REGGIO CALABRIA, QUANDO IL FARE DIVENTA CONTAGIOSO
A chi sorrideva con sufficienza, Antonino Caridi sta rispondendo nel modo più semplice e più difficile: con i fatti.
La politica del fare a Reggio Calabria
Quando l'ordinario diventa rivoluzionario: la rinascita del Tempietto parte dai dettagli
L'intervento dell'assessore Antonino Caridi dimostra come la cura quotidiana degli spazi pubblici, dalla manutenzione del verde alle fontane riaccese, possa restituire dignità alla città e contagiare positivamente l'intera amministrazione.
Un vizio antico della politica italiana: promettere il futuro mentre il presente cade a pezzi. E ce n’è un altro, forse ancora più radicato: guardare con un mezzo sorriso di sufficienza chi prova davvero a rimettere mano alle cose, quasi che aggiustare una fontana, sistemare un giardino o restituire dignità a un luogo pubblico fosse attività troppo modesta per meritare attenzione.
E invece una città si governa anche così. Anzi, soprattutto così.
Antonino Caridi, assessore al Comune di Reggio Calabria, in queste settimane sta dimostrando una cosa semplice: la voglia di fare può essere contagiosa. Non servono proclami altisonanti quando parlano i nebulizzatori rimessi in funzione, le fontane riaccese, l’irrigazione ripristinata, le luci sistemate, i giochi dei bambini aggiustati, i bagni resi nuovamente utilizzabili, il verde curato.
Sono dettagli? Certo. Ma le città, a guardar bene, sono fatte proprio di dettagli.
Il Tempietto è uno di quei luoghi che i reggini conoscono bene e che per troppo tempo hanno dato l’impressione di essere stati consegnati a una specie di rassegnazione amministrativa. Non necessariamente grandi disastri, ma quella lenta decadenza fatta di piccole cose che non funzionano più, di manutenzioni rinviate, di spazi che perdono pezzo dopo pezzo la loro dignità.
E l’abbandono, si sa, ha una caratteristica singolare: diventa presto abitudine. Dopo un po’ non ci si accorge più della lampada spenta, della fontana ferma, del gioco rotto, dell’aiuola trascurata. Finché qualcuno arriva e decide che no, quella normalità non è affatto normale.
Nel resoconto pubblicato da Caridi c’è un elenco quasi prosaico: fontane, musica, irrigazione, parco giochi, campo di beach soccer, chiosco, servizi igienici, verde, illuminazione, sistemazione dell’area tra la pista e gli scogli.
Ed è proprio quella prosaicità a renderlo interessante.
Perché governare una città non significa soltanto tagliare nastri o progettare opere destinate a finire nelle fotografie ufficiali. Significa anche occuparsi di ciò che esiste già. Curarlo. Ripararlo. Tenerlo vivo.
A chi, all’inizio, avrà forse accompagnato il suo entusiasmo con qualche sorrisino di sufficienza, Caridi sembra aver scelto di rispondere senza polemiche. Con un metodo assai meno rumoroso: lavorare.
E soprattutto farlo con una qualità che in politica è diventata quasi rivoluzionaria: l’umiltà.
Nel suo messaggio non c’è l’uomo solo al comando. C’è il ringraziamento agli operatori, a chi materialmente ha lavorato, a chi ha rimesso in funzione impianti e strutture. È un particolare che vale la pena sottolineare perché racconta una concezione amministrativa nella quale il risultato non appartiene al singolo, ma a una squadra.
Naturalmente nessuno può pensare che basti il Tempietto rimesso a lucido per risolvere i problemi di Reggio Calabria. Sarebbe ingenuo sostenerlo e ancora più ingenuo crederlo. Una città complessa chiede molto di più.
Ma anche l’errore opposto sarebbe imperdonabile: considerare irrilevante ciò che finalmente viene fatto solo perché resta ancora molto da fare.
Le città cambiano quando la manutenzione smette di essere un’eccezione e torna a diventare abitudine. Quando un luogo recuperato ne chiama un altro. Quando il cittadino ricomincia a pensare che il degrado non sia un destino inevitabile.
Ed è qui che la voglia di fare può davvero diventare contagiosa.
Un’aiuola curata ne reclama un’altra. Una fontana accesa rende più intollerabile quella ancora spenta. Un parco restituito ai bambini fa apparire ancora più assurdo quello lasciato nell’incuria.
È il contagio migliore che possa colpire un’amministrazione.
