CURNUTU SI TU E CU NON TI LU DICI!
L'arte antica di sgonfiare le parole
Il valore di un insulto paesano
Dalle lezioni di vita in Aspromonte alla polemica politica recente: un viaggio ironico e identitario nel linguaggio popolare calabrese, dove la provocazione si disinnesca collettivamente tra risate e buon senso, ben prima di gridare allo scandalo.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcune cose s’imparano nei piccoli paesi e nessuna università al mondo insegna.
Io sono nato a Roccaforte del Greco, nell’Aspromonte. E chi nasce in un luogo così sa che un paese non è soltanto un punto sulla carta geografica. È una scuola. Talvolta severa, spesso ironica, sempre presente.
Nei piccoli centri ci si conosce tutti. Pregio e condanna. Non puoi nasconderti dietro l’anonimato e non puoi inventarti ogni mattina una faccia nuova. Esiste una gerarchia, certo, ma non quella stampata sui biglietti da visita. È una gerarchia più antica: quella costruita dal comportamento, dalla parola mantenuta, dal rispetto conquistato negli anni.
L’Aspromonte mi ha insegnato anche un’altra cosa: contare su se stessi sapendo, nello stesso momento, di appartenere a una comunità.
E poi mi ha insegnato a litigare.
Che non è una lezione secondaria.
Più di mezzo secolo fa, quando eravamo ragazzi, avevamo un sistema tutto nostro per disinnescare certe offese. Se qualcuno ti dava dello scemo, per esempio, potevi prenderla sul personale. Potevi arrabbiarti. Potevi cercare lo scontro.
Oppure potevi rispondere:
«Scemo sei tu e chi non te lo dice».
A quel punto intervenivano tutti.
E ciò che un secondo prima era un insulto diventava una risata collettiva. L’offesa perdeva il veleno. L’offensore, magari, aveva persino il tempo di domandarsi se non avesse esagerato.
Non era filosofia greca. Anche se, a Roccaforte del Greco, qualche diritto al nome forse ce l’avevamo.
Era semplicemente una maniera paesana di evitare che una parola diventasse una guerra.
Mi è tornato in mente assistendo alla polemica che ha coinvolto Roberto Vannacci e Francesco Cannizzaro.
Dal palco, davanti alla propria piazza, Cannizzaro ha ripreso proprio quel vecchio meccanismo popolare. Alla maniera nostra, quella che io continuo a scrivere come la pronuncerei a Roccaforte:
«Curnutu si tu e cu non ti lu dici!»
E dalla piazza è arrivato il coro:
«Curnutu!»
Ora, naturalmente, fuori dalla Calabria una scena del genere può apparire brutale. E persino dentro la Calabria qualcuno può leggerla diversamente. Le parole, del resto, non arrivano mai nude: si portano dietro il luogo, il tono, il contesto, la storia di chi le pronuncia e di chi le ascolta.
Ed è proprio qui che nasce l’equivoco.
Perché esiste una Calabria che non si comprende traducendone semplicemente il dialetto in italiano.
Bisogna tradurne i gesti.
Bisogna conoscere Reggio, l’Aspromonte, la costa ionica, quella tirrenica, la Piana. Bisogna sapere che talvolta un’espressione apparentemente feroce può essere usata proprio per togliere ferocia a una provocazione.
Non significa che tutti debbano apprezzarla. Né che una piazza politica sia la stessa cosa del cortile nel quale giocavamo da bambini.
Significa soltanto che, prima di gridare allo scandalo, conviene capire il linguaggio che si sta giudicando.
Quel coro, almeno per chi riconosce quella tradizione, può essere letto come una vecchia forma di restituzione ironica dell’offesa: tu lanci una parola contro di noi, noi la prendiamo, la moltiplichiamo fino a farla diventare quasi caricatura e te la rimandiamo indietro.
Fine.
Senza trattati di sociologia. Senza commissioni d’inchiesta. Senza bisogno di trasformare ogni baruffa in una battaglia campale.
Forse è questo che abbiamo dimenticato: l’arte di sgonfiare le parole.
Noi ragazzi di paese, inconsapevolmente, qualche volta ci riuscivamo.
Prendevamo un insulto, lo mettevamo in mezzo alla piazza e, ridendoci sopra tutti insieme, gli toglievamo il potere di far male.
Si chiamava buon senso.
E da queste parti, naturalmente, aveva anche un altro nome:
«Curnutu».
