Cannizzaro, la scelta che pesa: lasciare Roma per restituire Reggio Calabria a se stessa
Dalla poltrona a Roma all'arena del Comune: il significato politico della candidatura del leader del centrodestra
Francesco Cannizzaro ribalta il tavolo e sfida la rassegnazione dopo tredici anni di centrosinistra. Una campagna elettorale giocata sulla rottura, sulla responsabilità e sulle relazioni nazionali per imporre la "scossa" della normalità: dalle case senza acqua alle periferie dimenticate, la sfida di chi rinuncia a una carriera comoda per scommettere sul riscatto della propria città.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una differenza, che in politica non passa inosservata, tra chi chiede una poltrona e chi ne lascia una.
Francesco Cannizzaro, in questa campagna elettorale per Reggio Calabria, ha fatto una cosa che molti fingono di non vedere e che invece andrebbe messa al centro del giudizio pubblico: per candidarsi a sindaco della sua città, lascia il Parlamento. Lascia Roma, lascia un ruolo nazionale, lascia il palcoscenico comodo di chi può parlare di Sud senza doverne raccogliere ogni mattina i rifiuti, le buche, i rubinetti a secco, le pratiche inevase, i mercati abbandonati, le periferie dimenticate.
E torna a Reggio.
Non torna per una passerella. Non torna per accarezzare la città durante un comizio e poi riprendere il primo aereo. Torna per prendere in mano una macchina comunale che, dopo tredici anni di centrosinistra - prima con Giuseppe Falcomatà e poi, negli ultimi mesi, con Domenico Battaglia sindaco facente funzioni - appare stanca, opaca, rassegnata, più abituata a sopravvivere che a governare.
Ecco il punto politico vero: Cannizzaro non propone a Reggio di “tirare a campare”. Propone di vincere.
Non è poco, in una città alla quale per anni è stato chiesto di accontentarsi. Accontentarsi di strade rattoppate male, di servizi a singhiozzo, di quartieri trattati come appendici periferiche e non come parti vive di una comunità. Accontentarsi di promesse differite, fondi annunciati, lavori cominciati e lasciati a metà, parole solenni e risultati modesti. Accontentarsi, soprattutto, di una narrazione secondo cui il massimo possibile fosse non precipitare.
Cannizzaro ribalta il tavolo: Reggio non deve limitarsi a non cadere. Deve rialzarsi, camminare, correre, competere.
Nel suo comizio di Piazza De Nava c’è stata una parola che è tornata più volte, anche quando non veniva pronunciata: responsabilità. Non quella astratta, da documento amministrativo. Quella concreta, fisica, quasi carnale. La responsabilità di chi attraversa Catona, Bocale, le colline, le frazioni, e non si limita a dire “abbiamo ascoltato”, ma racconta di aver visto. Di aver visto il degrado. Di aver visto la rassegnazione. Di aver visto bambini chiedere un campetto, una giostrina, un luogo dove passare il pomeriggio dopo i compiti. Di aver visto cittadini che non chiedono miracoli, ma normalità.
E la normalità, a Reggio, è diventata una parola rivoluzionaria.
Acqua nelle case. Strade percorribili. Rifiuti raccolti. Uffici che rispondono. Impianti sportivi mappati e utilizzabili. Politiche sociali che non umilino i più fragili. Mercati comunali non lasciati in condizioni indegne. Cantieri che iniziano e finiscono. Dirigenti responsabilizzati. Funzionari valorizzati. Risorse intercettate e spese. Una città che sappia chi è, dove va e con quali strumenti vuole arrivarci.
Questa è la parte più forte del discorso di Cannizzaro: la sua idea di Reggio non nasce dalla nostalgia, ma dall’ambizione.
Non la Reggio del lamento. Non la Reggio del “vedremo”. Non la Reggio del “purtroppo”. Non la Reggio che si consola da sola perché tanto “qui è sempre stato così”. No. La Reggio che Cannizzaro descrive è una città metropolitana che deve tornare a comportarsi da città metropolitana. Una città che pretende un posto nei circuiti nazionali ed europei del turismo, della cultura, del commercio, della logistica, delle infrastrutture, della formazione amministrativa, della blue economy.
Si può discutere tutto, naturalmente. Si può discutere il tono, l’enfasi, la durezza, il linguaggio, persino certi passaggi ruvidi, perché Cannizzaro non è un candidato da salotto buono. Non parla con i guanti bianchi del notabilato che ha imparato a perdere sorridendo. Parla come uno che vuole vincere e che sa che la città non si conquista con i sospiri. In un tempo politico popolato da mezze frasi, da verbali travestiti da discorsi e da candidati che sembrano sempre in attesa di autorizzazione, Cannizzaro ha scelto il corpo a corpo.
