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IL GENERALE, IL CHIACHIELLA, LE SUPPLETIVE E L’ARTE DI VINCERE PERDENDO

IL GENERALE, IL CHIACHIELLA, LE SUPPLETIVE E L’ARTE DI VINCERE PERDENDO

Il signor Roberto Chiachiella Vannacci festeggia sette «vittorie» dopo il ko alle suppletive di Reggio Calabria, ma l’aritmetica (e i voti) racconta un’altra storia

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un genere letterario che in Italia non morirà mai: il comunicato politico del candidato sconfitto.

È una forma d’arte.

Si entra alle urne per vincere, si esce senza seggio e, nel tragitto fra il seggio elettorale e Facebook, si scopre di aver trionfato.

Roberto Vannacci, dopo le suppletive di Reggio Calabria, riesce nell’impresa più ardua: trovare sette vittorie dentro una sconfitta.

Sette.

Neppure Ercole aveva avuto tanto da fare.

Vediamole.

1. «LA DESTRA VINCE: BENE.»

Benissimo.

Peccato per un dettaglio da ragioniere, categoria evidentemente meno affascinante dei generali: ha vinto il candidato del centrodestra che correva contro quello di Futuro Nazionale.

Fabio Roscioli ha ottenuto il 51,02%; Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale, il 10,94%.

Dunque Vannacci festeggia la vittoria dello schieramento che aveva appena cercato di insidiare.

È come entrare in campo con la maglia della squadra avversaria, perdere tre a zero e dichiarare soddisfatti:

«Ha vinto il calcio.»

Inoppugnabile.

2. «LA SINISTRA PERDE: ANCORA MEGLIO.»

Anche questo è vero nel senso più elementare: Frank Benedetto, candidato del campo largo, si è fermato al 36,59% e non è stato eletto.

Ma c’è una piccola omissione grammaticale.

Se uno presenta un proprio candidato alle elezioni, normalmente la domanda interessante non è soltanto chi abbia perso dall’altra parte.

È: hai vinto tu?

No.

Trasformare la sconfitta dell’avversario dell’avversario nella propria vittoria è una disciplina politica raffinata.

Seguendo il metodo, quando il Real Madrid batte il Barcellona anche il Cagliari potrebbe convocare una conferenza stampa per celebrare.

3. «FUTURO NAZIONALE SI ATTESTA ALL’11%.»

Qui finalmente arriva un numero sostanzialmente corretto.

Giannetta ha ottenuto il 10,94%, cioè 8.226 voti. Arrotondare all’11% è perfettamente legittimo.

Il problema comincia dopo.

Vannacci confronta questo risultato locale con la «media dei sondaggi» attribuita al partito.

Ma una suppletiva in un singolo collegio e un sondaggio nazionale non misurano necessariamente la stessa cosa.

È un po’ come vantarsi che la trattoria di famiglia serve più carbonare della media nazionale dei ristoranti stellati.

Può essere vero.

Resta da capire che cosa dimostri.

E soprattutto il risultato di Reggio arriva con un candidato tutt’altro che politicamente vergine: Domenico Giannetta era stato deputato di Forza Italia e capogruppo del partito in Consiglio regionale prima di passare a Futuro Nazionale.

Inoltre la lista civica «Insieme si può», che pochi mesi prima alle comunali aveva sfiorato il 4%, aveva annunciato ufficialmente il proprio sostegno a Giannetta.

Insomma, chiamarlo semplicemente «l’11% di Futuro Nazionale» è possibile.

Presentarlo come una fotografia chimicamente pura della forza nazionale del partito richiede invece una certa generosità interpretativa.

4. «SENZA FUTURO NAZIONALE IL CENTRODESTRA PERDE.»

Ed eccoci al capolavoro.

Qui non occorrono politologi, sondaggisti ammaestrati, retroscenisti, massoni, servizi segreti o astrologi.

Basta una calcolatrice.

Risultato:

Centrodestra: 51,02%.

Futuro Nazionale: 10,94%.

Futuro Nazionale correva separatamente.

Il centrodestra ha vinto comunque.

Perciò la frase «numeri alla mano, il centrodestra senza F.N. perde» presenta una caratteristica curiosa:

i numeri che tiene in mano dicono esattamente il contrario.

Si può sostenere che in future elezioni, con candidati diversi e dinamiche diverse, quei voti potrebbero diventare decisivi.

È un'ipotesi politica.

Ma questa elezione dimostra precisamente che in questa elezione non lo sono stati.

Il generale ordina ai numeri di mettersi sull’attenti.

I numeri, indisciplinati, disertano.

5. «ABBIAMO VALIDATO IL SIMBOLO.»

Meraviglioso.

Si partecipava a un’elezione parlamentare e fra le grandi conquiste della serata compare anche l’ammissione del simbolo.

È un po’ come terminare la maratona al sessantesimo posto e dichiarare:

«Però il pettorale me l’hanno accettato.»

L’ammissione della lista e del contrassegno alla competizione è certamente un passaggio necessario.

Trasformarla in un trionfo politico è un’altra faccenda.

E soprattutto l’ammissione in una specifica competizione non significa logicamente che qualunque futura questione sull’utilizzo di un simbolo sia diventata impossibile per l’eternità.

Dal voto popolare siamo passati improvvisamente alla grande epopea della modulistica.

