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Aeroporto dello Stretto, la commedia dei meriti in affitto: il motore lo accende Francesco Cannizzaro, gli altri salgono a bordo a viaggio iniziato

Gli atti parlamentari smontano la corsa a intestarsi il risultato: il Governo ha solo accettato un emendamento che ha un nome e un cognome ben precisi. Quando la realtà disturba il racconto elettorale, la politica merita solo irrilevanza.

Aeroporto dello Stretto, la commedia dei meriti in affitto: il motore lo accende Francesco Cannizzaro, gli altri salgono a bordo a viaggio iniziato.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Un vizio antico, nella politica italiana: arrivare a cose fatte, mettere il cappello sul risultato e poi spiegare al mondo che la storia è cominciata da lì. È una malattia della memoria corta, aggravata dall’ambizione lunga.

Sull’aeroporto dello Stretto, però, gli atti parlano più delle conferenze stampa. E gli atti dicono una cosa semplice, persino brutale nella sua evidenza: l’emendamento porta la firma di Francesco Cannizzaro. Il Governo, successivamente, lo ha accettato. Punto.

Il resto appartiene alla categoria delle ricostruzioni interessate, delle mezze verità, dei meriti presi in affitto quando tornano utili. Certo, in Parlamento molti possono intervenire, sollecitare, accompagnare, confermare. Ma in politica, come nella vita, conta chi accende il motore, non chi sale sul veicolo quando è già partito.

Qui non si tratta di cancellare il contributo di nessuno. Si tratta, al contrario, di impedire che qualcuno cancelli il dato essenziale: l’iter nasce da un emendamento che ha un nome e un cognome. E quel nome e cognome sono quelli di Francesco Cannizzaro. Il Governo non ne fu l’autore: ne accettò il percorso.

È una distinzione elementare, ma evidentemente scomoda. Perché quando la realtà disturba la propaganda, la propaganda prova a riscrivere la realtà. E quando una politica arriva al punto di negare ciò che è scritto, ciò che è documentato, ciò che è verificabile, allora non merita indignazione: merita irrilevanza.

L’aeroporto dello Stretto non è un trofeo personale, né un santino elettorale da agitare in campagna elettorale. È un’infrastruttura pubblica, un’opera strategica, un diritto del territorio. Ma proprio per questo la verità va rispettata. Non manipolata.

Si può discutere di tutto: dei tempi, dei lavori, dei collegamenti, della gestione, delle prospettive future. Ma non si può trasformare la cronologia degli atti in una commedia dell’appropriazione indebita.

Chi ha avviato l’iter ha un merito politico preciso. Chi lo ha semplicemente confermato ha svolto un altro ruolo. Confondere le due cose non è una svista: è una scelta. E una politica che sceglie di negare l’evidenza, pur di intestarsi ciò che non le appartiene, dimostra soltanto una cosa: di non meritare di essere presa sul serio.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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