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REGGIO CALABRIA. IL "SILENZIO OPEROSO" DI MIMMO BATTAGLIA: SE LA SERIETÀ DIVENTA L'ULTIMA FORMA DI TRASGRESSIONE

REGGIO CALABRIA. IL "SILENZIO OPEROSO" DI MIMMO BATTAGLIA: SE LA SERIETÀ DIVENTA L'ULTIMA FORMA DI TRASGRESSIONE

A Reggio Calabria, in una stagione in cui molti inseguono l’effetto e pochi accettano il peso della responsabilità, la candidatura di Battaglia prova a riportare la discussione sulla sostanza: i conti, i servizi, il welfare, il lavoro, il porto, il futuro dello Stretto.

Non la promessa miracolosa, ma la continuità amministrativa. Non il leader di cartapesta, ma un uomo che rivendica serietà, coerenza, rispetto delle istituzioni e una visione concreta per la città. In tempi di politica spettacolo, è già una notizia.


Niente urla, niente selfie, solo dossier: a Reggio Calabria c’è chi pensa che governare sia ancora un lavoro e non uno sport estremo.

In un mondo di leader che inseguono l’algoritmo, Battaglia insegue la coerenza. Una scelta così "antica" da sembrare quasi futurista. Ecco perché la sua politica senza spettacolo è la vera notizia in una città che ha smesso di credere ai maghi.

L'Editoriale di Luigi Palamara

Ci sono città che non hanno bisogno di essere sedotte. Hanno bisogno di essere capite. Reggio Calabria è una di queste. Ha conosciuto troppe ferite per lasciarsi incantare ancora dalle formule facili, dalle parole troppo lucide, dalle candidature costruite a tavolino per sembrare nuove anche quando non portano nulla di nuovo. È una città che, prima di tutto, chiede affidabilità. E dentro questo quadro si colloca la figura di Mimmo Battaglia.

Non è un candidato che punta sull’urlo. Non cerca il titolo violento, la polemica quotidiana, il gesto che faccia scalpore per una giornata. Il suo discorso, anzi, si muove in una direzione quasi controcorrente: quella della continuità amministrativa, del rispetto delle istituzioni, del lavoro compiuto senza trasformare ogni atto di governo in una recita. In un’epoca in cui molti pensano che amministrare significhi soprattutto apparire, questa impostazione può sembrare perfino dimessa. In realtà è una forma di serietà. E oggi la serietà, in politica, è diventata quasi una trasgressione.

Battaglia parte da un punto preciso: una città non si governa cancellando tutto ciò che è stato fatto prima per riscriverlo con il proprio nome. Si governa portando a compimento un percorso, assumendosene il peso, correggendo gli errori, consolidando ciò che funziona e aprendo nuove strade dove ancora manca risposta. È una concezione adulta della politica. Non l’amministrazione come palcoscenico del singolo, ma come responsabilità collettiva.

Quando insiste sul tema del risanamento dei conti, qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di materia tecnica, poco adatta a emozionare l’elettorato. Ma i bilanci, in una città, non sono mai un dettaglio contabile. Sono la condizione della libertà amministrativa. Se le casse non reggono, non regge nulla: non i servizi, non la programmazione, non gli investimenti, non la credibilità delle istituzioni. Battaglia ricorda che questo progetto è stato sostenuto quando i soldi non c’erano, quando occorreva rimettere ordine, restituire affidabilità al Comune, ricostruire una spina dorsale. È una rivendicazione politica seria, perché riconduce il governo della città a ciò che davvero lo rende possibile: la solidità.

Ma nel suo discorso non c’è solo il rigore. C’è anche l’idea che una città si misuri da come tratta i più fragili. E qui entra il capitolo del welfare, che forse è uno dei passaggi più rilevanti della sua proposta. Asili, servizi per il “dopo di noi”, ricoveri, luoghi di aggregazione per giovani e anziani, attenzione verso chi vive per strada, verso chi ha bisogno di un posto letto sicuro nelle notti di freddo, verso chi non ha da mangiare. Non sono enunciazioni di principio. Sono tasselli di una idea precisa di comunità.