6. «ABBIAMO ACQUISITO UN CAMPIONE DI VOTI.»

Il «campione» sarebbe Domenico Giannetta.

Che certamente dispone di un proprio radicamento politico.

Talmente proprio che proprio questo rende più complicato attribuire automaticamente tutti i suoi 8.226 voti al puro fascino del nuovo partito.

Giannetta non è comparso dal nulla con una spilletta di Futuro Nazionale appuntata sul petto: era un esponente importante di Forza Italia in Calabria, con precedenti incarichi parlamentari e regionali.

Dunque l’11% può essere letto come risultato del partito, del candidato, delle sue reti territoriali e delle realtà civiche che lo hanno sostenuto.

Quanto appartenga a ciascun ingrediente non lo stabilisce lo scrutinio.

Ma naturalmente «abbiamo preso un politico già noto e radicato che ci ha portato voti» possiede meno squilli di tromba di «abbiamo acquisito un campione».

Questione di marketing.

7. «ABBIAMO SUPERATO LA PROVA DELLE FIRME.»

E anche qui: vero, se le firme necessarie sono state raccolte e la candidatura è stata ammessa.

Ma dedurne la dimostrazione generale della «capacità amministrativa e organizzativa» è parecchio ambizioso.

Raccogliere correttamente le firme dimostra innanzitutto una cosa:

che si è stati capaci di raccogliere correttamente le firme.

Il resto appartiene al vastissimo settore politico noto come promozione del prodotto.

Se superare gli adempimenti elettorali dimostrasse automaticamente capacità amministrativa, i migliori presidenti del Consiglio italiani andrebbero cercati negli uffici elettorali comunali.

E probabilmente non sarebbe neppure la peggiore idea avuta dalla Repubblica.

E POI ARRIVA «LA GRANDE VITTORIA»

Qui la lingua italiana viene sottoposta a esercitazioni militari.

Giannetta non viene eletto.

Futuro Nazionale prende il 10,94%.

Il candidato del centrodestra prende il 51,02%.

E tutto ciò diventa una «grande vittoria».

Nessuno vieta di considerare incoraggiante un risultato dell’11% per una formazione nuova.

È una valutazione politica del tutto comprensibile.

Ma chiamare «vittoria» un’elezione nella quale il proprio candidato arriva terzo significa dare alla parola una certa elasticità.

Diciamo l’elasticità di un trampolino olimpionico.

IL CONFRONTO CON LE COMUNALI

Poi compare un altro numero: alle precedenti comunali il centrodestra avrebbe avuto circa il 62%, mentre alle suppletive soltanto il 51%.

In realtà Francesco Cannizzaro alle comunali di maggio aveva ottenuto il 65,68% come candidato sindaco.

Ma il problema principale è un altro.

Si stanno confrontando due elezioni diverse.

Alle comunali l’affluenza era circa il 65%; alle suppletive è precipitata attorno al 22%.

Candidati diversi.

Posta in gioco diversa.

Elettorato mobilitato in misura radicalmente diversa.

Contesto diverso.

Mettere semplicemente 65,68 e 51,02 uno accanto all’altro e attribuire tutta la differenza all’arrivo di Futuro Nazionale è seducente.

Come spesso accade, però, la seduzione statistica precede di qualche chilometro la dimostrazione.

«L’UNICO VOTO UTILE PER GLI ITALIANI»

Ed ecco il finale.

Dopo avere ottenuto il 10,94% in un collegio, essere arrivati terzi e non avere eletto il proprio candidato, Futuro Nazionale diventa improvvisamente «l’unico voto utile per gli italiani».

Non è più analisi.

È pubblicità.

Legittima, naturalmente: i partiti esistono anche per convincere gli elettori.

Ma non bisogna confondere uno slogan con un teorema.

Un’elezione locale può dimostrare che un partito esiste, che possiede un certo seguito in quel territorio e che è capace di presentarsi alle urne.

Non dimostra che sia indispensabile.

Non dimostra che rappresenti automaticamente l’11% degli italiani.

E certamente non può dimostrare che sia «l’unico voto utile».

Quello lo decidono gli elettori.

NESSUN DORMA

Il comunicato si conclude con «Nessun Dorma!».

E su questo, finalmente, pieno accordo metodologico.

Per seguire certi passaggi aritmetici conviene effettivamente restare molto svegli.

Perché il risultato politico di Reggio Calabria può tranquillamente essere raccontato come un debutto significativo per Futuro Nazionale: quasi l’11% per una nuova formazione non è un dato inesistente.

Ma da qui a trasformare un terzo posto in sette vittorie, una sconfitta elettorale in trionfo e il 51,02% degli altri nella prova che senza di te gli altri avrebbero perso, occorre qualcosa di più dell’ottimismo.

Occorre una nuova branca della matematica.

La chiameremo aritmetica celebrativa.

Funziona così:

se vinco, ho vinto.

Se perdo, ho vinto moralmente.

Se vince quello contro cui correvo, ha vinto la mia area.

Se prende il 51% senza di me, significa che senza di me perde.

Se arrivo terzo, sono indispensabile.

Sette obiettivi raggiunti.

Un seggio conquistato?

Zero.

Ma non guastiamo la festa con questi dettagli.

Ciao signor Roberto Chiachiella, ci hai fatto divertire ancora una volta, ma vedrai che ti passerà.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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