Cannizzaro, la lezione di stile
L'Editoriale di Luigi Palamara
Vannacci aveva scelto l’attacco personale. Cannizzaro gli ha risposto con la più antica delle armi politiche: non offendersi, non inseguire, non farsi dettare il tono. E soprattutto saper ridere di sé prima che lo facciano gli altri.
È qui, molto più che nelle battute o negli applausi, che Piazza Duomo ha mostrato una differenza di stile.
La sera prima Roberto Vannacci aveva provato a colpire Francesco Cannizzaro sul piano personale: il sindaco che suda, che gesticola, che alza la voce. Non il merito di una delibera, non una scelta amministrativa, non una linea politica: il corpo, il tono, il modo di stare sul palco.
Cannizzaro avrebbe potuto cascarci.
Avrebbe potuto irrigidirsi.
Avrebbe potuto restituire l’offesa con un’offesa ancora più forte.
Avrebbe potuto trasformare il proprio comizio in una lunga replica risentita.
Non lo ha fatto.
Ha fatto una cosa politicamente più raffinata.
Ha preso l’attacco, lo ha ammesso e lo ha svuotato.
“Certo che sudo.”
È tutta lì, in fondo, la risposta.
Non una difesa.
Una rivendicazione.
Sudo perché mi appassiono.
Gesticolo perché vivo quello che dico.
Alzo la voce perché questa città mi riguarda.
L’avversario prova a trasformare un tratto personale in una caricatura; Cannizzaro lo trasforma in identità.
Questa è la prima lezione di stile.
Non negare ciò che tutti vedono. Darne un significato diverso.
Il politico inesperto, quando viene colpito, cerca di dimostrare che l’attacco è falso.
Il politico che conosce la piazza sa che spesso è molto più efficace dire: sì, è vero. E allora?
Da quel momento l’arma dell’avversario perde forza.
Cannizzaro lo fa anche con l’ironia.
Parla della propria pancia.
Del proprio modo di camminare.
Ride di sé.
Accetta perfino il fazzoletto mentre suda e trasforma anche quello in una scena da comizio.
È un dettaglio apparentemente minimo.
In realtà è stile politico allo stato puro.
Perché chi sa ridere di sé toglie agli altri il privilegio di ridere di lui.
E soprattutto dimostra una cosa che in politica vale più di molti slogan: sicurezza.
La sicurezza di chi non ha bisogno di costruirsi una posa.
La sicurezza di chi può permettersi di apparire imperfetto.
Qui Cannizzaro dà una lezione precisa.
Lo stile non consiste nel sembrare impeccabili.
Consiste nel non farsi mettere in imbarazzo da ciò che si è.
Poi c’è un secondo passaggio.
Vannacci attacca.
Cannizzaro incassa.
Ma non rimane lì.
Non lascia che sia l’avversario a scegliere per tutta la sera l’argomento.
Dopo la battuta, cambia campo.
E torna alla città.
Porto.
Aeroporto.
Ponte Calopinace.
Santa Venere.
Campo CONI.
Reggina.
PalaCalafiore.
Canile.
Deleghe della Città Metropolitana.
Finanziamenti.
Ed è questa, forse, la parte più significativa della risposta.
Perché la vera lezione di stile non è replicare meglio.
È sapere quando smettere di replicare.
Un politico può vincere una battuta e perdere il comizio.
Può demolire personalmente l’avversario e dimenticare completamente le persone che ha davanti.
Cannizzaro prova invece a fare l’opposto.
Risponde.
Colpisce.
Ironizza.
Poi torna a Reggio.
Come a dire: la polemica può interessare per cinque minuti. La città deve interessare per i restanti cinquanta.
È stile anche questo.
Non lasciare che l’avversario diventi il protagonista del tuo discorso.
Cannizzaro lo cita molto, certamente.
Talvolta persino troppo.
Ma ogni volta cerca di riportarlo a una dimensione secondaria.
Lo usa come controcanto.
Non come centro della scena.
E quando dice, con evidente paradosso, di non voler perdere tempo a parlare di Vannacci, mentre di Vannacci sta parlando, il meccanismo è perfino scoperto.
Ma funziona perché il sottotesto è chiaro:
“Tu mi hai attaccato. Io ti rispondo. Ma questa piazza non è tua.”
È una differenza sottile.
Ed è precisamente una differenza di stile.
Poi c’è la questione delle metafore.
Se un avversario racconta che il sindaco usa “la carota” delle deleghe, si può reagire indignandosi.
Cannizzaro sceglie un’altra strada.
Risponde parlando delle deleghe vere.
Delle procedure.
Dei rapporti con la Regione.
Dell’avvio del trasferimento di competenze.
Ancora una volta prova a spostare lo scontro dal simbolo al fatto amministrativo.
La metafora contro il dossier.
La provocazione contro la pratica.
Non significa che una versione sia automaticamente vera e l’altra falsa.
Significa che, sul piano della comunicazione, Cannizzaro compie una scelta precisa: rispondere a un’immagine con un contenuto.
