Quando cade un albero — e scopri che non era un albero.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Stanotte non è caduto un olmo.
È caduto un calendario.
Perché in Aspromonte il tempo non si conta con gli anni, ma con i ritorni:
la festa, l’estate, le stelle di agosto, i matrimoni, i lutti.
E tutto, prima o poi, passava da lì.
A San Lorenzo la piazza non è mai stata un luogo geometrico.
Era un respiro.
La Chiesa per pregare, sposarsi, piangere.
La piazza per parlare, ridere, discutere di niente — cioè di tutto.
E in mezzo l’olmo.
Non decorava: ordinava.
Chi veniva dai paesi vicini non chiedeva dove fosse la piazza.
Chiedeva:
«L’olmo c’è ancora?»
Era la vera cartina geografica dell’Aspromonte umano:
ci si arrivava per abitudine, non per strada.
Il 10 agosto.
La notte di San Lorenzo non aveva bisogno di spettacoli.
Bastava alzare gli occhi.
Le sedie portate da casa, i bambini svegli più del permesso, i nonni che spiegavano le stelle senza mai nominarne una giusta.
I primi amori imparavano lì la loro grammatica:
parlare poco, aspettare molto.
«Hai visto?»
«Sì.»
E nessuno chiedeva quale stella: importava il desiderio.
L’olmo ascoltava.
Non benediceva — custodiva.
Per generazioni ha raccolto promesse che nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire alla luce del giorno.
La festa di San Lorenzo non era organizzata: succedeva.
Le luminarie tremavano, la banda arrivava in ritardo, qualcuno protestava sempre — ed era proprio questo a farla funzionare.
Sotto quell’albero passavano le processioni e le serenate, i concerti improvvisati, le sedie spostate cento volte.
Si ballava, si litigava, si faceva pace nello stesso metro quadrato.
Un forestiero avrebbe visto confusione.
Un abitante vedeva continuità.
La vita intera.
Di giorno la piazza era tribunale orale.
La sera era confidenza.
La notte memoria.
Dalla Chiesa uscivano sposi — e passavano sotto l’olmo come sotto un arco non costruito.
Poi, anni dopo, uscivano bare — e facevano lo stesso percorso.
Il paese imparava così la cosa più difficile:
la vita non cambia luogo quando cambia sentimento.
L’olmo non distingueva:
gioia e dolore gli erano affidati con la stessa naturalezza con cui si affida un segreto a chi non tradisce.
Ciò che resta.
Un albero secolare non assorbe solo acqua.
Assorbe abitudini.
Ha ascoltato nomi che non esistono più, ha visto bambini diventare nonni, ha fatto ombra a persone che oggi vivono soltanto nei racconti.
Non ricordava per sé — ricordava per tutti.
Ora la piazza è la stessa.
Ma manca il testimone.
E un paese senza il suo testimone non perde un simbolo: perde la misura del tempo.
Non è caduto un olmo.
È caduto il punto esatto dove l’Aspromonte riconosceva se stesso.
Toccherà agli uomini — adesso — fare ciò che per secoli ha fatto un albero:
tenere insieme le stagioni, le generazioni, le voci.
Perché finché sotto quell’olmo si viveva, il paese non aveva bisogno di spiegarsi.
Esisteva.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
#olmo
#sanlorenzo
#aspromonte
#editoriale #luigipalamara
@luigi.palamara Quando cade un albero — e scopri che non era un albero. L'Editoriale di Luigi Palamara Stanotte non è caduto un olmo. È caduto un calendario. Perché in Aspromonte il tempo non si conta con gli anni, ma con i ritorni: la festa, l’estate, le stelle di agosto, i matrimoni, i lutti. E tutto, prima o poi, passava da lì. A San Lorenzo la piazza non è mai stata un luogo geometrico. Era un respiro. La Chiesa per pregare, sposarsi, piangere. La piazza per parlare, ridere, discutere di niente — cioè di tutto. E in mezzo l’olmo. Non decorava: ordinava. Chi veniva dai paesi vicini non chiedeva dove fosse la piazza. Chiedeva: «L’olmo c’è ancora?» Era la vera cartina geografica dell’Aspromonte umano: ci si arrivava per abitudine, non per strada. Il 10 agosto. La notte di San Lorenzo non aveva bisogno di spettacoli. Bastava alzare gli occhi. Le sedie portate da casa, i bambini svegli più del permesso, i nonni che spiegavano le stelle senza mai nominarne una giusta. I primi amori imparavano lì la loro grammatica: parlare poco, aspettare molto. «Hai visto?» «Sì.» E nessuno chiedeva quale stella: importava il desiderio. L’olmo ascoltava. Non benediceva — custodiva. Per generazioni ha raccolto promesse che nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire alla luce del giorno. La festa di San Lorenzo non era organizzata: succedeva. Le luminarie tremavano, la banda arrivava in ritardo, qualcuno protestava sempre — ed era proprio questo a farla funzionare. Sotto quell’albero passavano le processioni e le serenate, i concerti improvvisati, le sedie spostate cento volte. Si ballava, si litigava, si faceva pace nello stesso metro quadrato. Un forestiero avrebbe visto confusione. Un abitante vedeva continuità. La vita intera. Di giorno la piazza era tribunale orale. La sera era confidenza. La notte memoria. Dalla Chiesa uscivano sposi — e passavano sotto l’olmo come sotto un arco non costruito. Poi, anni dopo, uscivano bare — e facevano lo stesso percorso. Il paese imparava così la cosa più difficile: la vita non cambia luogo quando cambia sentimento. L’olmo non distingueva: gioia e dolore gli erano affidati con la stessa naturalezza con cui si affida un segreto a chi non tradisce. Ciò che resta. Un albero secolare non assorbe solo acqua. Assorbe abitudini. Ha ascoltato nomi che non esistono più, ha visto bambini diventare nonni, ha fatto ombra a persone che oggi vivono soltanto nei racconti. Non ricordava per sé — ricordava per tutti. Ora la piazza è la stessa. Ma manca il testimone. E un paese senza il suo testimone non perde un simbolo: perde la misura del tempo. Non è caduto un olmo. È caduto il punto esatto dove l’Aspromonte riconosceva se stesso. Toccherà agli uomini — adesso — fare ciò che per secoli ha fatto un albero: tenere insieme le stagioni, le generazioni, le voci. Perché finché sotto quell’olmo si viveva, il paese non aveva bisogno di spiegarsi. Esisteva. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #olmo #sanlorenzo #aspromonte #editoriale #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara
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