E il corpo a corpo, in una città ferita, può apparire brusco. Ma spesso è proprio ciò che sveglia chi si era abituato all’anestesia.
Il centrosinistra reggino, invece, ha amministrato a lungo e ha finito per trasformare il passato in uno scudo. Ogni critica veniva rimandata a ciò che c’era prima. Ogni difficoltà spiegata con un’eredità. Ogni mancanza coperta da un racconto. Ma dopo dodici anni, l’eredità non basta più. Dopo dodici anni, non si può governare ancora come commissari morali del passato. Dopo dodici anni, una città ha il diritto di chiedere conto non solo di ciò che è stato trovato, ma di ciò che è stato lasciato.
E ciò che viene lasciato, nella percezione di molti reggini, è una città che ha perso fiducia.
Cannizzaro ha intercettato proprio questo: la sfiducia. Non l’ha negata, non l’ha addolcita, non l’ha nascosta sotto la retorica dell’abbraccio. L’ha chiamata per nome. Ha parlato di cittadini che non volevano più votare, di anziani disillusi, di periferie inascoltate, di una comunità che si sente abbandonata. Ma ha fatto un passo in più: ha provato a trasformare quella sfiducia in attesa, e quell’attesa in speranza politica.
Qui sta il salto di qualità della sua candidatura.
Perché una campagna elettorale non è soltanto l’elenco delle cose che si promettono. È anche il sentimento che si riesce a muovere. Battaglia ha puntato sull’emozione come continuità: “sono vicino alla gente, sono cittadino tra i cittadini”. Cannizzaro punta sull’emozione come rottura: “non siete condannati a restare così”. La differenza è enorme. Da una parte c’è la carezza amministrativa. Dall’altra c’è la scossa.
E Reggio, dopo anni di carezze, forse ha bisogno di una scossa.
Il passaggio sui ministri, al netto della retorica di palco, dice un’altra cosa precisa: Cannizzaro rivendica una rete politica nazionale. Paolo Zangrillo, Valentino Valentini, Gilberto Pichetto Fratin, Gianmarco Mazzi, Matteo Salvini: nomi evocati non soltanto come sponsor, ma come canali istituzionali. Qui il candidato gioca la sua carta più concreta: non essere un sindaco isolato, ma un sindaco capace di aprire porte, portare dossier, ottenere interlocuzioni, trasformare il rapporto con Roma e con la Regione in un vantaggio per Reggio.
È una promessa impegnativa. Proprio per questo politicamente rilevante.
Perché Reggio non può più permettersi amministratori che scambiano l’isolamento per purezza. Una città fragile ha bisogno di relazioni forti. Ha bisogno di un sindaco che sappia entrare nei ministeri non da questuante, ma da rappresentante autorevole di una comunità. Ha bisogno di qualcuno che non dica soltanto “Roma ci deve ascoltare”, ma sappia farsi ascoltare.
Cannizzaro sostiene di poterlo fare. E la sua scelta di lasciare il Parlamento rende questa affermazione più pesante. Perché chi lascia una posizione nazionale per scendere nell’arena comunale non può più nascondersi. O riesce, o risponde. O mantiene, o paga. O trasforma Reggio, o verrà giudicato da Reggio.
Questo, in politica, si chiama esporsi.
E l’esporsi è sempre preferibile al galleggiare.
Il comizio è stato anche un atto d’accusa contro l’amministrazione uscente: fondi persi, occasioni mancate, opere incompiute, città sporca, acqua assente, mercato di San Gregorio abbandonato, impianti sportivi gestiti nel caos, periferie trattate come margini. Sono accuse dure, alcune da verificare nel dettaglio amministrativo, ma politicamente chiare. Cannizzaro non intende fare il sindaco della manutenzione retorica. Vuole presentarsi come il sindaco della discontinuità.
E la discontinuità, a Reggio, non è un capriccio ideologico. È una necessità fisiologica.
Quando una città per anni impara ad abbassare lo sguardo, il primo compito della politica è costringerla a rialzarlo. Non promettendole il paradiso, ma restituendole il diritto di pretendere. Pretendere acqua. Pretendere decoro. Pretendere tempi certi. Pretendere uffici che funzionino. Pretendere cantieri chiusi. Pretendere una classe dirigente che non consideri la città un destino minore.
Cannizzaro parla spesso di “normalizzazione”. Qualcuno potrebbe considerarla una parola modesta. In realtà, per Reggio, è una parola gigantesca. Normalizzare significa togliere l’alibi dell’emergenza permanente. Significa dire che una città civile non può vivere come se ogni servizio essenziale fosse una concessione straordinaria. Significa stabilire che non è eroico avere l’acqua, non è miracoloso avere una strada pulita, non è epocale ricevere una risposta da un ufficio pubblico. È semplicemente normale.