Questa è la terza lezione di stile.
Non combattere sempre sul terreno che l’avversario ha scelto per te.
Ed è qui che il suo intervento diventa più interessante.
Perché Cannizzaro non appare mai veramente imbarazzato dagli attacchi che gli sono stati rivolti.
Può irritarsi.
Può eccedere.
Può diventare durissimo.
Ma non appare sulla difensiva.
E questa, in politica, è una differenza enorme.
Essere aggressivi non significa necessariamente essere forti.
A volte l’aggressività è precisamente il contrario: l’incapacità di sopportare che l’altro esista.
Lo stile, invece, è anche capacità di assorbire.
Di prendere un colpo senza permettergli di cambiare il proprio passo.
Cannizzaro fa esattamente questo quando trasforma il sudore in passione.
E qui la lezione diventa quasi elementare.
Se un uomo ti dice: “Sudi”, hai due possibilità.
Puoi vergognartene.
Oppure puoi rispondere: “Sì. Perché ci metto tutto me stesso.”
In quel momento l’attacco cambia padrone.
Non appartiene più a chi lo ha pronunciato.
Appartiene a chi è riuscito a trasformarlo.
Questo è stile.
Non il fazzoletto nel taschino.
Non il tono basso per forza.
Non l’eleganza di maniera.
Lo stile è padronanza.
Padronanza del proprio carattere.
Padronanza del palco.
Padronanza della polemica.
E soprattutto padronanza di sé.
Cannizzaro, quella sera, prova proprio a mostrare questo.
Anche quando provoca.
Anche quando attacca.
Anche quando usa parole durissime.
La sua idea di fondo rimane: io non mi faccio definire da quello che hai detto tu di me.
Mi definisco io.
È una regola politica, ma prima ancora umana.
Ed è qui che il confronto con Vannacci diventa più netto sul piano retorico.
Vannacci aveva tentato di costruire una caricatura del sindaco.
Cannizzaro ha preso quella caricatura, l’ha portata davanti alla sua gente e l’ha usata come materiale comico.
È un ribaltamento quasi teatrale.
E nel teatro della politica, chi riesce a trasformare la battuta dell’altro nella propria battuta ha già cambiato il rapporto fra attaccante e bersaglio.
Poi però Cannizzaro aggiunge ciò che distingue il semplice battutista dal politico.
Dopo aver fatto ridere, parla di opere.
Dopo l’ironia, pronuncia cifre.
Dopo il sarcasmo, mette date.
Questo è il punto più serio.
Perché la battuta può salvare un minuto.
Il contenuto deve reggere il giorno dopo.
E Cannizzaro, consapevolmente, mette sul tavolo una serie di impegni che da quel momento potranno essere verificati.
Anche questo è stile politico.
Esporsi.
Dire una data sapendo che qualcuno la ricorderà.
Annunciare una cifra sapendo che qualcuno la controllerà.
Rivendicare un progetto sapendo che, se non arriverà, quelle stesse parole potranno essere usate contro di te.
In politica l’eleganza più difficile non è evitare il rischio.
È assumerselo.
Per questo la risposta a Vannacci non sta soltanto nelle frecciate.
Sta nel passaggio immediatamente successivo.
“Adesso parliamo di Reggio.”
È quella la vera lezione.
Gli attacchi personali hanno la vita breve di una sera.
Un porto no.
Un aeroporto no.
Una strada no.
Una squadra di calcio no.
Un quartiere isolato no.
Un finanziamento no.
Cannizzaro tenta di dire alla piazza: giudicatemi su questo.
Ed è forse il modo più efficace per ridimensionare un attacco personale.
Non chiedere di essere risparmiati.
Alzare la posta.
Non dire: non parlate del mio sudore.
Dire: parliamo pure del mio sudore, ma poi parliamo anche di ciò che faccio.
Questa è la differenza.
Lo stile, in politica, non è non colpire mai.
Cannizzaro colpisce eccome.
E qualche volta va oltre.
Lo stile è sapere cosa fare dopo aver colpito.
È non restare prigionieri della rissa.
È riuscire a tornare al proprio racconto.
Al proprio territorio.
Alle proprie responsabilità.
Alla propria gente.
Ed è questa, più di ogni insulto restituito o di ogni battuta riuscita, la lezione che Piazza Duomo consegna.
Puoi provocare un avversario.
Puoi prenderlo in giro.
Puoi tentare di trasformarlo in una caricatura.
Ma se quello prende la caricatura, ci ride sopra, la rovescia e poi continua a parlare delle cose che vuole fare, hai ottenuto un risultato curioso:
gli hai regalato materiale per il suo comizio.
Ecco perché il passaggio sul sudore rimane così efficace.
Vannacci voleva farne un difetto.
Cannizzaro ne ha fatto una dichiarazione d’identità.
Non ha detto: “Non sudo”.
Ha detto, in sostanza:
“Sì, sudo. E allora?”
Poi ha continuato il suo discorso.
