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Giornalismo o narrativa? La deriva del sensazionalismo a Reggio

Giornalismo o narrativa? La deriva del sensazionalismo a Reggio
L’Editoriale di Luigi Palamara


Arriva un momento in cui la pazienza smette di essere virtù e diventa complicità. A Reggio Calabria quel momento è arrivato. La misura è colma, trabocca, sporca il tavolo e imbratta perfino le mani di chi ancora finge di non vedere.

L’informazione, oggi, non è più una piazza: è una giungla. E nella giungla non vince chi ha ragione, ma chi urla di più. Non il vero, ma il verosimile. Non il fatto, ma il sospetto. Così si è arrivati al paradosso: una città raccontata da chi non la vive, giudicata da chi non la conosce, condannata da chi non la guarda negli occhi.

C’è chi racconta una Reggio Calabria pericolosa, una terra fuori controllo, una specie di Far West sullo Stretto dove la legge non entra e la civiltà si ferma al cartello stradale. Terra di nessuno, dicono. Lo ripetono con quella sicurezza tipica di chi ha scoperto tutto senza uscire di casa.

Eppure non è così.

Non lo è per chi ci cammina la sera, per chi ci cresce i figli, per chi apre un negozio alle otto del mattino senza chiedere permesso alla paura. Non lo è per chi vive la normalità quotidiana — che non fa notizia, perché la normalità non vende — mentre il sensazionalismo ingrassa.

Il problema non è la critica. La critica è ossigeno. Il problema è la caricatura: la città ridotta a scenografia di paure prefabbricate. Perché oggi non si cerca la verità: si cerca il traffico. E i clic, si sa, preferiscono il brivido alla realtà.

Il meccanismo è semplice: si prende un episodio, lo si allarga, lo si lucida, lo si trasforma in sistema. Poi si aggiunge la parola “allarme”, si spruzza un po’ di indignazione pronta all’uso, e il mostro è servito. Un mostro che non vive nelle strade, ma nei titoli.

E così nasce una nuova categoria: il giornalista improvvisato. Non studia, non verifica, non confronta. Pubblica. Non racconta ciò che accade: decide ciò che deve accadere nella percezione pubblica. Non informa: influenza.

Ma qui il punto diventa più grave. Oggi si usano parole solenni — stampa, informazione, notizia — con una leggerezza quasi offensiva. Si applicano etichette nobili a contenuti poveri, si traveste l’opinione da cronaca e la suggestione da fatto. Così si consuma lentamente la credibilità di parole che non appartengono ai singoli, ma alla democrazia. Se tutto diventa “stampa”, nulla lo è più. Se tutto è “notizia”, la verità scompare.

Reggio Calabria rischia davvero di diventare una giungla. Non per la violenza delle strade, ma per l’anarchia delle narrazioni. Una giungla di comparse che parlano senza conoscere, scrivono senza verificare e soprattutto non pagano mai il prezzo dell’errore, mentre il prezzo della menzogna lo paga la città.

Naturalmente ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero. Ci mancherebbe altro. La libertà di parola è un diritto sacro. Ma, come ogni diritto serio, porta con sé un dovere altrettanto serio: la responsabilità.

Dire qualsiasi cosa non è libertà, è anarchia. E l’anarchia dell’informazione è più pericolosa del silenzio, perché traveste la menzogna da pluralismo. L’articolo 21 della Costituzione non nasce per proteggere l’approssimazione, ma per garantire la verità possibile. Ridurlo a scudo per l’imprecisione significa trasformarlo in una caricatura: una copia ridicola della sua stessa ragione d’essere.

Oggi i clic sono diventati una valuta. E come tutte le valute facili, hanno creato inflazione: inflazione di opinioni, di esperti, di verità parallele. La notizia non vale più per ciò che è, ma per quanto rende. Il risultato è un mercato drogato, dove la reputazione di una città può essere svalutata da una tastiera frettolosa e rilanciata dal fascino irresistibile della fake news virale.

Reggio Calabria non è perfetta. Nessuna città lo è. Ha problemi, come tutte. Ma una cosa è raccontare i problemi, un’altra è costruire un racconto. Nel primo caso si fa giornalismo. Nel secondo si fa narrativa — e pure mediocre.

Bisognerebbe mettere ordine. Non con censure, ma con serietà. Non con bavagli, ma con metodo. Tornare alla verifica, alla misura, al dubbio — quella vecchia disciplina che imponeva al cronista di controllare due volte prima di scrivere una volta. È urgente intervenire, prima che la parola perda definitivamente valore e la fiducia diventi irreparabile.

Perché la credibilità, a differenza dei clic, non si rigenera. Quando si consuma, lascia solo rumore.

E oggi di rumore ce n’è troppo. Un delirio continuo, alimentato dalla velocità e dalla superficialità, che trasforma l’eccezione in regola e l’impressione in verità. Va contenuto. Non per difendere l’orgoglio cittadino — che sopravvive comunque — ma per difendere l’informazione stessa.

Perché senza verità il giornalismo non diventa cattivo: diventa inutile.
E una democrazia può sopportare una stampa ostile. Non può sopportare una stampa inaffidabile.

Luigi Palamara
Giornalista e artista aspromontano

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