Il voto disgiunto e l’ultima spiaggia dei disperati
Reggio Calabria: l'ultima furbizia da retrobottega di partiti e "capibastone" senza più popolo né idee
IL VOTO SPEZZATINO: LA MACCHIETTA DEL VOTO DISGIUNTO E LA RESA DISPERATA DI CHI HA GIÀ PAURA DI PERDERE
Presentato come la formula magica per salvare lo scranno, l'incrocio sulla scheda è solo il sintomo del panico di una classe politica che non sa più che pesci pigliare. Reggio avrebbe bisogno di scelte nette e pane intero, ma c’è chi preferisce le solite alchimie da naufraghi per raccattare un consigliere qui e un favore di là.
A Reggio Calabria, quando la politica non sa più che pesci pigliare, scopre sempre qualche parola salvifica. Questa volta la parola è: voto disgiunto.
Sembra una formula elegante. Quasi tecnica. Una di quelle espressioni che fanno tanto convegno, tanto stratega da retrobottega, tanto esperto elettorale con l’aria di chi ha trovato la chiave del secolo. In realtà, spesso, è solo il nome rispettabile di una confusione.
Sia chiaro: il voto disgiunto è previsto, è lecito, è democratico. Nessuno lo mette in discussione. Alle Elezioni Comunali di Reggio Calabria del 24 e 25 maggio 2026, ogni cittadino voterà come crede. E guai se non fosse così. Il voto è libero, personale, segreto. E anche quando non ci piace, resta sacro.
Ma proprio perché il voto è una cosa seria, bisognerebbe evitare di trasformarlo in un gioco di prestigio.
Il voto disgiunto, tradotto dal politichese, dice questo: scelgo un candidato consigliere di una parte, ma voto un candidato sindaco di un’altra. È come salire su un treno e sperare che la locomotiva vada in una direzione mentre il vagone va nell’altra. Si può fare sulla scheda. Nella realtà, molto meno.
E qui nasce il problema. Perché un conto è la libertà dell’elettore, che non si discute. Un altro conto è la propaganda di chi, non riuscendo a convincere una città con un progetto chiaro, le suggerisce la scorciatoia del calcolo, dell’incrocio, dell’ambiguità.
Quando una classe politica crede davvero nel proprio candidato sindaco, lo sostiene apertamente. Quando crede davvero nella propria lista, la lega a un’idea di governo. Quando invece comincia a sussurrare “votate pure il nostro consigliere, ma magari scegliete un altro sindaco”, allora non siamo più davanti alla strategia. Siamo davanti alla resa.
Una resa elegante, magari. Ben vestita. Piena di paroline prudenti. Ma sempre resa.
La storia elettorale, del resto, insegna una cosa semplice: il voto disgiunto viene spesso agitato come una rivoluzione e finisce quasi sempre come un fuoco di paglia. Lo evocano quelli che non riescono a spostare davvero il consenso. Lo invocano quelli che vorrebbero cambiare gli equilibri senza avere la forza politica per farlo. Lo predicano quelli che non hanno più un popolo, ma solo una calcolatrice.
E allora ci si appella al voto disgiunto come il naufrago si appella alla tavola di legno. Non perché sia una nave, ma perché è rimasto solo quello.
A Reggio Calabria, città difficile, orgogliosa, ferita e viva, la politica dovrebbe avere il pudore della chiarezza. Dovrebbe dire ai cittadini: questo è il nostro candidato, questa è la nostra squadra, questa è la nostra idea di città. Punto. Senza acrobazie, senza occhiolini, senza doppi fondi.
Perché una città non si governa con i trucchi. Si governa con una maggioranza, con una visione, con responsabilità riconoscibili. E il giorno dopo le elezioni, quando i manifesti saranno staccati e le promesse avranno perso il profumo della campagna elettorale, qualcuno dovrà rispondere delle scelte fatte.
Il voto disgiunto può essere una libertà dell’elettore. Ma quando diventa parola d’ordine di partito, somiglia molto a un’ammissione di debolezza. È il segno di chi non riesce più a chiedere fiducia intera e allora si accontenta di un pezzo. Un consigliere qui, un sindaco là, un favore di qua, un malumore di là.
La politica ridotta a spezzatino.
E invece Reggio Calabria avrebbe bisogno di pane intero. Di scelte nette. Di uomini e donne che ci mettano la faccia, non la furbizia. Di candidati che dicano “venite con noi” e non “fate un po’ come vi pare, purché qualcosa resti nelle nostre mani”.
Certo, ognuno voterà come vuole. Ci mancherebbe. Ma chi oggi presenta il voto disgiunto come la grande arma segreta dovrebbe almeno avere il coraggio di confessare la verità: non è una prova di forza, è un sintomo di paura.
Paura di perdere. Paura di contarsi. Paura di scoprire che la città non segue più certi "capibastone", certi laboratori, certe alchimie da vecchia politica.
Il voto disgiunto, dunque, non va demonizzato. Sarebbe sciocco. Ma va smascherato quando diventa rifugio della disperazione politica. Perché la democrazia consente molte cose, anche quelle inutili. Ma non obbliga nessuno a scambiarle per genialità.
E Reggio Calabria, oggi più che mai, merita una politica che parli chiaro. Non una politica che, non sapendo più dove andare, chieda agli elettori di dividersi in due anche sulla scheda.
Perché alla fine una città può perdonare molte cose. La sconfitta, forse. L’errore, a volte. Ma la confusione venduta per strategia, quella no.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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