Questa è la lezione di stile.
Incassare senza piagnistei.
Rispondere senza perdere il centro.
Usare l’ironia senza diventare soltanto sarcasmo.
E soprattutto ricordare che, alla fine, un politico non viene giudicato da quanto elegantemente evita un colpo.
Ma da quanto rapidamente riesce a tornare alle cose per cui chiede di essere giudicato. E soprattutto essere votato.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontano di Roccaforte del Greco detto l'Arciere
@luigi.palamara Cannizzaro, la lezione di stile a Piazza Duomo. Vannacci aveva scelto l’attacco personale. Cannizzaro gli ha risposto con la più antica delle armi politiche: non offendersi, non inseguire, non farsi dettare il tono. E soprattutto saper ridere di sé prima che lo facciano gli altri. L'Editoriale di Luigi Palamara È qui, molto più che nelle battute o negli applausi, che Piazza Duomo ha mostrato una differenza di stile. La sera prima Roberto Vannacci aveva provato a colpire Francesco Cannizzaro sul piano personale: il sindaco che suda, che gesticola, che alza la voce. Non il merito di una delibera, non una scelta amministrativa, non una linea politica: il corpo, il tono, il modo di stare sul palco. Cannizzaro avrebbe potuto cascarci. Avrebbe potuto irrigidirsi. Avrebbe potuto restituire l’offesa con un’offesa ancora più forte. Avrebbe potuto trasformare il proprio comizio in una lunga replica risentita. Non lo ha fatto. Ha fatto una cosa politicamente più raffinata. Ha preso l’attacco, lo ha ammesso e lo ha svuotato. “Certo che sudo.” È tutta lì, in fondo, la risposta. Non una difesa. Una rivendicazione. Sudo perché mi appassiono. Gesticolo perché vivo quello che dico. Alzo la voce perché questa città mi riguarda. L’avversario prova a trasformare un tratto personale in una caricatura; Cannizzaro lo trasforma in identità. Questa è la prima lezione di stile. Non negare ciò che tutti vedono. Darne un significato diverso. Il politico inesperto, quando viene colpito, cerca di dimostrare che l’attacco è falso. Il politico che conosce la piazza sa che spesso è molto più efficace dire: sì, è vero. E allora? Da quel momento l’arma dell’avversario perde forza. Cannizzaro lo fa anche con l’ironia. Parla della propria pancia. Del proprio modo di camminare. Ride di sé. Accetta perfino il fazzoletto mentre suda e trasforma anche quello in una scena da comizio. È un dettaglio apparentemente minimo. In realtà è stile politico allo stato puro. Perché chi sa ridere di sé toglie agli altri il privilegio di ridere di lui. E soprattutto dimostra una cosa che in politica vale più di molti slogan: sicurezza. La sicurezza di chi non ha bisogno di costruirsi una posa. La sicurezza di chi può permettersi di apparire imperfetto. Qui Cannizzaro dà una lezione precisa. Lo stile non consiste nel sembrare impeccabili. Consiste nel non farsi mettere in imbarazzo da ciò che si è. Poi c’è un secondo passaggio. Vannacci attacca. Cannizzaro incassa. Ma non rimane lì. Non lascia che sia l’avversario a scegliere per tutta la sera l’argomento. Dopo la battuta, cambia campo. E torna alla città. Porto. Aeroporto. Ponte Calopinace. Santa Venere. Campo CONI. Reggina. PalaCalafiore. Canile. Deleghe della Città Metropolitana. Finanziamenti. Ed è questa, forse, la parte più significativa della risposta. Perché la vera lezione di stile non è replicare meglio. È sapere quando smettere di replicare. Un politico può vincere una battuta e perdere il comizio. Può demolire personalmente l’avversario e dimenticare completamente le persone che ha davanti. Cannizzaro prova invece a fare l’opposto. Risponde. Colpisce. Ironizza. Poi torna a Reggio. Come a dire: la polemica può interessare per cinque minuti. La città deve interessare per i restanti cinquanta. È stile anche questo. Non lasciare che l’avversario diventi il protagonista del tuo discorso. Cannizzaro lo cita molto, certamente. Talvolta persino troppo. Ma ogni volta cerca di riportarlo a una dimensione secondaria. Lo usa come controcanto. Non come centro della scena. E quando dice, con evidente paradosso, di non voler perdere tempo a parlare di Vannacci, mentre di Vannacci sta parlando, il meccanismo è perfino scoperto. Ma funziona perché il sottotesto è chiaro: “Tu mi hai attaccato. Io ti rispondo. Ma questa piazza non è tua.” È una differenza sottile. Ed è precisamente una differenza di stile. Editoriale completo su CartaStraccia.News
♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara HIGHLIGHTS Comizio di Fabio Roscioli e Francesco Cannizzaro a Piazza Duomo del 24 settembre 2026 #fabioroscioli #francescocannizzaro #piazzaduomo #reggiocalabria #comizio ♬ оригинальный звук - wallabynat
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.