Una politica che non sa vedere chi resta indietro è una politica che fallisce, anche quando inaugura opere. Una città civile non si misura solo dai cantieri o dai grandi progetti, ma dalla cura che offre a chi non ha protezioni. In questo senso Battaglia prova a tenere insieme due dimensioni che spesso vengono separate: il rigore amministrativo e la solidarietà sociale. E invece un’amministrazione matura deve saper fare entrambe le cose: mettere in ordine e, allo stesso tempo, non lasciare solo nessuno.

C’è poi il tema delle partecipate, che nel suo discorso torna come uno snodo centrale. Non è un argomento secondario, perché le partecipate raccontano in piccolo la qualità complessiva del governo cittadino. Se affondano, affonda una parte della credibilità pubblica. Se funzionano, funzionano meglio anche i servizi e il rapporto dei cittadini con l’istituzione. Battaglia rivendica di avere evitato il fallimento, di avere rimesso in carreggiata aziende decisive, di avere fatto di Atam un punto di forza nel sistema della mobilità. Al di là delle formule, il messaggio è chiaro: anche ciò che sembrava compromesso può essere recuperato, se esiste una guida capace di affrontare i problemi e non di aggirarli.

In questo quadro acquista significato anche una sua definizione: il Comune come “azionista di maggioranza della città”. È un’espressione forte, ma efficace. Dice che il Comune non deve vivere come una macchina separata dalla vita reale, ma come un soggetto che ha il dovere di orientare, sostenere, attivare, proteggere. Non soltanto amministrare il presente, ma creare condizioni di fiducia per il futuro.

Da qui deriva anche il forte accento posto sul lavoro. Nel suo discorso torna il riferimento al precariato, agli LSU e agli LPU, alla necessità di garantire risposte a chi vive in una condizione sospesa da troppo tempo. È un tema decisivo in una città del Sud, dove la fragilità occupazionale non è una parentesi, ma spesso una struttura. Battaglia prova a dire che il Comune non può voltarsi dall’altra parte. E collega questo ragionamento agli oltre 200 posti di lavoro garantiti attraverso concorsi pubblici, rivendicati come limpidi, trasparenti, privi perfino di ricorsi.

Qui il punto non è soltanto numerico. Qui entra in scena la legalità come criterio di governo. Non la legalità declamata, ma quella praticata nelle procedure, nelle selezioni, nella trasparenza delle scelte. In territori dove la fiducia verso le istituzioni è stata troppe volte ferita, affermare che un concorso può svolgersi pulitamente, che una decisione amministrativa può essere leggibile, che il merito può trovare spazio senza ombre, non è un dettaglio. È una scelta politica e morale. Battaglia insiste su questo perché sa che una città si rialza anche così: restituendo ai cittadini il senso che le regole non siano una finzione.

Un altro elemento importante della sua candidatura è la visione di sviluppo che propone per Reggio. Non una città chiusa in se stessa, non una periferia rassegnata, ma una città collocata nel cuore del Mediterraneo, proiettata nell’area integrata dello Stretto, capace di giocare la carta del porto, del Museo del Mare, dei flussi turistici, del circuito delle crociere, dei grandi progetti infrastrutturali e culturali. Qui Battaglia prova a fare un salto ulteriore: non limitarsi a difendere l’esistente, ma restituire a Reggio una centralità.

Parlare di area integrata dello Stretto significa pensare la città dentro una geografia più ampia, più moderna, più ambiziosa. Significa leggere Reggio non come un margine, ma come uno snodo. Il porto, in questo disegno, non è soltanto un’infrastruttura: è il simbolo di una città che vuole riaprire il proprio rapporto con il Mediterraneo e con il proprio destino. Il Museo del Mare non è soltanto un’opera: è un modo di tenere insieme identità e prospettiva, memoria e attrattività. Le crociere, il turismo, il sistema dello Stretto, diventano così non slogan, ma tasselli di una possibile strategia.