E Piazza Duomo per un minuto mi ha riportato in Aspromonte, a Roccaforte del Greco.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara CURNUTU SI TU E CU NON TI LU DICI! L'arte antica di sgonfiare le parole Il valore di un insulto paesano Dalle lezioni di vita in Aspromonte alla polemica politica recente: un viaggio ironico e identitario nel linguaggio popolare calabrese, dove la provocazione si disinnesca collettivamente tra risate e buon senso, ben prima di gridare allo scandalo. L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune cose s’imparano nei piccoli paesi e nessuna università al mondo insegna. Io sono nato a Roccaforte del Greco, nell’Aspromonte. E chi nasce in un luogo così sa che un paese non è soltanto un punto sulla carta geografica. È una scuola. Talvolta severa, spesso ironica, sempre presente. Nei piccoli centri ci si conosce tutti. Pregio e condanna. Non puoi nasconderti dietro l’anonimato e non puoi inventarti ogni mattina una faccia nuova. Esiste una gerarchia, certo, ma non quella stampata sui biglietti da visita. È una gerarchia più antica: quella costruita dal comportamento, dalla parola mantenuta, dal rispetto conquistato negli anni. L’Aspromonte mi ha insegnato anche un’altra cosa: contare su se stessi sapendo, nello stesso momento, di appartenere a una comunità. E poi mi ha insegnato a litigare. Che non è una lezione secondaria. Più di mezzo secolo fa, quando eravamo ragazzi, avevamo un sistema tutto nostro per disinnescare certe offese. Se qualcuno ti dava dello scemo, per esempio, potevi prenderla sul personale. Potevi arrabbiarti. Potevi cercare lo scontro. Oppure potevi rispondere: «Scemo sei tu e chi non te lo dice». A quel punto intervenivano tutti. E ciò che un secondo prima era un insulto diventava una risata collettiva. L’offesa perdeva il veleno. L’offensore, magari, aveva persino il tempo di domandarsi se non avesse esagerato. Non era filosofia greca. Anche se, a Roccaforte del Greco, qualche diritto al nome forse ce l’avevamo. Era semplicemente una maniera paesana di evitare che una parola diventasse una guerra. Mi è tornato in mente assistendo alla polemica che ha coinvolto Roberto Vannacci e Francesco Cannizzaro. Dal palco, davanti alla propria piazza, Cannizzaro ha ripreso proprio quel vecchio meccanismo popolare. Alla maniera nostra, quella che io continuo a scrivere come la pronuncerei a Roccaforte: «Curnutu si tu e cu non ti lu dici!» E dalla piazza è arrivato il coro: «Curnutu!» Ora, naturalmente, fuori dalla Calabria una scena del genere può apparire brutale. E persino dentro la Calabria qualcuno può leggerla diversamente. Le parole, del resto, non arrivano mai nude: si portano dietro il luogo, il tono, il contesto, la storia di chi le pronuncia e di chi le ascolta. Ed è proprio qui che nasce l’equivoco. Perché esiste una Calabria che non si comprende traducendone semplicemente il dialetto in italiano. Bisogna tradurne i gesti. Bisogna conoscere Reggio, l’Aspromonte, la costa ionica, quella tirrenica, la Piana. Bisogna sapere che talvolta un’espressione apparentemente feroce può essere usata proprio per togliere ferocia a una provocazione. Non significa che tutti debbano apprezzarla. Né che una piazza politica sia la stessa cosa del cortile nel quale giocavamo da bambini. Significa soltanto che, prima di gridare allo scandalo, conviene capire il linguaggio che si sta giudicando. Quel coro, almeno per chi riconosce quella tradizione, può essere letto come una vecchia forma di restituzione ironica dell’offesa: tu lanci una parola contro di noi, noi la prendiamo, la moltiplichiamo fino a farla diventare quasi caricatura e te la rimandiamo indietro. Fine. Senza trattati di sociologia. Senza commissioni d’inchiesta. Senza bisogno di trasformare ogni baruffa in una battaglia campale. Forse è questo che abbiamo dimenticato: l’arte di sgonfiare le parole. Noi ragazzi di paese, inconsapevolmente, qualche volta ci riuscivamo. Prendevamo un insulto, lo mettevamo in mezzo alla piazza e, ridendoci sopra tutti insieme, gli toglievamo il potere di far male. Editoriale completo su CartaStraccia.News
♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara CURNUTU SI TU E CU NON TI LU DICI! L'arte antica di sgonfiare le parole Il valore di un insulto paesano Dalle lezioni di vita in Aspromonte alla polemica politica recente: un viaggio ironico e identitario nel linguaggio popolare calabrese, dove la provocazione si disinnesca collettivamente tra risate e buon senso, ben prima di gridare allo scandalo. L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune cose s’imparano nei piccoli paesi e nessuna università al mondo insegna. Io sono nato a Roccaforte del Greco, nell’Aspromonte. E chi nasce in un luogo così sa che un paese non è soltanto un punto sulla carta geografica. È una scuola. Talvolta severa, spesso ironica, sempre presente. Nei piccoli centri ci si conosce tutti. Pregio e condanna. Non puoi nasconderti dietro l’anonimato e non puoi inventarti ogni mattina una faccia nuova. Esiste una gerarchia, certo, ma non quella stampata sui biglietti da visita. È una gerarchia più antica: quella costruita dal comportamento, dalla parola mantenuta, dal rispetto conquistato negli anni. L’Aspromonte mi ha insegnato anche un’altra cosa: contare su se stessi sapendo, nello stesso momento, di appartenere a una comunità. E poi mi ha insegnato a litigare. Che non è una lezione secondaria. Più di mezzo secolo fa, quando eravamo ragazzi, avevamo un sistema tutto nostro per disinnescare certe offese. Se qualcuno ti dava dello scemo, per esempio, potevi prenderla sul personale. Potevi arrabbiarti. Potevi cercare lo scontro. Oppure potevi rispondere: «Scemo sei tu e chi non te lo dice». A quel punto intervenivano tutti. E ciò che un secondo prima era un insulto diventava una risata collettiva. L’offesa perdeva il veleno. L’offensore, magari, aveva persino il tempo di domandarsi se non avesse esagerato. Non era filosofia greca. Anche se, a Roccaforte del Greco, qualche diritto al nome forse ce l’avevamo. Era semplicemente una maniera paesana di evitare che una parola diventasse una guerra. Mi è tornato in mente assistendo alla polemica che ha coinvolto Roberto Vannacci e Francesco Cannizzaro. Dal palco, davanti alla propria piazza, Cannizzaro ha ripreso proprio quel vecchio meccanismo popolare. Alla maniera nostra, quella che io continuo a scrivere come la pronuncerei a Roccaforte: «Curnutu si tu e cu non ti lu dici!» E dalla piazza è arrivato il coro: «Curnutu!» Ora, naturalmente, fuori dalla Calabria una scena del genere può apparire brutale. E persino dentro la Calabria qualcuno può leggerla diversamente. Le parole, del resto, non arrivano mai nude: si portano dietro il luogo, il tono, il contesto, la storia di chi le pronuncia e di chi le ascolta. Ed è proprio qui che nasce l’equivoco. Perché esiste una Calabria che non si comprende traducendone semplicemente il dialetto in italiano. Bisogna tradurne i gesti. Bisogna conoscere Reggio, l’Aspromonte, la costa ionica, quella tirrenica, la Piana. Bisogna sapere che talvolta un’espressione apparentemente feroce può essere usata proprio per togliere ferocia a una provocazione. Non significa che tutti debbano apprezzarla. Né che una piazza politica sia la stessa cosa del cortile nel quale giocavamo da bambini. Significa soltanto che, prima di gridare allo scandalo, conviene capire il linguaggio che si sta giudicando. Quel coro, almeno per chi riconosce quella tradizione, può essere letto come una vecchia forma di restituzione ironica dell’offesa: tu lanci una parola contro di noi, noi la prendiamo, la moltiplichiamo fino a farla diventare quasi caricatura e te la rimandiamo indietro. Fine. Senza trattati di sociologia. Senza commissioni d’inchiesta. Senza bisogno di trasformare ogni baruffa in una battaglia campale. Forse è questo che abbiamo dimenticato: l’arte di sgonfiare le parole. Noi ragazzi di paese, inconsapevolmente, qualche volta ci riuscivamo. Prendevamo un insulto, lo mettevamo in mezzo alla piazza e, ridendoci sopra tutti insieme, gli toglievamo il potere di far male. Si chiamava buon senso. E da queste parti, naturalmente, aveva anche un altro nome: «Curnutu». CartaStraccia.News
♬ audio originale - Luigi Palamara

0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.