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La giustizia al bivio tra paura e propaganda.

La giustizia al bivio tra paura e propaganda.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Il Sì cresce nei sondaggi promettendo ordine e controllo, mentre il No fatica a spiegare perché l’indipendenza dei giudici non è un privilegio ma una garanzia democratica.

Referendum giustizia 2026.

Eccoli, i numeri. Freddi, impersonali, eppure già caldi di propaganda. Il 52,5% dice Sì, il 47,5% dice No. Cinque punti di scarto: abbastanza per brindare nei palazzi, troppo pochi per dormire sonni tranquilli. Perché i referendum, in Italia, non si vincono con i sondaggi ma con le paure. E su questo terreno la giustizia è da sempre una miniera d’oro.

Il referendum del 2026 arriva come arrivano tutte le grandi riforme annunciate: sotto scorta di parole solenni e accompagnate da un rumore di fondo fatto di cronaca nera, manganelli evocati, ordine e disordine agitati come clave. La separazione delle carriere, la doppia anima del Csm, l’Alta Corte disciplinare: concetti complessi, tecnici, perfino noiosi. Dunque inadatti a una campagna elettorale. Molto meglio Torino, molto meglio la rabbia, molto meglio suggerire — senza dirlo — che un Sì possa mettere le manette giuste ai polsi giusti. Anche se non è vero. Ma la verità, si sa, non è mai stata un requisito elettorale.

Il fronte del Sì cresce, dicono. Cresce perché parla semplice. Perché offre un colpevole riconoscibile — la “casta togata”, espressione che fa sempre presa — e una promessa altrettanto semplice: più controllo, più ordine, più giustizia. Tre parole che stanno benissimo su un manifesto e malissimo in una Costituzione, che diffida delle scorciatoie e detesta le soluzioni facili ai problemi difficili.

Il fronte del No, invece, arranca. Come sempre arranca chi prova a spiegare invece di agitare. Chi ricorda che l’indipendenza della magistratura non è un vezzo corporativo ma una garanzia per il cittadino qualunque, quello che oggi applaude e domani potrebbe trovarsi imputato. Ma spiegare richiede tempo, attenzione, silenzio. Tutte cose che la politica moderna considera una perdita secca.

E poi c’è l’affluenza, questa grande sconosciuta. Non c’è quorum, è vero. Ma c’è l’umore del Paese. Se voteranno in pochi, vincerà chi ha motivato meglio i suoi. Se voteranno in molti, potrebbe emergere il dubbio, che è l’unica forma onesta di intelligenza civile. Il dubbio che una giustizia più “governabile” sia anche una giustizia più giusta. Il dubbio che riformare significhi davvero migliorare, e non semplicemente spostare il potere da una stanza all’altra.

Questo referendum non parla solo di giudici e pm. Parla di noi, della nostra eterna tentazione di risolvere tutto cambiando l’architettura invece dell’etica, le regole invece dei comportamenti. Parla di un Paese che, davanti alla complessità, chiede risposte secche. Sì o No. Bianco o nero. Amico o nemico.

Ma la giustizia, come la democrazia, vive nelle sfumature. E le sfumature, si sa, non fanno vincere le campagne. Fanno però sopravvivere i Paesi.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

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