Il chiachiella e il Sindaco: quando la politica spettacolo incontra chi resta a governare.
Da una parte la provocazione da palcoscenico di Roberto Vannacci, dall'altra la risposta ruvida ma radicata sul territorio di Francesco Cannizzaro. La differenza tra chi cerca titoli e chi deve amministrare la città il giorno dopo.
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Reggio Calabria Roberto Vannacci è arrivato in Piazza Duomo per attaccare Francesco Cannizzaro. Ha evocato la contrapposizione tra “Barabba” e “Reggio”, acceso la piazza e trasformato il comizio nell’ennesimo teatro della provocazione politica. Cannizzaro ha replicato con una frase ruvida, diventata virale: «CURNUTU SÌ TU E CU NON TI LU DICI!»
Da quel momento, più che il merito dello scontro, il dibattito si è concentrato sul linguaggio. Ma il punto è un altro: la politica italiana continua a confondere il rumore con la forza, la provocazione con il coraggio e l’insulto con il pensiero.
Vannacci arriva, provoca, divide, fa notizia e riparte. Cannizzaro, invece, quella città deve amministrarla anche il giorno dopo. È qui che passa la linea tra chi considera una comunità un palcoscenico e chi è costretto a risponderne ogni giorno.
I giovani, si dice, non seguono più la politica. E forse bisognerebbe domandarsi perché. Perché quando la politica smette di essere esempio, studio, territorio, responsabilità e diventa soltanto provocazione, slogan e ricerca spasmodica del titolo sui giornali, non educa più nessuno. Al massimo intrattiene.
E in questo spettacolo Roberto Vannacci ha trovato il suo habitat naturale.
Un comizio è un comizio.
Non è una scuola.
I comizi non educano. Caricano il proprio elettorato, scaldano una piazza, rafforzano un’appartenenza. Pretendere che siano lezioni universitarie di educazione civica sarebbe persino ingenuo.
L’educazione politica sta altrove.
Sta nel comportamento quotidiano.
Sta nella capacità di rappresentare una comunità.
Sta nel sapere che una parola pronunciata da un palco non scompare quando vengono spenti i microfoni.
Ed è qui che comincia la differenza.
Francesco Cannizzaro la politica la conosce perché l’ha attraversata dal territorio alle istituzioni. È stato consigliere regionale, parlamentare ed è oggi sindaco di Reggio Calabria. La sua storia politica è legata a quella città, ai suoi quartieri, alle sue battaglie e alla rappresentanza del territorio.
Un purosangue della politica, nel significato più semplice del termine: uno che sa stare in mezzo alla gente, su un palco, dentro un’istituzione e dentro uno scontro politico senza dimenticare da dove viene.
E Reggio Calabria, con tutti i suoi problemi e tutte le sue enormi potenzialità, ha bisogno soprattutto di politica capace di occuparsi di infrastrutture, sviluppo, lavoro, collegamenti, servizi, periferie e peso istituzionale della Città Metropolitana.
Non di una tournée permanente della provocazione.
Poi è arrivata quella frase.
Vannacci, parlando della scelta di candidati provenienti da fuori Calabria, ha detto che qualcuno voleva convincere i reggini che, «se siete stati cornuti in passato», dovessero continuare a essere «mazziati anche in futuro».
Ed è qui che una certa ipocrisia politica dovrebbe almeno avere il pudore di tacere.
Perché dopo si è discusso del linguaggio colorito di Cannizzaro.
Si è discusso della sua risposta.
Della parola pronunciata.
Del tono.
Ma troppo poco di ciò che quella risposta aveva provocato.
Cannizzaro non stava tenendo una lezione di dizione.
Stava rispondendo, da sindaco, a parole che aveva interpretato come un’offesa rivolta alla sua comunità.
E allora per un istante ha lasciato da parte il linguaggio delle istituzioni e ha utilizzato quello che a Reggio non ha bisogno di traduzioni.
Quello della strada.
Quello della pancia.
Quello che capisce immediatamente chi quella terra la vive.
E ha detto:
«CURNUTU SÌ TU E CU NON TI LU DICI!»
Cornuto sei tu e chi non te lo dice.
Una frase ruvida?
Certamente.
Colorita?
Senza dubbio.
Ma non nasceva dal nulla.
Non era il gusto gratuito dell’offesa.
Era la volontà di mettere una pietra sopra a una frase che Cannizzaro aveva ritenuto offensiva per i reggini, restituendola politicamente al mittente. La replica è stata riportata dalle cronache del comizio ed è diventata rapidamente virale.
E qualche volta un sindaco deve parlare con la fascia tricolore.
Qualche altra volta deve parlare con la voce della propria città.
E forse è proprio questo che distingue chi considera una città un palco da chi quella città deve amministrarla anche la mattina successiva.
Perché quando il comizio finisce, Vannacci può ripartire.
Il sindaco resta.
Restano le strade.
Restano i problemi.
Restano i cittadini.
Restano le responsabilità.
È troppo facile fare politica arrivando in una piazza, lanciando una provocazione, conquistando qualche titolo e ripartendo.
Molto più difficile è rispondere ogni giorno delle proprie scelte davanti alla stessa gente.
E allora da questo momento, in queste righe, Roberto Vannacci diventa Roberto “Chiachiella”.
Non una qualifica, naturalmente.
Un soprannome polemico.
Il simbolo di quella politica che parla, provoca, fa spettacolo e pretende che il rumore venga confuso con il peso.
Il Chiachiella arriva.
Il politico resta.
Il Chiachiella cerca il titolo.
Il politico deve cercare una soluzione.
Il Chiachiella vive dell’attimo.
Il politico sa che il giorno dopo dovrà ancora metterci la faccia.
