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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Il dilettantismo come sistema

Il dilettantismo come sistema
L'Editoriale di Luigi Palamara 

«Che lavoro fai?»
«Il giornalista.»
«E di che cosa scrivi?»
«Di quello che mi dicono.»

Il ragazzo lo dice senza vergogna. Anzi, con una certa fierezza. Come se l’obbedienza fosse diventata una virtù e la rinuncia al pensiero una forma di disciplina civile.

C’è un equivoco, oggi, che fa comodo a molti e danneggia tutti: l’idea che l’informazione sia un’attività collaterale, qualcosa che chiunque possa improvvisare purché abbia una voce, una faccia, una telecamera e un microfono. Non è così. Non lo è mai stato. Ma fingiamo che lo sia, perché è comodo. E perché la comodità, in tempi di stanchezza morale, vale più della verità.

«Ma tu verifichi?»
«Non c’è tempo.»
«Approfondisci?»
«Non serve.»
«Dubiti?»
«Non conviene.»

Una volta il giornalismo sbagliava. Ma sbagliava tentando di capire. Oggi non sbaglia: abdica. Rinuncia alla verifica, alla profondità, perfino al dubbio. E questa resa viene spacciata come modernità, come velocità, come adattamento ai tempi. In realtà è solo pigrizia elevata a metodo, mediocrità organizzata, servilismo con il badge.

L’informazione non si fa più: si recita. Male. Come una comparsa in una commedia di terz’ordine. Tutti seri, tutti affannati, tutti convinti di essere indispensabili. Ma nessuno responsabile.

E spesso, la censura tace ancora più della sciatteria: notizie importanti spariscono, articoli non si pubblicano, servizi non vanno in onda. «Non disturbare il manovratore», sembra il mantra. Tutti zitti. Il silenzio, però, urla più di mille articoli e di mille servizi video scadenti.

«Perché non fai quella domanda?»
«Non è il caso.»
«Perché?»
«Perché poi non mi chiamano più.»
«Perché non hai scritto di quella notizia?»
«Perché poi come campo?»

E così la verità non viene censurata — sarebbe quasi un gesto onesto — ma trascurata, ignorata. Abbandonata come un bagaglio scomodo mentre si corre verso il prossimo titolo, il prossimo clic, il prossimo applauso automatico. Mandati a fare questo sì e quello no, come cagnolini obbedienti al padroncino di turno. Mai un’iniziativa. Mai un passo di lato. Mai una voce fuori dal coro.

Il pubblico osserva, ma non reagisce più. È stato educato alla resa.

«Hai capito cosa hanno detto?»
«Non importa.»
«E allora perché ascolti?»
«Per abitudine.»

Consuma. Scrolla. Dimentica. Così il cerchio si chiude: meno qualità, meno domande; meno domande, meno qualità. Un patto silenzioso fra chi parla senza sapere e chi ascolta senza voler capire.

Ci raccontano che è inevitabile. Che “meglio di così non si può”. È la frase preferita di chi ha smesso di provarci. L’alibi di chi ha rinunciato a capire ma non vuole rinunciare a parlare.

Ma il problema non è l’errore. L’errore è umano, e talvolta persino dignitoso. Il problema è l’indifferenza verso la verità, trattata come un optional fastidioso, buono solo quando non disturba. Quando la verità diventa facoltativa, l’informazione smette di essere un servizio e diventa una farsa. E le farse, come le tragedie, prima o poi presentano il conto.

«Non lo sapevamo», diranno.
Ma non sarà vero.
La verità è che non volevamo saperlo.

Il lato più grottesco è dover fare il giornalista circondato da una folla di piccoli fastidi quotidiani, soprattutto nelle interviste collettive: cori disordinati, domande inutili, tempo perso. Tutto tranne che informazione. Tutto tranne che verità.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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