E dopo la normalità viene l’ambizione.
Il turismo, il brand Reggio, il Made in Reggio, la blue economy, il polo congressuale, la cabinovia, il campus universitario, il porto, l’aeroporto, gli eventi, il commercio: il programma di Cannizzaro è una miscela di opere, simboli e visione. Si può essere d’accordo o no su ogni singolo punto, ma almeno c’è una direzione. E una città senza direzione è come una nave con un equipaggio stanco: può anche non affondare subito, ma non arriverà mai da nessuna parte.
Quella del centrosinistra, in questi anni, è sembrata spesso una politica di permanenza. Restare. Resistere. Giustificare. Amministrare il meno peggio. Cannizzaro propone una politica di movimento. Partire. Costruire. Portare. Pretendere. Fare.
La parola “fare” è abusata, certo. Tutti fanno, o dicono di fare. Ma nel discorso di Cannizzaro assume una sfumatura diversa, perché viene opposta frontalmente alla stagione del rinvio. Alla stagione degli atti annunciati e mai percepiti dalla gente. Alla stagione in cui la città ufficiale raccontava una cosa e la città reale ne viveva un’altra.
La città ufficiale parlava di basi solide. La città reale chiedeva acqua.
La città ufficiale parlava di futuro. La città reale contava le buche.
La città ufficiale parlava di risanamento. La città reale vedeva giovani partire.
La città ufficiale parlava di cultura. La città reale chiedeva servizi.
Cannizzaro ha costruito la sua campagna su questa frattura. E se il suo discorso ha avuto forza, è perché non ha cercato di lisciare il pelo alla burocrazia delle buone intenzioni. Ha detto, in sostanza: basta. Basta con la città rassegnata. Basta con la politica che spiega perché non può fare. Basta con le scuse. Basta con il tirare a campare.
Reggio non è una città da amministrare al minimo sindacale. È una città da rimettere al centro.
Questa è la promessa. Ed è anche il rischio.
Perché più alta è l’ambizione, più severo sarà il giudizio. Cannizzaro chiede fiducia non per gestire l’esistente, ma per cambiare passo. Se diventerà sindaco, non potrà più permettersi la comodità dell’opposizione, né la libertà del comizio. Dovrà trasformare la passione in delibere, la rabbia in procedure, la visione in cantieri, gli slogan in cronoprogrammi, la speranza in risultati.
Ma almeno ha scelto il terreno della sfida.
Ed è già molto, in un tempo in cui tanti preferiscono il rifugio della prudenza.
Lasciare il Parlamento per Reggio significa dire che la città vale più della carriera. Significa scommettere su una comunità quando sarebbe più semplice parlarne da lontano. Significa accettare che il consenso non sia una rendita, ma un patto: io vengo, mi espongo, mi prendo il peso, voi mi giudicate.
In questo c’è qualcosa di politicamente serio.
Reggio Calabria non ha bisogno di un sindaco che le chieda di avere pazienza per altri cinque anni. Non ha bisogno di un amministratore che sappia spiegare con eleganza perché le cose non funzionano. Non ha bisogno di un custode della rassegnazione. Ha bisogno di una guida che abbia il coraggio di indicare una meta e la forza di farsi misurare sul cammino.
Cannizzaro, con tutti i suoi eccessi, con il suo temperamento, con la sua voce alta e il suo linguaggio diretto, ha portato in questa campagna elettorale una cosa che mancava: l’idea che Reggio possa smettere di sopravvivere e ricominciare a volere.
Volere dignità. Volere efficienza. Volere bellezza. Volere lavoro. Volere turismo. Volere infrastrutture. Volere una classe dirigente che non viva la città come una pratica da archiviare, ma come una missione da compiere.
La politica, quando è piccola, chiede voti per durare. Quando è grande, chiede voti per cambiare.
A Piazza De Nava, Francesco Cannizzaro ha chiesto a Reggio di non avere più paura della propria grandezza. Ha chiesto ai rassegnati di tornare alle urne. Ha chiesto ai delusi di credere ancora. Ha chiesto alla città di uscire dal recinto del “si è sempre fatto così”. E ha messo sul tavolo la sua scelta personale più forte: lasciare Roma per giocarsi tutto qui, nella sua terra, davanti al suo popolo.
Ora la domanda non è più se Cannizzaro abbia alzato troppo l’asticella.
La domanda è se Reggio voglia continuare a vivere sotto l’asticella.
Per dodici anni le hanno spiegato che bastava resistere. Cannizzaro le dice che può vincere. E una città che ha conosciuto la rassegnazione dovrebbe almeno avere il coraggio di ascoltare chi le propone la vittoria.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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