Il comizio del sindaco facente funzioni tra sentimenti, promesse sui conti e il solito scaricabarile politico
Il candidato del centrosinistra che scambia Reggio Calabria per un abbraccio
Domenico Battaglia chiude la campagna elettorale puntando tutto sull’emozione e sulla continuità affettiva. Ma dopo dodici anni di amministrazione dello stesso segno, la retorica del “baratro passato” e dei giovani come tappezzeria emotiva non basta più: alla città reale non servono metafore sul Mediterraneo, serve un’amministrazione che funzioni.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un modo antico, tutto italiano, di chiudere una campagna elettorale: non si presentano conti, si presentano sentimenti. Non si dice “ho fatto”, si dice “mi avete abbracciato”. Non si spiega dove si è fallito, si racconta quanto si è emozionati. Domenico Battaglia ha scelto questa strada: quella del cuore in mano, della città madre, del candidato figlio, padre, cittadino, barista mancato e sindaco tra i cittadini.
Peccato che Reggio Calabria non abbia bisogno di un album di famiglia. Ha bisogno di amministrazione.
Il discorso comincia con l’emozione. “Sono molto emozionato”, dice Battaglia. E va bene: l’emozione è umana. Ma in politica diventa sospetta quando prende il posto della responsabilità. Perché il cittadino non chiede al sindaco se si commuove. Gli chiede se la città funziona. Se i servizi arrivano. Se i quartieri sono puliti. Se un giovane può lavorare senza dover fare il biglietto per Milano, Torino o l’estero. L’emozione, in campagna elettorale, è spesso il profumo spruzzato su una stanza che non si è avuto il coraggio di arieggiare.
Poi arriva il “cittadino tra i cittadini”. Formula bellissima, e proprio per questo pericolosa. Tutti i politici, quando chiedono voti, diventano cittadini tra i cittadini. Vanno al bar, ascoltano, stringono mani, sorridono anche a chi non saluterebbero in ascensore. Ma Palazzo San Giorgio non si governa con il cappuccino delle sette del mattino. Il bar può essere un termometro, non un programma. Se bastasse “stare tra la gente”, Reggio avrebbe già risolto i suoi problemi con una colazione.
Battaglia rivendica di non essersi snaturato. Il punto, però, non è se lui sia rimasto uguale a sé stesso. Il punto è se Reggio sia cambiata. E qui il discorso si fa più scivoloso. Perché il candidato non parla solo da sfidante: parla da continuità amministrativa. È l’uscente, anche se con la formula elegante del facente funzioni. SkyTg24 lo definisce infatti l’uscente della tornata, avendo preso il posto di Falcomatà dopo l’elezione di quest’ultimo in Consiglio regionale.
E allora la domanda è semplice: se la città è pronta a correre, perché dopo dodici anni bisogna ancora prometterle le scarpe?
Il passaggio sui conti è il più ambizioso e il più fragile. “Sono stati risanati i conti”, dice Battaglia. “Da adesso in avanti si può finalmente parlare di futuro”. Ma il futuro, in politica, è spesso il rifugio di chi non vuole discutere il presente. Nel 2025 lo stesso Battaglia parlava di un disavanzo di 191 milioni di euro, pur ridotto di 20 milioni rispetto all’anno precedente. Dunque, prudenza: ridurre un disavanzo non significa aver trasformato il bilancio in un giardino all’inglese. Significa aver tolto qualche pietra da una montagna. Bene. Ma non si venda la montagna come una pianura.
Il candidato ricorda il “buco” certificato dagli ispettori anni fa e lo attribuisce al passato. Argomento noto, comodo, ripetuto. Il passato esiste, pesa, va ricordato. Ma non può diventare una rendita morale permanente. Dopo dodici anni di amministrazione dello stesso campo politico, continuare a dire “prima c’era il baratro” non basta più. Dopo dodici anni, il baratro o lo hai chiuso o ci hai costruito sopra il tuo comizio.
Poi c’è la promessa ai giovani: farli restare. Nobile, necessaria, quasi obbligatoria. Ma anche qui il discorso cade nel catalogo delle buone intenzioni: Università, lavoro, imprenditoria giovanile, spazi, centri, talenti, competenze. Tutto giusto. Tutto già sentito. Il problema non è pronunciare la parola “giovani”. Il problema è dire quale impresa assume, quale incentivo funziona, quale ufficio autorizza in tempi certi, quale spazio viene aperto, con quali soldi, entro quale data. Senza numeri, i giovani diventano la tappezzeria emotiva del comizio: li si nomina perché fanno futuro, poi li si lascia fare le valigie.
