelo guardò verso le montagne, dove il cielo si faceva più lento.

«È cambiato tutto,» rispose. «Tranne il cuore. Gli occhi. L’affetto. Il bene.»

E nel silenzio dell’Aspromonte, tra le pietre ferme e il vento che ricorda ogni cosa, Nina Mesiano continuava a tenere tra le mani—ieri un bambino, oggi un libro—con la stessa, identica, infinita dolcezza.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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