Caridi continui dunque così, senza montarsi la testa e senza perdere tempo a rispondere ai commentatori da marciapiede. In politica le parole hanno sempre molti avvocati. I fatti, invece, hanno bisogno soltanto di essere visti.
E se davvero Reggio vuole tornare a tirarsi a lucido, forse il punto di partenza è proprio questo: smettere di considerare straordinario ciò che dovrebbe essere normale.
Perché una città non chiede miracoli.
Chiede, prima di tutto, che qualcuno se ne prenda cura.
Reggio Calabria 9 agosto 2026
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara REGGIO CALABRIA, QUANDO IL FARE DIVENTA CONTAGIOSO A chi sorrideva con sufficienza, Antonino Caridi sta rispondendo nel modo più semplice e più difficile: con i fatti. La politica del fare a Reggio Calabria Quando l'ordinario diventa rivoluzionario: la rinascita del Tempietto parte dai dettagli L'intervento dell'assessore Antonino Caridi dimostra come la cura quotidiana degli spazi pubblici, dalla manutenzione del verde alle fontane riaccese, possa restituire dignità alla città e contagiare positivamente l'intera amministrazione. L'Editoriale di Luigi Palamara Un vizio antico della politica italiana: promettere il futuro mentre il presente cade a pezzi. E ce n’è un altro, forse ancora più radicato: guardare con un mezzo sorriso di sufficienza chi prova davvero a rimettere mano alle cose, quasi che aggiustare una fontana, sistemare un giardino o restituire dignità a un luogo pubblico fosse attività troppo modesta per meritare attenzione. E invece una città si governa anche così. Anzi, soprattutto così. Antonino Caridi, assessore al Comune di Reggio Calabria, in queste settimane sta dimostrando una cosa semplice: la voglia di fare può essere contagiosa. Non servono proclami altisonanti quando parlano i nebulizzatori rimessi in funzione, le fontane riaccese, l’irrigazione ripristinata, le luci sistemate, i giochi dei bambini aggiustati, i bagni resi nuovamente utilizzabili, il verde curato. Sono dettagli? Certo. Ma le città, a guardar bene, sono fatte proprio di dettagli. Il Tempietto è uno di quei luoghi che i reggini conoscono bene e che per troppo tempo hanno dato l’impressione di essere stati consegnati a una specie di rassegnazione amministrativa. Non necessariamente grandi disastri, ma quella lenta decadenza fatta di piccole cose che non funzionano più, di manutenzioni rinviate, di spazi che perdono pezzo dopo pezzo la loro dignità. E l’abbandono, si sa, ha una caratteristica singolare: diventa presto abitudine. Dopo un po’ non ci si accorge più della lampada spenta, della fontana ferma, del gioco rotto, dell’aiuola trascurata. Finché qualcuno arriva e decide che no, quella normalità non è affatto normale. Nel resoconto pubblicato da Caridi c’è un elenco quasi prosaico: fontane, musica, irrigazione, parco giochi, campo di beach soccer, chiosco, servizi igienici, verde, illuminazione, sistemazione dell’area tra la pista e gli scogli. Ed è proprio quella prosaicità a renderlo interessante. Perché governare una città non significa soltanto tagliare nastri o progettare opere destinate a finire nelle fotografie ufficiali. Significa anche occuparsi di ciò che esiste già. Curarlo. Ripararlo. Tenerlo vivo. A chi, all’inizio, avrà forse accompagnato il suo entusiasmo con qualche sorrisino di sufficienza, Caridi sembra aver scelto di rispondere senza polemiche. Con un metodo assai meno rumoroso: lavorare. E soprattutto farlo con una qualità che in politica è diventata quasi rivoluzionaria: l’umiltà. Nel suo messaggio non c’è l’uomo solo al comando. C’è il ringraziamento agli operatori, a chi materialmente ha lavorato, a chi ha rimesso in funzione impianti e strutture. È un particolare che vale la pena sottolineare perché racconta una concezione amministrativa nella quale il risultato non appartiene al singolo, ma a una squadra. Naturalmente nessuno può pensare che basti il Tempietto rimesso a lucido per risolvere i problemi di Reggio Calabria. Sarebbe ingenuo sostenerlo e ancora più ingenuo crederlo. Una città complessa chiede molto di più. Ma anche l’errore opposto sarebbe imperdonabile: considerare irrilevante ciò che finalmente viene fatto solo perché resta ancora molto da fare. Le città cambiano quando la manutenzione smette di essere un’eccezione e torna a diventare abitudine. Quando un luogo recuperato ne chiama un altro. Quando il cittadino ricomincia a pensare che il degrado non sia un destino inevitabile. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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