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Il mezzo milione che visse due giorni.

Il mezzo milione che visse due giorni.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
In Italia non basta più vincere. Bisogna prima illudersi, poi litigare, poi scappare, poi chiamare l’avvocato, poi finire sui giornali, e infine scoprire che non s’era vinto niente. È il progresso della miseria spettacolarizzata: non il denaro, ma il miraggio del denaro. Non la fortuna, ma la sua caricatura.

A Carsoli, in Abruzzo, è andata in scena l’ennesima operetta nazionale. Il titolo poteva essere questo: “Gratta, sogna e fuggi”. Sul palco, un Gratta e Vinci da 500.000 euro, una coppia convinta di avere in mano il colpo della vita, una donna che prende il biglietto e se ne va, un uomo che tenta di bloccare l’incasso, i giornali che si accalcano, il paese che mormora, i legali che annusano la causa come i segugi annusano la pista. Mancava soltanto la banda musicale del Comune e poi c’era tutto.

Solo che il colpo della vita non c’era. C’era il colpo d’occhio. Che, come spesso accade in Italia, è una truffa sentimentale. Bastava guardare meglio. O meglio ancora, grattare meglio. Quel numero che pareva una promessa era invece un avanzo di polvere argentata, un refuso del destino, un abbaglio da tabaccheria. Il “13” miracoloso era in realtà un “43” zoppo, letto con la fede di chi vede apparizioni nei sottoscala. E il codice, sobrio e crudele, diceva la sola verità che conta: nessun premio.

E qui sta la grandezza involontaria della faccenda. Perché questa non è una storiella sul gioco. È una parabola nazionale. Noi italiani siamo un popolo che spesso non verifica: interpreta. Non controlla: spera. Non legge: immagina. E soprattutto, quando immagina, lo fa con una tale ostinazione melodrammatica da costruirci sopra tragedie greche, processi, tradimenti, fughe, riconciliazioni mancate e magari, con un po’ di fortuna, pure una comparsata in televisione.

In due giorni, quel tagliando inesistente è diventato più importante di una finanziaria. Ha prodotto indignazione, sospetti, ricorsi dell’anima e del codice civile. La coppia si è sfaldata non su un patrimonio, ma su una possibilità. Si sono spartiti l’aria. Hanno litigato su un fantasma cartaceo. È commovente, in fondo, come certe passioni italiane abbiano bisogno di così poco: un numero letto male, una speranza letta peggio.

Naturalmente, come sempre, la realtà è arrivata tardi, in abito grigio e con i timbri dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. La realtà non urla, non corre, non scappa col malloppo. La realtà controlla il codice e ti dice: signori, tornate pure a casa, il miracolo è stato annullato per eccesso di fantasia. Nessun problema tecnico, nessun complotto, nessuna macchinazione infernale. Solo un banalissimo errore umano. Cioè la più diffusa industria nazionale dopo il turismo.

E così il mezzo milione di Carsoli è evaporato come evaporano molte cose italiane: i grandi amori, le grandi riforme, le grandi promesse elettorali. Prima pare solidissimo, poi lo tocchi e ti resta in mano il niente. Un niente, però, già litigato, già raccontato, già trasformato in romanzo popolare.

La morale è semplice, e per questo difficilmente verrà capita. Nei Gratta e Vinci, come nella vita, non basta ciò che sembra. Conta ciò che risulta. Non vale la pupilla eccitata del vincitore presunto: vale il riscontro. Non vale il grido “abbiamo fatto il colpo”: vale il freddo verdetto del controllo ufficiale. Ma questo, si sa, è insopportabile a un Paese che preferisce sempre la sceneggiata alla sentenza, il clamore alla verifica, l’emozione al fatto.

Carsoli ci lascia dunque una lezione perfetta, quasi educativa: non ogni tesoro è un tesoro, non ogni numero è quello che credi, e non ogni sogno ha diritto di diventare patrimonio comune. A volte è solo polvere da grattare male. E dietro la patina argentata non c’è il paradiso fiscale dei disperati, ma il vecchio, impietoso, modestissimo zero.

Che è una cifra molto italiana. Non da vincere: da capire.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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