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L’Iran ride, il Golfo trema. La satira di Teheran e il ricatto dello Stretto.

L’Iran ride, il Golfo trema. La satira di Teheran e il ricatto dello Stretto.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nelle crisi internazionali, in cui la propaganda smette di essere folclore e diventa avvertimento. Il video animato iraniano, con quel titolo da teatro di burattini - Il Signore dello Stretto - parrebbe a prima vista una caricatura, una provocazione di cattivo gusto contro Donald Trump, un esercizio di sarcasmo confezionato per il consumo interno e per la platea internazionale che si nutre di simboli, di sfide, di maschere. Ma a guardarlo meglio, dietro la smorfia si intravede il ghigno del potere. E dietro il ridicolo, la minaccia.

Perché l’Iran, quando scherza, spesso lo fa mostrando i denti.

Non è il video in sé a contare. I regimi hanno sempre amato il teatro: serve a dare una scenografia alla paura, a travestire la forza in leggenda, la strategia in destino, l’intimidazione in diritto storico. Ciò che conta è il messaggio che accompagna quella messinscena. E il messaggio è di una chiarezza brutale: se qualcuno oserà colpire le coste o le isole iraniane, Teheran è pronta a disseminare mine, a soffocare il traffico nel Golfo Persico, a trasformare il mare in una trappola e l’energia in un’arma.

Qui finisce la satira e comincia il ricatto.

Si dirà: è la solita retorica muscolare. Forse. Ma la storia di quello stretto lembo d’acqua chiamato Hormuz insegna che non esistono fanfaronate innocue, da quelle parti. Lì passa una quota decisiva del respiro energetico del mondo. Lì un motoscafo, una mina, una nave colpita, possono produrre più panico di un esercito. Lì la geografia vale quanto una divisione corazzata, e la posizione vale più della ragione.

Teheran lo sa. E infatti recita la parte della vittima minacciata mentre si prepara a fare il carceriere del Golfo.

La formula è vecchia: attribuire all’avversario la colpa preventiva delle proprie future azioni. “Se attaccate, chiuderemo tutto. E la responsabilità sarà vostra.” È il linguaggio prediletto dei poteri che vogliono apparire costretti, mai colpevoli; obbligati, mai aggressivi. È il catechismo dell’autodifesa permanente, con cui si giustifica qualsiasi sopruso e si benedice qualsiasi escalation.

E intanto il prezzo lo paga il mondo.

Lo pagano i mercati energetici, che tremano non per un’ideologia ma per una petroliera che non passa. Lo pagano i paesi che dipendono da quelle rotte. Lo pagano perfino gli “amici” cui l’Iran concede il transito sicuro - Cina, India, Pakistan - quasi fosse il signore feudale di un passaggio naturale, il proprietario di un’arteria che invece appartiene alla stabilità globale. Già questa distinzione tra protetti e nemici rivela la natura del gioco: non difesa, ma controllo; non sovranità, ma arbitrio geopolitico.

E l’Occidente, come spesso accade, assiste oscillando tra l’indignazione verbale e la paralisi strategica. Con Trump di mezzo, poi, tutto si riduce a una commedia di ego, di insulti, di caricature reciproche, che distrae dall’essenziale. Il punto non è l’uomo bersagliato dal cartoon. Il punto è che, mentre il mondo discute del tono del video, l’Iran ricorda a tutti di avere un dito sul rubinetto del caos.

Questo è il vero contenuto del filmato: non la derisione del leader americano, ma la teatralizzazione della minaccia.

E forse è proprio questo il tratto più inquietante del nostro tempo: la guerra non viene più soltanto annunciata da carri armati, ultimatum o mobilitazioni. Viene anticipata da videoclip, meme, animazioni, narrazioni tossiche che preparano il pubblico, addestrano gli alleati, sondano le reazioni, banalizzano l’abisso. Il linguaggio della propaganda si è fatto pop, ma la sostanza resta antica: intimidire, dividere, misurare la paura altrui.

Sotto la vernice dell’ironia, il regime iraniano sta dicendo una cosa molto semplice: possiamo incendiare il Golfo e chiamarla risposta.

Ecco perché non bisogna ridere troppo di certi spettacoli. I pagliacci, in politica, sono spesso i valletti del boia.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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