Adesso Reggio: la chiamata alle armi amaranto di Cannizzaro
L’Editoriale di Luigi Palamara
La sera scende sul Lungomare Falcomatà con una lentezza antica. Il vento porta odore di salsedine, e lo Stretto sembra una pagina aperta dove la luce si posa senza far rumore. Reggio Calabria non è un indirizzo sull’anagrafe: è una memoria che cammina, è un’inquietudine che non si rassegna. È una febbre, sì, ma una febbre che conosce la pazienza dei padri e la malinconia dei figli.
«Reggio ha bisogno di una squadra forte, unita», ha detto l’onorevole Francesco Cannizzaro. E le sue parole, ripetute nelle sezioni e nei circoli, sono arrivate fin dentro i bar del centro, tra il tintinnio dei cucchiaini e le carte da gioco consumate.
Al Bar Cesare, vicino al Museo, due uomini discutono piano.
«Hai sentito Cannizzaro?» chiede Mimmo, insegnante in pensione, con il giornale piegato sotto il braccio.
«Ho sentito, sì», risponde Rocco, tassista, guardando verso Piazza Italia. «Dice che dobbiamo indossare la maglia amaranto. Che è il momento di scendere in campo.»
Mimmo sorride appena. «La maglia non basta, Rocco. Serve il fiato. E serve la disciplina.»
«Ma almeno parla di unità», ribatte l’altro. «Qua ognuno ha sempre pensato al suo orticello. E la città è rimasta ferma.»
Fuori, una comitiva di ragazzi attraversa il corso Garibaldi. Uno di loro indossa davvero una maglia amaranto, consunta sulle spalle.
«Oh, compare, ma è politica o è calcio?» scherza un amico.
«È tutte e due», risponde il ragazzo. «Se non giochi, perdi. E noi a Reggio abbiamo perso troppo tempo.»
La chiamata di Cannizzaro ha il tono di chi conosce le crepe della propria casa e non vuole più fingere che siano ornamenti. Non parla da ragioniere della cosa pubblica, ma da capitano che raduna i suoi nello spogliatoio prima di una partita che sa essere decisiva. “Scendere in campo” non è un vezzo linguistico: è un’assunzione di responsabilità, è dire basta alla rassegnazione che nel Sud diventa spesso compagna silenziosa.
Sotto i portici del Teatro Cilea, una donna anziana, col fazzoletto nero annodato sotto il mento, ascolta il nipote che le spiega la campagna elettorale.
«Nonna, dicono che è il momento adesso. Che non si può aspettare.»
Lei lo guarda con occhi che hanno visto partenze e ritorni. «Figghiu meu, ogni generazione dice che è il momento adesso. La differenza la fa chi resta dopo le parole.»
Eppure qualcosa si muove. Nei circoli di Forza Italia e del centrodestra si respira un’aria di mobilitazione. Cannizzaro cerca di galvanizzare i suoi fedelissimi come un generale che conosce la stanchezza dei soldati ma vuole risvegliarne l’orgoglio. “Ognuno faccia la propria parte”, ripete. Con orgoglio. Con senso di appartenenza. Parole che a Reggio hanno un suono particolare, perché qui l’appartenenza è radice e ferita insieme.
Sui massi del Tempietto, un pescatore sistema le canne mentre parla con un giovane candidato.
«Voi politici parlate di Destinazione 2036», dice l’uomo, senza alzare lo sguardo. «Ma io voglio sapere cosa succede domani mattina.»
«Domani mattina cominciamo», risponde il ragazzo. «Per non doverci vergognare dopodomani.»
Il pescatore annuisce. «Allora fate sul serio. Perché il mare non aspetta i comizi.»
#AdessoReggio non è soltanto un motto da social. È un ultimatum morale che attraversa le strade lastricate e i quartieri periferici, le villette nuove e i palazzi scrostati. #Destinazione2036 è una promessa che chiede visione lunga, in una terra abituata alla sopravvivenza quotidiana.
Resta da vedere se alla retorica della maglia seguirà la fatica degli allenamenti, la pazienza delle scelte, la competenza che non si improvvisa. Perché l’amaranto scalda il cuore, ma non governa da solo. Servono idee chiare, mani pulite, schiene dritte.
Reggio, città fiera e fragile, osserva. Ha visto troppe stagioni per credere alle illusioni facili, ma non ha smesso di sperare. E forse è proprio questa la sua forza: nonostante tutto, continua a chiedere verità.
«Allora, Mimmo», dice Rocco accendendo il motore del taxi, «questa volta giochiamo davvero?»
Mimmo guarda lo Stretto che si fa scuro. «Giochiamo, sì. Ma ricordiamoci che la partita più difficile è restare uomini, anche quando si vince.»
E il futuro, come il mare davanti a Reggio, resta lì: aperto, inquieto, possibile.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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