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La toppa, il buco, la foto falsa e il vero chiachiella

La toppa, il buco, la foto falsa e il vero chiachiella

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un’antica specialità della politica italiana: fare un pasticcio e, quando il pasticcio viene scoperto, spiegare con grande solennità che la colpa è del pasticciere.

Roberto Vannacci sembra essersi iscritto alla scuola.

Pubblica sui social una fotografia di Matilde Siracusano nella quale l’abbigliamento della sottosegretaria appare diverso rispetto allo scatto originale: la maglia sotto la giacca scompare e compare una scollatura assai più profonda. Il confronto fra le due immagini è stato documentato da diverse testate. Vannacci, però, sostiene di non avere manipolato personalmente la fotografia e indica la fonte dalla quale l’avrebbe ripresa.

Benissimo.

Ma è proprio qui che comincia il problema.

Perché nessuno pretende che un politico sappia usare Photoshop. Sarebbe già sufficiente che sapesse usare la prudenza.

La difesa, infatti, è curiosa: non l’ho fatta io, l’ho presa da un’altra parte.

Che è più o meno la versione digitale del bambino sorpreso con il vaso rotto in mano: «Non l’ho fabbricato io».

Nessuno glielo aveva chiesto.

Il punto non è soltanto chi abbia materialmente alterato quella fotografia. Il punto è chi abbia deciso di prenderla, pubblicarla e inserirla dentro un messaggio politico.

Ed è stato Vannacci.

La fonte può spiegare la provenienza. Non cancella la responsabilità della diffusione.

Anzi, la domanda diventa persino più semplice: prima di pubblicare un’immagine destinata a colpire avversari politici, qualcuno l’ha controllata?

Se sì, non si è accorto della manipolazione.

Se no, non ha verificato ciò che stava mettendo davanti a migliaia di persone.

Non sono due scenari identici. Ma nessuno dei due è precisamente un monumento alla cura.

E qui arriva la seconda scena della commedia.

Vannacci scrive:

“A chi mi accusa […] di aver modificato una foto con la IA, rispondo di cercare meglio e di rivolgere le accuse, eventualmente, a chi di dovere”.

Traduzione: avete sbagliato imputato.

Possibile.

Ma resta un piccolo dettaglio: l’imputato alla modifica e il responsabile della pubblicazione non devono necessariamente essere la stessa persona.

È una distinzione piuttosto elementare.

Se un direttore pubblica una notizia falsa ricevuta da un collaboratore, non gli basta spiegare che la tastiera era del collaboratore. Se un politico distribuisce un'immagine manipolata ricevuta da altri, stabilire chi abbia mosso il mouse è certamente interessante. Ma non esaurisce la questione.

Vannacci aggiunge poi:

“Quando mancano gli argomenti, gli attacchi diventano personali”.

Ed è probabilmente la parte più involontariamente comica dell’intera faccenda.

Perché la polemica nasce precisamente da un’immagine nella quale ad essere modificato non è un programma elettorale, non è una statistica, non è un grafico sull’occupazione.

È il corpo di una donna.

E dunque rimproverare agli altri di occuparsi della “scollatura” dopo avere diffuso proprio quella fotografia possiede una certa eleganza circolare.

Prima si mette la scollatura al centro della scena.

Poi ci si lamenta perché tutti guardano la scollatura.

È come entrare in salotto con un elefante e indignarsi perché gli ospiti non parlano del lampadario.

La frase conclusiva, “Continuate pure a occuparvi di scollature”  vorrebbe essere una stoccata.

Finisce invece per riassumere perfettamente il problema.

Gli altri si occupano della scollatura perché qualcuno quella scollatura l’ha pubblicata.

E la politica, specialmente nell’epoca dell’intelligenza artificiale, avrebbe bisogno dell’esatto contrario di questa leggerezza: controllo delle fonti, verifica delle immagini, cautela prima della condivisione.

Non occorre neppure stabilire se Vannacci abbia modificato personalmente la fotografia. Le fonti disponibili indicano che egli l’ha condivisa e che successivamente ha attribuito ad altri la sua origine.

È già abbastanza per formulare una domanda politica seria:

un leader che pretende attenzione sulle proprie parole non dovrebbe prestare almeno altrettanta attenzione alle immagini che usa per pronunciarle?

Perché in politica la fonte conta.

Ma conta anche chi sceglie la fonte.

La fotografia conta.

Ma conta anche chi decide di pubblicarla.

E soprattutto conta una regola antica, precedente a Facebook, all’intelligenza artificiale e perfino ai generali prestati alla politica:

prima si controlla.

Poi si pubblica.

Non viceversa.

Il resto è la toppa.

E qualche volta, a forza di tirarla, la toppa diventa più vistosa del buco.

Il signor Roberto Chiachiella conferma quello che oramai lo identifica. È solo un chiachiella.

Un chiachiella che vuole fare politica.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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