La città competitiva, dice Battaglia, nascerà con semplificazione amministrativa, infrastrutture adeguate, servizi efficienti e istituzioni affidabili. Perfetto. Ma questa è una confessione involontaria. Se dopo dodici anni bisogna ancora invocare servizi efficienti e istituzioni affidabili, vuol dire che l’amministrazione uscente non può intestarsi soltanto il risanamento e scaricare il resto sul destino, sulla Regione, su Roma o su Ponzio Pilato.
Anche la ZES, il turismo, la logistica e il digitale entrano nel discorso come mobili di pregio in una casa senza planimetria. “Reggio hub del Mediterraneo”: formula maestosa. Ma il Mediterraneo non si conquista a colpi di metafore. Servono porti, collegamenti, tempi amministrativi, investitori, sicurezza urbana, decoro, continuità nei trasporti, capacità di vendere la città oltre la retorica della bellezza. Dire che Reggio è strategica per posizione geografica è vero. Ma anche Troia era strategica, e sappiamo com’è finita.
Sulla cultura, Battaglia immagina Reggio come brand. Qui la parola è rivelatrice. La città non è più comunità, è marchio. “Brand Reggio”. Rete museale, poli culturali, turismo sociale, eventi sportivi. Tutto condivisibile, ma di nuovo impalpabile. La candidatura a Capitale della Cultura viene evocata come prova di maturità; ma candidarsi non è vincere, e progettare non è realizzare. La cultura non è un adesivo da mettere sulla brochure del weekend. È gestione quotidiana, orari, manutenzione, trasporti, comunicazione, biglietteria, accoglienza, bagni funzionanti. La civiltà, spesso, comincia lì.
Poi arriva l’aeroporto. Battaglia dice che non si fa turismo solo modernizzando un aeroporto esistente e attacca la destra sui voli. Qui il discorso diventa più politico che amministrativo. È vero che la continuità e qualità dei collegamenti aerei sono decisive, ed è vero che notizie recenti hanno segnalato incertezze e cancellazioni su rotte invernali da Reggio. Ma trasformare ogni problema aeroportuale in una requisitoria contro la Regione è una scorciatoia. L’aeroporto serve alla città, non alla propaganda. Se i voli ci sono, se ne beneficia Reggio. Se mancano, perde Reggio. Il cittadino non parte con la tessera di partito in mano: parte, quando può, con un bagaglio a mano e molta pazienza.
Il capitolo sanità è il più duro: Battaglia parla di “turismo sanitario” provocato dalla malasanità regionale. È un’accusa politicamente potente, ma usata così rischia di diventare uno scudo universale. La sanità calabrese ha problemi profondi e antichi, ma il Comune non può limitarsi a indicare il colpevole esterno ogni volta che il discorso inciampa. Se tutto ciò che non funziona è colpa della Regione, e tutto ciò che funziona è merito del Comune, siamo davanti non a un programma ma a una liturgia.
L’autonomia differenziata, l’Alta Velocità, il Ponte: qui il comizio si allarga e diventa comizio nazionale. Battaglia accusa il centrodestra di tradire Reggio. Ma l’elettore comunale ha il diritto di chiedere: sto eleggendo un sindaco o un capogruppo parlamentare? Sull’Alta Velocità, i numeri sono complessi: RFI indica per gli interventi prioritari AV/AC Salerno-Reggio Calabria investimenti per 11,2 miliardi, mentre il dibattito politico insiste sulla mancanza di ulteriori risorse per completare l’intera direttrice fino a Reggio. Il punto è serio. Ma proprio perché è serio non andrebbe ridotto a clava da palco.
Quanto al Ponte, Battaglia dice che non si costruirà mai. Può pensarlo. Può combatterlo. Può ritenerlo un errore. Ma dire “non si costruirà mai” mentre il MIT indica un cronoprogramma con fasi operative e completamento previsto al 2032 significa trasformare una previsione politica in una certezza oracolare. E gli oracoli, in Calabria, hanno già fatto abbastanza danni.
C’è poi la polemica sui manifesti abusivi e sull’“aeroporto Cannizzaro”. Battuta riuscita? Forse. Elegante? Meno. Utile? Poco. Il candidato che invoca il futuro e poi dedica spazio ai cartelloni dell’avversario somiglia a chi promette di guardare l’orizzonte ma resta ipnotizzato dal vicino di ombrellone. Le regole della campagna elettorale vanno rispettate, certo. Ma se si denuncia un abuso, si portano atti, verbali, sanzioni. Altrimenti è teatro. E il teatro, se non è pagato dal botteghino, lo paga sempre il cittadino.
