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Signor Roberto, le parole pesano. Anche quando le pronuncia lei.

Signor Roberto, le parole pesano. Anche quando le pronuncia lei.

Editoriale di Luigi Palamara
Il signor Roberto parla di dignità, onore, rispetto, libertà.

Parole importanti. Parole grandi. Parole che, proprio perché grandi, pretendono una cosa abbastanza fastidiosa: la coerenza.

Ed è qui che cominciano i problemi.

Perché il signor Roberto può naturalmente spiegare oggi ai reggini che cosa siano la dignità e l’onore. Può farlo da un palco, da Facebook, da una piazza. Può perfino scriverlo in maiuscolo, che nella politica contemporanea è diventato il modo più economico per aggiungere decibel a un concetto.

Resta però la domanda: quanto pesa una parola quando chi la pronuncia ha già cambiato campo?

Roberto Vannacci ha lasciato la Lega nel febbraio scorso, dopo essere stato candidato alle Europee dal partito, nominato vicesegretario e sostenuto personalmente da Matteo Salvini. Salvini reagì parlando pubblicamente proprio di «lealtà», «disciplina» e «fiducia tradita». Vannacci, dal canto suo, rivendicò la scelta come coerente con la propria nuova strada politica e con la nascita di Futuro Nazionale. Questi sono i fatti; il giudizio su quella rottura appartiene agli elettori. 

E tuttavia l'ironia rimane irresistibile.

Perché quando uno fa della parola lealtà una bandiera, prima o poi qualcuno controlla il pennone.

Signor Roberto, lei oggi domanda ai calabresi di «riprendersi dignità e onore». Il suo appello del 25 settembre, riportato dalla stampa locale, attacca duramente la candidatura di Fabio Roscioli e presenta il voto come una questione di dignità territoriale. 

Benissimo.

Ma dignità e onore non sono munizioni da estrarre dalla fondina quando servono in campagna elettorale. Sono criteri di comportamento. Valgono quando convengono e, soprattutto, quando non convengono.

Altrimenti diventano scenografia.

Lei parla di libertà.

Ed è una parola che mi interessa particolarmente, perché faccio il giornalista.

Quando un giornalista pone una domanda scomoda, la libertà non consiste nell'applaudirlo soltanto quando scrive ciò che piace. Consiste nel tollerare precisamente il contrario. Ma il principio resta elementare: un politico forte risponde alle domande. Un politico insicuro prova a spegnere il microfono. E tu caro Robertino questo hai fatto. Mi hai zittito e ti sei permesso di farlo nella mia città. Dove tu non c'entri nulla e vali zero.

E c'è una differenza.

Grande quanto una caserma.

Il signor Roberto viene dall'esercito. Questo è un dato biografico, non un certificato automatico di virtù politica. La disciplina militare e la credibilità politica appartengono a due mestieri diversi. In democrazia non basta dare ordini. Bisogna accettare repliche, obiezioni, giornalisti, avversari e perfino cittadini che non restano sull'attenti.

Anzi, soprattutto quelli.

Nel tuo appello ai reggini compaiono espressioni come «servi», «colonizzati», «incapaci» e l'idea che il territorio debba difendersi da candidati provenienti da fuori. È una precisa impostazione politica, sulla quale gli elettori possono concordare o dissentire. Ma un'obiezione è inevitabile: se la politica viene ridotta al luogo di nascita, allora il merito, l'esperienza e i risultati diventano improvvisamente dettagli anagrafici.

E qui il discorso rischia di farsi curioso.

Perché un Parlamento nazionale, per definizione, rappresenta la nazione. Si può legittimamente sostenere che la conoscenza del territorio sia essenziale; altra cosa è trasformare la carta d'identità in una patente politica.

Roscioli, nel comizio del 24 settembre, ha riconosciuto pubblicamente di essere romano e ha sostenuto di essere stato chiamato per proseguire, per il breve scorcio di legislatura, alcuni dossier legati al territorio. È la posizione del candidato e della coalizione che lo sostiene; Vannacci e Futuro Nazionale ne danno una lettura opposta. 

Gli elettori hanno quindi materiale sufficiente per confrontare le due tesi senza bisogno che qualcuno consegni loro un certificato di dignità.

Questo è forse il punto più divertente della faccenda.

In politica c'è sempre qualcuno che arriva dicendo al popolo:

«Vi hanno umiliati.»

Naturalmente, subito dopo aggiunge:

«Per fortuna sono arrivato io.»

È un genere letterario antichissimo.

Cambiano le uniformi, i simboli, i partiti, le piazze.

Il copione molto meno.

La dignità dei reggini, signor Roberto, non appartiene a lei, a Roscioli, a Cannizzaro, a Salvini o a qualsiasi altro dirigente politico. Non può essere tolta da un candidato romano e restituita da un generale toscano. Appartiene ai cittadini.

E forse proprio qui la parola libertà recupera finalmente il suo significato.

Libertà è ascoltare Vannacci.

Libertà è ascoltare Roscioli.

Libertà è contestare entrambi.

Libertà è leggere un giornalista che non si mette sull'attenti.

E libertà, soprattutto, è entrare nella cabina elettorale senza che nessuno spieghi al cittadino dove si trovi la sua dignità.

Perché la dignità non sta sulla scheda.

Sta nella testa di chi la compila.

Quanto all'onore, lasciamo stare i proclami.

L'onore ha un difetto terribile: non ama essere nominato troppo spesso.

Preferisce essere dimostrato.

E le parole, signor Roberto, hanno questa brutta abitudine.

Prima o poi chiedono il conto.

Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano

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