CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

Basterebbe una legge: nome, cognome e documento per fermare l'anonimato impunito sui social

Basterebbe una legge: nome, cognome e documento per fermare l'anonimato impunito sui social

La proposta per fermare gli abusi online e tutelare le vittime

Stop ai profili falsi e alle querele contro i fantasmi: per usare le piattaforme digitali serve l'identificazione certa dell'utente. Non è censura, ma la richiesta di assumersi la responsabilità delle proprie parole.

Basterebbe una legge

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Basterebbe una legge. Una sola. Chiara, semplice, perfino banale: per iscriversi a un social network, si presenta un documento d’identità.

Fine dell’anonimato impunito. Fine, o almeno drastica riduzione, di quel carnevale miserabile nel quale il vigliacco diventa coraggioso soltanto perché si nasconde dietro un nome falso, una fotografia rubata e una tastiera.

Non significa abolire pseudonimi, nickname, nomi d’arte. Significa una cosa molto più elementare: dietro ogni profilo deve esserci una persona identificabile. Il pubblico può anche vedere “Paperino77”; ma la piattaforma e, quando interviene legittimamente un magistrato, devono sapere in pochi minuti chi sia Paperino77.

Nome. Cognome. Documento.

Ci risparmieremmo anni di querele contro fantasmi, richieste internazionali, rogatorie, avvocati, soldi pubblici e privati buttati nel tentativo di scoprire chi abbia diffamato, minacciato, perseguitato o calunniato qualcuno.

E sarebbe anche un deterrente.

Perché l’anonimato non crea lo squallore umano, certo. Ma gli offre una maschera. E molta gente trova il coraggio di sputare veleno soltanto quando è sicura di non doverne rispondere guardando negli occhi la propria vittima.

Questo dovrebbe fare il Parlamento europeo.

Non produrre l’ennesima montagna di regolamenti che il cittadino normale non leggerà mai. Non inginocchiarsi davanti alle multinazionali digitali come se fossero Stati sovrani. Non accettare che società capaci di sapere quali scarpe abbiamo guardato ieri sera sostengano poi di aver bisogno di settimane o mesi per identificare chi utilizza i loro servizi per diffamare qualcuno.

È grottesco.

I social devono essere obbligati a identificare con certezza ogni utente e a fornire, nei casi previsti dalla legge e sotto controllo dell’autorità giudiziaria, i dati necessari in tempi rapidissimi.

Il punto non è la censura.

Il punto è la responsabilità.

Vuoi insultare? Accomodati. Vuoi criticare? È un diritto. Vuoi essere feroce, sarcastico, perfino antipatico? In una democrazia devi poterlo fare.

Ma ci metti la faccia.

Perché la libertà di parola è una cosa seria. La libertà di diffamare protetti da un passamontagna digitale è un’altra.

E invece la legge arriva sempre dopo. Arriva, forse. Con i suoi tempi, le sue carte, i suoi uffici, le sue attese.

Ed è proprio quell’attesa a essere intollerabile per chi si trova davanti il professionista del profilo falso: quello che insulta, diffama, inventa, insinua e poi se ne sta comodo dietro il suo avatar, persuaso che nessuno verrà mai a chiedergli conto delle proprie parole.

La prima cosa che una società civile dovrebbe garantire alla vittima non è la vendetta.

È il nome.

Il nome e il cognome di chi l’ha aggredita.

Perché quando lo Stato impiega mesi per dare un volto al vigliacco, lascia crescere qualcosa di pericoloso: la rabbia. E quando la rabbia cresce, la tentazione di farsi giustizia da soli diventa precisamente ciò che una legge efficace dovrebbe impedire.

Questo è il paradosso.

Una giustizia lenta non protegge soltanto male le vittime. Finisce per proteggere, temporaneamente, anche i carnefici.

E allora sì: dura lex, sed lex.

Ma che sia davvero dura.

E soprattutto che sia rapida.

Perché una legge che arriva quando il danno è già stato fatto, moltiplicato e dimenticato non è giustizia.

È archeologia.

Intanto prima o poi ti troverò e scoprirò chi sei. E saranno c@**i tuoi. Stanne certo. Schifoso. La foto ti rappresenta per quello che sei un cor***to patentato e schifoso. 

Reggio Calabria 11 agosto 2026

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

Posta un commento

0 Commenti