CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

IL GIORNALISTA, L’OSPEDALE E QUELLA STRANA STRADA CHE PORTA ALLA PROCURA DI MESSINA

IL GIORNALISTA, L’OSPEDALE E QUELLA STRANA STRADA CHE PORTA ALLA PROCURA DI MESSINA

Il giornalismo sotto inchiesta: l'ospedale di Polistena e le domande che danno fastidio

​Dall'ospedale calabrese alle indagini della Procura di Messina: la battaglia di un cronista e di duemilaquattrocento cittadini che chiedono risposte sulla sanità pubblica.

​Raccontare i disservizi e fare domande scomode non può diventare una colpa. Perché la libertà di stampa si difende pretesa di trasparenza, pretendendo verità per il diritto alla cura.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Alcune storie, se le racconti male, sembrano romanzi. Se le racconti bene, invece, fanno paura perché sono vere.

Quella di Luigi Longo comincia in un posto che non dovrebbe avere nulla di misterioso: un ospedale. L’ospedale di Polistena. Un luogo dove la gente dovrebbe entrare per essere curata, non per imparare quanto fragile possa diventare un diritto quando nessuno lo difende.

Poi arrivano i cittadini. Non dieci professionisti della protesta, non i soliti rivoluzionari da tastiera. Cittadini veri. Gente che firma con nome, cognome, documento d’identità. Migliaia di persone.

E arriva un giornalista.

Qui cominciano i guai.

Perché il giornalismo, quello vero, ha un difetto imperdonabile: fa domande.

Non applaude.

Non porta l’acqua al politico.

Non accende il microfono per chiedere: «Presidente, quanto è stato bravo oggi?».

Domanda.

Perché un reparto rischia di essere ridimensionato?

Perché un medico va via?

Perché un servizio pubblico smette di funzionare?

Perché chi non ha tremila o cinquemila euro dovrebbe rassegnarsi a curarsi peggio di chi quei soldi ce li ha?

Domande.

Soltanto domande.

Ma in certi luoghi le domande pesano più delle accuse.

Luigi Longo, direttore di Approdo News, racconta che la battaglia sull’ospedale di Polistena non nasce ieri. Nasce anni fa, tra famiglie disperate, proteste, comitati, medici, sindaci, politica e un sistema sanitario che troppo spesso chiede ai cittadini una virtù che dovrebbe possedere lui: la resistenza.

È nato così il Comitato spontaneo per la tutela della salute.

È nata una protesta che ha portato centinaia, poi migliaia di persone davanti all’ospedale.

Sono arrivate le tende.

La pioggia.

Le dirette.

Gli appelli.

La politica.

Persino il Parlamento.

Per una volta, destra e sinistra sembravano ricordarsi che una frattura non vota Forza Italia, non ha la tessera del PD e non chiede al Movimento 5 Stelle prima di fare male.

Una frattura fa male e basta.

E un ospedale deve curarla.

Dovrebbe essere semplice.

In Calabria, evidentemente, anche l’ovvio ha bisogno di una battaglia.

Poi viene l’Ortopedia.

Il reparto, i medici, i trasferimenti, le dimissioni, il rischio di una trasformazione sostanziale del servizio.

Longo scrive.

Il Comitato protesta.

Duemilaquattrocento cittadini firmano.

Duemilaquattrocento.

Non un anonimo.

Non una voce di corridoio.

Non il famigerato “si dice”.

Nome.

Cognome.

Firma.

Documento.

È persino troppo per un Paese abituato a indignarsi senza firmare e a protestare senza uscire di casa.

E poi succede qualcosa.

Arriva una PEC.

Dalla Procura di Messina.

Messina.

Qui bisogna fermarsi.

Non perché Messina sia lontana. In Italia le distanze geografiche sono l’ultimo dei problemi.

Bisogna fermarsi perché Polistena è in Calabria e Luigi Longo racconta fatti calabresi su un giornale calabrese.

E allora la domanda nasce con la stessa naturalezza con cui nasce la febbre davanti a un’infezione:

perché Messina?

Non sto dicendo che vi sia qualcosa di illegittimo.

Non spetta a un editoriale emettere sentenze.

E sarebbe precisamente il contrario di ciò che si pretende di difendere: il rispetto delle istituzioni e delle regole.

Ma domandare è consentito.

Anzi, è obbligatorio.

Perché una Procura siciliana si occupa di articoli che riguardano l’ospedale di Polistena?

Qual è il presupposto?

Qual è il percorso?

Da dove nasce la competenza?

Chi ha presentato eventuali denunce o segnalazioni?

Quali fatti sono contestati?

Domande.

Sempre quelle maledette domande.

Il vero punto, infatti, non è stabilire preventivamente chi abbia ragione.

Il vero punto è che un giornalista deve poter raccontare un ospedale senza che il solo fatto di essere sottoposto a un’indagine diventi, anche involontariamente, una lezione impartita a tutti gli altri.

Perché un’indagine costa.

Costa avvocati.