Il discorso torna poi al programma: rete museale, hub mediterraneo, logistica integrata, relazioni con i Paesi del Mediterraneo. Qui Battaglia costruisce una catena logica: i giovani restano se c’è lavoro, il lavoro cresce se ci sono investimenti, gli investimenti aumentano se la città è attrattiva, l’attrattività cresce con cultura, servizi e qualità urbana. La catena è impeccabile. Peccato manchi l’anello principale: chi lo fa, quando, con quali strumenti e con quali responsabilità se fallisce.
Perché la politica italiana è piena di catene logiche senza fabbro. Tutti sanno dire che il lavoro nasce dagli investimenti. Il difficile è portare gli investimenti dove la burocrazia scoraggia, dove i servizi zoppicano, dove il decoro urbano è intermittente, dove la fiducia istituzionale non si proclama ma si conquista sportello dopo sportello.
Battaglia rivendica la squadra. Dice di sapersi dotare dei migliori assessori. È un’affermazione importante, ma tardiva se viene da chi ha già partecipato al governo della città. La squadra non è un accessorio post-voto, da estrarre dal cilindro dopo l’applauso. È parte della proposta politica. I cittadini dovrebbero sapere prima chi amministrerà urbanistica, bilancio, lavori pubblici, welfare, ambiente. La “migliore squadra” promessa al futuro è spesso il modo gentile per non disturbare gli equilibri del presente.
Sulle circoscrizioni, Battaglia rivendica: “le abbiamo volute noi”. Bene (anche se non è vero e lo sanno pure le pietre). Ma anche qui c’è il rischio della medaglia appuntata sul petto prima della gara. I municipi e le circoscrizioni possono essere strumenti di prossimità o piccoli parlamentini di sottogoverno. Dipende da competenze, risorse, trasparenza, poteri effettivi. La prossimità senza poteri è folklore. La prossimità con poteri opachi è clientela. La città deve sapere quale delle due cose le stanno offrendo.
Infine, il grande spauracchio: “non consentire che la città ritorni nel baratro”, “la destra torni a devastare”, “cinque anni di sperpero”. Ecco la chiusura più vecchia del repertorio: votate noi non perché siamo stati straordinari, ma perché gli altri sarebbero una catastrofe. È la politica dell’incendio preventivo. Non illumina il programma, brucia l’avversario. Ma dopo dodici anni, l’elettore può legittimamente rispondere: basta con il baratro come argomento ereditario. Reggio non può vivere eternamente sotto ricatto morale.
Il centrosinistra nazionale tornerà al governo nel 2027, dice Battaglia, e quindi Reggio deve essere “allineata”. Questa è forse la frase più rivelatrice. Una città non deve essere allineata: deve essere rispettata. Il sindaco non è il terminale locale di una maggioranza romana futura, ipotetica, desiderata. È il rappresentante di una comunità concreta. Reggio non deve votare per mettersi in riga con Roma. Deve votare per mettere in riga chi la amministra.
La chiusa è identitaria: “Reggio ha bisogno di un reggino per Reggio”. Frase calda, efficace, ma pericolosa. Perché una città non si salva con il certificato di nascita. Si salva con competenza, coraggio, sobrietà, capacità di decidere. Essere reggino può essere un titolo d’amore, non un titolo di merito. Anche chi ama una città può amministrarla male. Anche chi la conosce può non saperla cambiare. Anche chi dice “la mia Reggio” può, senza accorgersene, trattarla come proprietà sentimentale.
Il discorso di Battaglia ha un pregio: mostra una certa idea della politica. La politica come continuità affettiva, come famiglia, come memoria, come appartenenza, come racconto di una città risorta e pronta a correre. Ma ha anche un difetto capitale: chiede fiducia per il futuro senza sottoporre fino in fondo il passato a giudizio. Promette la corsa dopo aver governato il passo. Indica nemici esterni per ogni ostacolo interno. Parla di visione, ma spesso offre slogan. Parla di giovani, ma non consegna strumenti. Parla di brand, hub, attrattività, Mediterraneo, cultura, logistica: tutte parole grandi, così grandi da rischiare di coprire la città reale.
E la città reale, alla fine, non vota dentro le metafore. Vota nelle strade, nei quartieri, negli uffici, negli autobus, nei cantieri, nelle scuole, nei bilanci, negli aeroporti, nei marciapiedi. Vota nella vita quotidiana.
A Reggio Calabria non serve un candidato che dica “sono emozionato”. Serve un sindaco che, davanti ai problemi, faccia emozionare gli altri per una ragione più rara: perché finalmente qualcosa funziona.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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