Caso Minasi, il rispetto non ha tessera: difendere la dignità è un atto di civiltà.
L'editoriale di Luigi Palamara
La politica italiana, un tempo arena feroce ma nobile, oggi somiglia sempre più a una curva da stadio senza partita: si urla per il gusto di urlare, si insulta per sport, si colpisce dove è più facile. E il punto più facile resta ancora quello antico: la donna.
Non importa l’idea, la proposta, l’errore o la ragione. Basta il genere.
Non si contesta l’avversario: lo si sminuisce.
Non si risponde: si deride.
Non si critica: si allude.
È una regressione primitiva, prima ancora che politica.
In queste ore la vicenda che coinvolge la senatrice Tilde Minasi offre una lezione che va oltre la parte. Non condivido — e non ho mai condiviso — molte delle sue scelte politiche; in passato il confronto è stato anche acceso, duro, persino polemico. Ma la polemica appartiene alla democrazia, l’offesa appartiene alla barbarie.
Esiste una linea netta, chiarissima: si combattono le idee, non la persona.
E quando la persona diventa bersaglio perché donna, quella linea è stata superata.
Il rispetto non cambia con il voto espresso né con la tessera di partito.
Vale per una senatrice della Repubblica come per una casalinga, per chi parla in Aula come per chi non parlerà mai in pubblico. La dignità non è graduabile, non dipende dal consenso, non si conquista con i like e non si perde con un’opinione impopolare.
Chi insulta una donna non sta attaccando un avversario politico — sta dichiarando la propria incapacità di argomentare. Il sessismo è la resa dei mediocri: quando finiscono le idee, si cerca un corpo su cui sfogarsi.
Per anni si è tollerato tutto in nome della libertà della rete, confondendo la libertà con la discarica. Ma la libertà di parola non è la libertà di degradare: è la responsabilità di ciò che si dice. E quando una società smette di distinguere tra critica e disprezzo, tra dissenso e insulto, non diventa più libera — diventa più vile.
Per questo la scelta di denunciare non è debolezza.
È un atto di civiltà.
Difendere la propria dignità con ogni mezzo consentito dalla legge non è censura: è l’esatto contrario. È il modo con cui la democrazia si protegge dalla rissa permanente. Bene ha fatto, in questo caso, la senatrice Minasi a rivolgersi alle istituzioni. Non per ottenere solidarietà, ma per ristabilire un confine.
La politica deve essere feroce, sì. Ma feroce nelle idee.
Chi scende sul corpo perde la battaglia della mente.
E un Paese che tollera l’offesa alla donna — anche quando non la vota, anche quando la contesta — non è un Paese più libero: è soltanto un Paese che ha smarrito il senso della misura.
Il rispetto non è galanteria.
È la base minima della convivenza civile.
Quando bisogna ricordarlo, significa che qualcosa si è già rotto.
Luigi Palamara
Giornalista e artista aspromontano
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.