E non basta neppure riempire una piazza per dire di rappresentare una città. Il comizio di Vannacci raccolse sostenitori ma anche contestazioni, fischi e cori contrapposti: proprio la fotografia di una battaglia politica accesa, non il plebiscito di un territorio.
Per questo sarebbe altrettanto sbagliato inventarsi percentuali e dire che il novanta per cento dei reggini lo “schifa”: saranno le urne, non gli editoriali, a misurare il consenso politico.
Ma una cosa si può dire senza bisogno di sondaggi.
Reggio Calabria non è una comparsa.
Non è uno scenario da utilizzare per qualche giorno finché fa tendenza.
Non è il fondale sul quale costruire il prossimo video virale.
È una città con una storia, un orgoglio e problemi enormemente più seri della carriera mediatica di qualsiasi personaggio nazionale.
Ed è per questo che il vero giudizio sulla politica non arriva quando le telecamere sono accese.
Arriva quando se ne vanno.
Quando la moda passa.
Quando il personaggio del momento non fa più titolo.
Quando bisogna continuare a lavorare senza applausi.
Cannizzaro quella sera ha risposto con un linguaggio che può piacere o non piacere.
Ma ha risposto da uomo che quella città deve continuare a guardarla negli occhi.
Chiachiella, invece, può sempre prendere il microfono successivo.
Ed eccola, allora, la differenza.
Una differenza semplice, antica e persino brutale.
Questa è la differenza fra un Chiachiella e un vero politico.
E SCUSATE SE È POCO.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Il chiachiella e il Sindaco: quando la politica spettacolo incontra chi resta a governare. Da una parte la provocazione da palcoscenico di Roberto Vannacci, dall'altra la risposta ruvida ma radicata sul territorio di Francesco Cannizzaro. La differenza tra chi cerca titoli e chi deve amministrare la città il giorno dopo. L'Editoriale di Luigi Palamara A Reggio Calabria Roberto Vannacci è arrivato in Piazza Duomo per attaccare Francesco Cannizzaro. Ha evocato la contrapposizione tra “Barabba” e “Reggio”, acceso la piazza e trasformato il comizio nell’ennesimo teatro della provocazione politica. Cannizzaro ha replicato con una frase ruvida, diventata virale: «CURNUTU SÌ TU E CU NON TI LU DICI!» Da quel momento, più che il merito dello scontro, il dibattito si è concentrato sul linguaggio. Ma il punto è un altro: la politica italiana continua a confondere il rumore con la forza, la provocazione con il coraggio e l’insulto con il pensiero. Vannacci arriva, provoca, divide, fa notizia e riparte. Cannizzaro, invece, quella città deve amministrarla anche il giorno dopo. È qui che passa la linea tra chi considera una comunità un palcoscenico e chi è costretto a risponderne ogni giorno. I giovani, si dice, non seguono più la politica. E forse bisognerebbe domandarsi perché. Perché quando la politica smette di essere esempio, studio, territorio, responsabilità e diventa soltanto provocazione, slogan e ricerca spasmodica del titolo sui giornali, non educa più nessuno. Al massimo intrattiene. E in questo spettacolo Roberto Vannacci ha trovato il suo habitat naturale. Un comizio è un comizio. Non è una scuola. I comizi non educano. Caricano il proprio elettorato, scaldano una piazza, rafforzano un’appartenenza. Pretendere che siano lezioni universitarie di educazione civica sarebbe persino ingenuo. L’educazione politica sta altrove. Sta nel comportamento quotidiano. Sta nella capacità di rappresentare una comunità. Sta nel sapere che una parola pronunciata da un palco non scompare quando vengono spenti i microfoni. Ed è qui che comincia la differenza. Francesco Cannizzaro la politica la conosce perché l’ha attraversata dal territorio alle istituzioni. È stato consigliere regionale, parlamentare ed è oggi sindaco di Reggio Calabria. La sua storia politica è legata a quella città, ai suoi quartieri, alle sue battaglie e alla rappresentanza del territorio. Un purosangue della politica, nel significato più semplice del termine: uno che sa stare in mezzo alla gente, su un palco, dentro un’istituzione e dentro uno scontro politico senza dimenticare da dove viene. E Reggio Calabria, con tutti i suoi problemi e tutte le sue enormi potenzialità, ha bisogno soprattutto di politica capace di occuparsi di infrastrutture, sviluppo, lavoro, collegamenti, servizi, periferie e peso istituzionale della Città Metropolitana. Non di una tournée permanente della provocazione. Poi è arrivata quella frase. Vannacci, parlando della scelta di candidati provenienti da fuori Calabria, ha detto che qualcuno voleva convincere i reggini che, «se siete stati cornuti in passato», dovessero continuare a essere «mazziati anche in futuro». Ed è qui che una certa ipocrisia politica dovrebbe almeno avere il pudore di tacere. Perché dopo si è discusso del linguaggio colorito di Cannizzaro. Si è discusso della sua risposta. Della parola pronunciata. Del tono. Ma troppo poco di ciò che quella risposta aveva provocato. Cannizzaro non stava tenendo una lezione di dizione. Stava rispondendo, da sindaco, a parole che aveva interpretato come un’offesa rivolta alla sua comunità. E allora per un istante ha lasciato da parte il linguaggio delle istituzioni e ha utilizzato quello che a Reggio non ha bisogno di traduzioni. Quello della strada. Quello della pancia. Quello che capisce immediatamente chi quella terra la vive. E ha detto: «CURNUTU SÌ TU E CU NON TI LU DICI!» Cornuto sei tu e chi non te lo dice. Una frase ruvida? Certamente. Colorita?
♬ audio originale - Luigi Palamara
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.