È questo, forse, il tratto più interessante della proposta di Battaglia: il tentativo di tenere insieme la quotidianità amministrativa e una visione più grande. Bilanci e Mediterraneo. Welfare e porto. Partecipate e Stretto. Precariato e sviluppo. Non sempre la politica riesce a fare questa sintesi. Spesso si ferma o alla minuta amministrazione o alla propaganda visionaria. Qui invece c’è la prova a saldare i due livelli.

Nel suo discorso c’è anche un richiamo forte al rispetto delle istituzioni e alla dignità della città. È un punto da non sottovalutare. Quando Battaglia rifiuta che sul destino di Reggio si scherzi, quando contesta certe leggerezze pronunciate nei luoghi più alti della politica calabrese, non sta difendendo una suscettibilità personale. Sta difendendo il principio che le città del Sud non possono continuare a essere trattate come materia di ironia, di paternalismo o di compensazione politica. Chiedere rispetto per Reggio significa chiedere rispetto per i suoi cittadini, per la sua storia, per la sua fatica.

Questo si lega direttamente a un altro registro molto presente nella sua narrazione: l’orgoglio civico. Difendere Reggio, essere “reggini per Reggio”, sottrarre la città alle imposizioni venute da fuori, non è soltanto una formula identitaria. È il tentativo di saldare amministrazione e appartenenza, governo e sentimento civico. In una terra che ha conosciuto spesso il peso delle decisioni calate dall’alto, questo richiamo ha una sua forza, purché non resti parola. Battaglia prova a farne invece una parte del proprio profilo politico.

C’è poi un aspetto di stile che, in tempi come questi, diventa sostanza. Battaglia non si muove da tribuno. Non sembra amare la rissa permanente, né la delegittimazione personale dell’avversario. Anche quando polemizza, rivendica misura. Anche quando difende le proprie scelte, evita il tono messianico. È una leadership mite, ma non per questo debole. Ferma, ma non aggressiva. E in democrazia lo stile conta, eccome se conta. Perché il modo in cui si parla degli altri, delle istituzioni e della città anticipa spesso il modo in cui si eserciterà il potere.

Nel suo discorso affiora anche il tema della coerenza. Restare sempre dalla stessa parte, continuare a remare nella stessa direzione, riconoscere perfino il valore formativo delle sconfitte: sono passaggi che costruiscono l’immagine di un uomo politico che non cambia pelle a seconda del vento. Si può condividere o meno questa traiettoria, ma non si può negare che vi sia un filo. E oggi, in politica, avere un filo è già una forma di distinzione.

Infine c’è la dimensione più personale, quella che emerge quando Battaglia richiama il padre (Pietro), la memoria, l’eredità, il senso di una appartenenza che non nasce con la campagna elettorale ma la precede. È un passaggio delicato, che può essere letto in molti modi, ma che qui sembra avere soprattutto il valore di una continuità umana oltre che politica. Come a dire che la candidatura non nasce da una trovata recente, ma da una storia, da una presenza, da un legame con la città sedimentato nel tempo.

Alla fine, naturalmente, saranno gli elettori a decidere. Ed è giusto che sia così. Ma prima ancora del voto, una considerazione si può fare. In una stagione in cui la politica sembra spesso premiare il personaggio, Mimmo Battaglia propone un’altra figura: quella dell’amministratore che non promette magie, ma lavoro; che non vende illusioni, ma serietà; che non chiede fiducia per il clamore che produce, ma per la continuità, la trasparenza, il welfare, il lavoro, lo sviluppo, il porto, lo Stretto, la legalità e il rispetto che mette in campo.