Costa viaggi.

Costa giornate.

Costa preoccupazioni.

Costa notti.

E, soprattutto, può produrre una domanda molto più pericolosa di tutte le altre:

«Ma chi me lo fa fare?».

Ecco.

È lì che muore il giornalismo.

Non quando chiude un giornale.

Non quando sparisce un’edicola.

Non quando crollano le vendite.

Il giornalismo muore quando un giornalista vede qualcosa che non funziona e decide di voltarsi dall’altra parte perché raccontarlo costa troppo.

Muore quando il cronista diventa addetto stampa del potente di turno senza avere almeno l’onestà di cambiare mestiere sulla carta.

Muore quando l’indipendenza viene sostituita dall’accesso.

Io ti tratto bene, tu mi fai entrare.

Io non ti disturbo, tu mi inviti.

Io non faccio domande, tu mi dai la notizia.

È il giornalismo con il guinzaglio.

Magari lungo.

Magari elegante.

Ma sempre guinzaglio è.

E allora Luigi Longo pone un problema che riguarda tutti noi.

Non soltanto lui.

Non soltanto Approdo.

Non soltanto Polistena.

Perché la libertà di stampa non si difende quando a essere colpito è il giornalista che ci piace.

Quella è tifoseria.

La libertà di stampa si difende quando viene messo nelle condizioni di dover rispondere delle proprie parole un giornalista che ha posto domande documentate, e si pretende che ogni passaggio venga spiegato con la massima trasparenza.

Se ha diffamato qualcuno, ne risponderà.

Se ha scritto il falso, ne risponderà.

È così che funziona uno Stato di diritto.

Ma se ha raccontato fatti veri, atti pubblici, problemi reali, disservizi e proteste di cittadini, allora lo Stato ha un altro dovere: fare in modo che la ricerca della verità non diventi una colpa.

C’è poi l’altro protagonista di questa vicenda.

Quello che rischiamo sempre di dimenticare.

Il malato.

La signora con seicento euro di pensione.

L’anziano che non può spendere cinquemila euro in una clinica.

Il ragazzo che arriva al Pronto soccorso.

La famiglia che non conosce primari, assessori, consiglieri regionali, parlamentari.

La gente normale.

Quella che finanzia la sanità pubblica due volte: con le tasse e con la pazienza.

È per loro che esiste un ospedale pubblico.

Non per i direttori generali.

Non per i politici.

Non per i giornalisti.

Non per i comitati.

Per loro.

Ed è qui che tutta la vicenda torna al punto di partenza.

L’ospedale di Polistena.

Perché si può discutere per mesi di competenze territoriali, Procure, querele, politica, giornalismo, comunicati, maggioranze e opposizioni.

Ma alla fine rimane una domanda terribilmente semplice.

Se domani un cittadino si rompe una gamba a Polistena, chi lo cura?

Questa è la domanda.

Il resto viene dopo.

E forse è proprio questo che rende certe domande così insopportabili.

Non sono ideologiche.

Non sono di destra.

Non sono di sinistra.

Sono domande che pretendono una risposta.

Luigi Longo ha scelto di continuare a farle.

Il Comitato ha scelto di continuare a farle.

Altri giornalisti hanno scelto di stare accanto a questa battaglia.

Bene.

Ma attenzione a una parola che in Italia usiamo troppo facilmente: solidarietà.

La solidarietà è comoda.

Un comunicato.

Una pacca sulla spalla.

Una frase su Facebook.

“Massima solidarietà al collega”.

E domani tutti a pranzo.

No.

Qui non serve solidarietà.

Serve giornalismo.

Servono domande.

Servono documenti.

Servono risposte.

Serve sapere perché un reparto funziona o non funziona.

Serve sapere perché un medico viene trasferito.

Serve sapere perché duemilaquattrocento cittadini sentono il bisogno di firmare una denuncia.

E serve sapere perché una vicenda nata a Polistena sia finita, giudiziariamente, a Messina.

Senza urlare al complotto.

Senza condannare nessuno.

Senza processi sommari.

Ma senza nemmeno abbassare la testa.

Perché il giornalista che abbassa la testa può ancora avere un tesserino.

Può avere un microfono.

Può avere una telecamera.

Può persino avere un direttore responsabile sopra il proprio nome.

Ma non sta più facendo il giornalista.

Sta soltanto occupando il posto di uno che avrebbe potuto farlo.

E allora la domanda finale non è rivolta soltanto alla Procura di Messina.

Non è rivolta soltanto alla Regione Calabria.

Non è rivolta soltanto all’ASP.

È rivolta a tutti noi.

Quando arriverà la prossima storia scomoda, avremo ancora voglia di raccontarla?

Luigi Longo sembra avere già risposto.

Io pure.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara Faccia a Faccia il nuovo Podcast di Luigi Palamara. Oggi insieme a Luigi Longo Direttore di Approdo News. L'ospedale di Polidtena e la Procura di Messina. #facciaafaccia #luigilongo #polistena #messina #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti