Il paese che non prometteva niente — e ti dava tutto
(di LuigiPalamara)
Esiste un’Italia che non fa notizia. Non ha fretta, non ha vetrine, non ha bisogno di convincere nessuno. Sta lì, come una pietra antica: se la guardi distratto non la vedi, se ti fermi ti racconta.
Roccaforte del Greco non ti accoglie. Ti misura.
«Forestiero, che cerchi?»
«Niente».
«Allora puoi restare».
Perché da queste parti il niente è la prima ricchezza: vuol dire che non devi dimostrare nulla.
Sono nato il 18 giugno 1961. Estate piena, mi dissero. Piangevo piano — come se avessi già capito che il silenzio è una lingua più seria delle parole.
Le voci della mattina.
All’alba il paese si svegliava prima della luce. Non per disciplina: per necessità.
Il rumore era quello giusto: passi sulla pietra, acqua nella conca, galline senza filosofia.
Mastru Rocco, seduto sul muretto, guardava la valle.
«Lu tempu oji reggi», disse.
«Come fate a saperlo?» chiesi una volta.
«La montagna parla piano. Se la senti gridare, sei già in ritardo».
Mastru Rocco non era un poeta. Era un uomo che aveva vissuto abbastanza da non confondere la vita con le spiegazioni.
La scuola.
I banchi erano consumati, ma nessuno si consumava dentro.
La maestra Caterina teneva il registro come si tiene un libro sacro.
«Peppe, leggi».
«Maestra… sbaglio».
«Sbaglia forte, allora. Gli errori timidi non insegnano niente».
Poi mi indicava:
«Lui parla poco, ma capisce».
E io arrossivo. Non per vergogna — per responsabilità.
Il maestro Antonio aveva una teoria semplice:
«La penna è come la strada. Se vai storto qui, vai storto fuori».
Nessuno rideva. Non perché fosse severo, ma perché era vero.
La piazza non era un luogo: era un tribunale senza sentenze.
Compare Mimmo appoggiava le mani dietro la schiena.
«Lu figghiu di Peppinu studia».
«E che deve fare, lavorare già?» rispose compare Nino.
«Studiare è lavorare prima».
Poi si giravano verso di me:
«Ricordati: chi parte porta il paese in tasca. Se lo perde, resta forestiero pure a casa sua».
Non erano consigli. Erano leggi non scritte.
La casa.
La sera la stufa a legna diventava il centro del mondo.
Il fuoco faceva luce sulle facce, e ognuno aveva la sua storia scritta negli occhi.
«Passami la legna», diceva mia madre, Angelina.
Mio padre Peppino allungava il braccio.
«Basta?»
«Basta sempre, se lo dici prima della fame», rispondeva lei.
Io ascoltavo.
Le famiglie di allora non spiegavano l’amore: lo facevano funzionare.
La partenza.
Quando arrivò il momento del liceo a Reggio Calabria, nessuno fece tragedie.
In Aspromonte i distacchi si fanno senza teatro.
Mio padre: «È ora».
Silenzio.
Mia madre: «Vai. Ma non ti cambiare per piacere agli altri».
Fu la frase più moderna che abbia mai sentito.
Alla fermata del pullman, compare Mimmo disse:
«Quando torni, non raccontare quello che hai visto. Racconta quello che hai capito».
Avevo quattordici anni e non lo capii subito.
L’ho capito vivendo.
L’equivoco del mondo grande.
In città scoprii il rumore.
La gente parlava sempre, ma diceva meno.
Lì ho capito una cosa:
la solitudine non è stare da soli — è non avere radici che ti tengano.
Ogni difficoltà mi chiedeva: vuoi diventare un altro?
E ogni volta pensavo al paese, dove bastava essere se stessi per essere riconosciuti.
Il cinismo l’ho visto nascere lontano dall’Aspromonte: cresce dove la memoria è corta.
Il ritorno.
Oggi so che non sono mai partito davvero.
Sono solo andato abbastanza lontano per capire dove iniziavo.
Il bambino timido che guardava il mondo senza gridare è rimasto.
Non nostalgia: continuità.
Un giorno, tornando, incontrai Mastru Rocco ormai vecchio.
«Allora?»
«Ho studiato».
«E che hai imparato?»
«Che avevate ragione».
Lui sorrise:
«No. Avevamo tempo».
Ringrazio Dio — qui si fa ancora senza vergogna — e i miei genitori, Angelina e Peppino.
Mio padre avrebbe detto:
«Lascia qualcosa».
Non un ricordo rumoroso.
Qualcosa che resti quando la voce finisce.
Se queste parole sapranno somigliare anche solo un poco al silenzio di quel paese,
allora un bambino dell’Aspromonte non sarà cresciuto invano.
Luigi Palamara un estratto dal libro Figlio delle mie radici di Luigi Palamara
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