Può sembrare poco, in tempi di propaganda muscolare. In realtà è molto. Perché le città vere, prima degli slogan, hanno bisogno di uomini affidabili. E l’affidabilità, quasi sempre, non fa rumore. Però costruisce.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

REGGIO CALABRIA. IL "SILENZIO OPEROSO" DI MIMMO BATTAGLIA: SE LA SERIETÀ DIVENTA L'ULTIMA FORMA DI TRASGRESSIONE Mimmo Battaglia e la politica che non urla A Reggio Calabria, in una stagione in cui molti inseguono l’effetto e pochi accettano il peso della responsabilità, la candidatura di Battaglia prova a riportare la discussione sulla sostanza: i conti, i servizi, il welfare, il lavoro, il porto, il futuro dello Stretto. Non la promessa miracolosa, ma la continuità amministrativa. Non il leader di cartapesta, ma un uomo che rivendica serietà, coerenza, rispetto delle istituzioni e una visione concreta per la città. In tempi di politica spettacolo, è già una notizia.  ​Niente urla, niente selfie, solo dossier: a Reggio Calabria c’è chi pensa che governare sia ancora un lavoro e non uno sport estremo. In un mondo di leader che inseguono l’algoritmo, Battaglia insegue la coerenza. Una scelta così "antica" da sembrare quasi futurista. Ecco perché la sua politica senza spettacolo è la vera notizia in una città che ha smesso di credere ai maghi. L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono città che non hanno bisogno di essere sedotte. Hanno bisogno di essere capite. Reggio Calabria è una di queste. Ha conosciuto troppe ferite per lasciarsi incantare ancora dalle formule facili, dalle parole troppo lucide, dalle candidature costruite a tavolino per sembrare nuove anche quando non portano nulla di nuovo. È una città che, prima di tutto, chiede affidabilità. E dentro questo quadro si colloca la figura di Mimmo Battaglia. Non è un candidato che punta sull’urlo. Non cerca il titolo violento, la polemica quotidiana, il gesto che faccia scalpore per una giornata. Il suo discorso, anzi, si muove in una direzione quasi controcorrente: quella della continuità amministrativa, del rispetto delle istituzioni, del lavoro compiuto senza trasformare ogni atto di governo in una recita. In un’epoca in cui molti pensano che amministrare significhi soprattutto apparire, questa impostazione può sembrare perfino dimessa. In realtà è una forma di serietà. E oggi la serietà, in politica, è diventata quasi una trasgressione. Battaglia parte da un punto preciso: una città non si governa cancellando tutto ciò che è stato fatto prima per riscriverlo con il proprio nome. Si governa portando a compimento un percorso, assumendosene il peso, correggendo gli errori, consolidando ciò che funziona e aprendo nuove strade dove ancora manca risposta. È una concezione adulta della politica. Non l’amministrazione come palcoscenico del singolo, ma come responsabilità collettiva. Quando insiste sul tema del risanamento dei conti, qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di materia tecnica, poco adatta a emozionare l’elettorato. Ma i bilanci, in una città, non sono mai un dettaglio contabile. Sono la condizione della libertà amministrativa. Se le casse non reggono, non regge nulla: non i servizi, non la programmazione, non gli investimenti, non la credibilità delle istituzioni. Battaglia ricorda che questo progetto è stato sostenuto quando i soldi non c’erano, quando occorreva rimettere ordine, restituire affidabilità al Comune, ricostruire una spina dorsale. È una rivendicazione politica seria, perché riconduce il governo della città a ciò che davvero lo rende possibile: la solidità. Ma nel suo discorso non c’è solo il rigore. C’è anche l’idea che una città si misuri da come tratta i più fragili. E qui entra il capitolo del welfare, che forse è uno dei passaggi più rilevanti della sua proposta. Asili, servizi per il “dopo di noi”, ricoveri, luoghi di aggregazione per giovani e anziani, attenzione verso chi vive per strada, verso chi ha bisogno di un posto letto sicuro nelle notti di freddo, verso chi non ha da mangiare. Non sono enunciazioni di principio. Sono tasselli di una idea precisa di comunità. Articolo completo su CartaStraccia.News

