Il conto della montagna
di Luigi Palamara
La sera scendeva sull’Aspromonte con un passo lento, come una bestia stanca che conosce tutte le pietre del sentiero. Le querce si facevano nere, e tra i castagni l’aria odorava di fumo, di terra bagnata e di latte appena munto. Dalla valle saliva un vento sottile che pareva portare voci antiche, lamenti di donne, campanacci di capre, preghiere dette senza speranza.
Pietro camminava dietro a suo padre, senza parlare. Aveva ventidue anni e già gli pesava addosso la vita come una giacca d’inverno in pieno agosto. Da mesi aspettava una lettera da Reggio, una chiamata da un parente emigrato, un’occasione qualunque che lo portasse via da quella montagna. Ma l’occasione non veniva mai.
Il padre, mastro Nino, si fermò vicino a un muro a secco. Guardò il figlio, poi guardò il paese sotto di loro, quattro case aggrappate alla roccia come pecore impaurite.
Estratto dal libro: Aspromonte, dove l'anima non muore di Luigi Palamara
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