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Intervento di Mimmo Battaglia Candidato a Sindaco di Reggio Calabria per il Centrosinistra in occasione dell'apertura della Segreteria Politica sul Corso Garibaldi. 19 aprile 2026 REGGIO CALABRIA. IL "SILENZIO OPEROSO" DI MIMMO BATTAGLIA: SE LA SERIETÀ DIVENTA L'ULTIMA FORMA DI TRASGRESSIONE A Reggio Calabria, in una stagione in cui molti inseguono l’effetto e pochi accettano il peso della responsabilità, la candidatura di Battaglia prova a riportare la discussione sulla sostanza: i conti, i servizi, il welfare, il lavoro, il porto, il futuro dello Stretto. Non la promessa miracolosa, ma la continuità amministrativa. Non il leader di cartapesta, ma un uomo che rivendica serietà, coerenza, rispetto delle istituzioni e una visione concreta per la città. In tempi di politica spettacolo, è già una notizia. ​Niente urla, niente selfie, solo dossier: a Reggio Calabria c’è chi pensa che governare sia ancora un lavoro e non uno sport estremo. In un mondo di leader che inseguono l’algoritmo, Battaglia insegue la coerenza. Una scelta così "antica" da sembrare quasi futurista. Ecco perché la sua politica senza spettacolo è la vera notizia in una città che ha smesso di credere ai maghi. L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono città che non hanno bisogno di essere sedotte. Hanno bisogno di essere capite. Reggio Calabria è una di queste. Ha conosciuto troppe ferite per lasciarsi incantare ancora dalle formule facili, dalle parole troppo lucide, dalle candidature costruite a tavolino per sembrare nuove anche quando non portano nulla di nuovo. È una città che, prima di tutto, chiede affidabilità. E dentro questo quadro si colloca la figura di Mimmo Battaglia. Non è un candidato che punta sull’urlo. Non cerca il titolo violento, la polemica quotidiana, il gesto che faccia scalpore per una giornata. Il suo discorso, anzi, si muove in una direzione quasi controcorrente: quella della continuità amministrativa, del rispetto delle istituzioni, del lavoro compiuto senza trasformare ogni atto di governo in una recita. In un’epoca in cui molti pensano che amministrare significhi soprattutto apparire, questa impostazione può sembrare perfino dimessa. In realtà è una forma di serietà. E oggi la serietà, in politica, è diventata quasi una trasgressione. Battaglia parte da un punto preciso: una città non si governa cancellando tutto ciò che è stato fatto prima per riscriverlo con il proprio nome. Si governa portando a compimento un percorso, assumendosene il peso, correggendo gli errori, consolidando ciò che funziona e aprendo nuove strade dove ancora manca risposta. È una concezione adulta della politica. Non l’amministrazione come palcoscenico del singolo, ma come responsabilità collettiva. Quando insiste sul tema del risanamento dei conti, qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di materia tecnica, poco adatta a emozionare l’elettorato. Ma i bilanci, in una città, non sono mai un dettaglio contabile. Sono la condizione della libertà amministrativa. Se le casse non reggono, non regge nulla: non i servizi, non la programmazione, non gli investimenti, non la credibilità delle istituzioni. Battaglia ricorda che questo progetto è stato sostenuto quando i soldi non c’erano, quando occorreva rimettere ordine, restituire affidabilità al Comune, ricostruire una spina dorsale. È una rivendicazione politica seria, perché riconduce il governo della città a ciò che davvero lo rende possibile: la solidità. Ma nel suo discorso non c’è solo il rigore. C’è anche l’idea che una città si misuri da come tratta i più fragili. E qui entra il capitolo del welfare, che forse è uno dei passaggi più rilevanti della sua proposta. Asili, servizi per il “dopo di noi”, ricoveri, luoghi di aggregazione per giovani e anziani, attenzione verso chi vive per strada, verso chi ha bisogno di un posto letto sicuro nelle notti di freddo, verso chi non ha da mangiare. Non sono enunciazioni di principio. Sono tasselli di una idea precisa di comunità. Articolo intero su CartaStraccia.News

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