Sanità, il bluff dei camici cubani: così Roberto Occhiuto nasconde il fallimento dietro la narrazione epica
Esportiamo talenti, importiamo medici: il capolavoro di autolesionismo che sta svuotando gli ospedali calabresi
L’Editoriale di Luigi Palamara
Eccolo il momento in cui l’emergenza smette di essere una scusa e diventa una responsabilità. In Calabria quel momento è passato da un pezzo, come un treno che non ferma più nelle stazioni interne, dove resta solo il fischio del vento e qualche finestra accesa.
Eppure il presidente Roberto Occhiuto continua a governare la sanità come fosse un cantiere provvisorio, una toppa da applicare su uno strappo che invece richiede ago, filo e pazienza. Governa come si rattoppa una giacca logora: un punto oggi, uno domani, senza mai chiedersi perché il tessuto continui a lacerarsi.
La storia dei medici cubani non è una favola esotica. È il simbolo di una resa. Andare a cercare camici bianchi a Cuba, stringere intese con L’Avana, sfidare le critiche internazionali: tutto questo può sembrare coraggio. Ma il coraggio, in politica, non è fare qualcosa di clamoroso. È fare qualcosa di giusto.
Occhiuto ha scelto la scorciatoia. Ha trasformato una crisi strutturale in una missione straordinaria permanente. Ha presentato come soluzione quella che è, nella migliore delle ipotesi, una stampella. Perché il problema della sanità calabrese non è la nazionalità dei medici: è l’assenza di una visione.
Gli ospedali della Calabria non sono deserti perché mancano cubani. Sono deserti perché mancano stipendi adeguati, concorsi rapidi, carriere chiare, tutele, sicurezza e soprattutto merito. Sono deserti perché per anni si è governato il sistema con commissariamenti, deroghe, rattoppi. E ogni rattoppo ha allargato lo strappo.
Una sera, nell’aria salmastra che sale dallo Stretto, Reggio Calabria parlava piano con Catanzaro.
«Sorella mia,» diceva Reggio, «li vedi i nostri ragazzi? Studiano, si laureano, fanno notti in corsia e poi partono. Milano, Bologna, Germania. Qui resta il silenzio.»
Catanzaro sospirava tra i corridoi dei suoi uffici: «Non è la partenza che mi fa male. È l’indifferenza. Quando il merito viene umiliato e calpestato, non piange. Reagisce con l’orgoglio. E ti volta le spalle.»
Dal Tirreno interveniva Cosenza, con la voce antica delle sue pietre: «Abbiamo università, giovani brillanti, reparti che potrebbero fiorire. Ma li lasciamo soli. E poi chiamiamo rinforzi da lontano come se la distanza fosse una virtù.»
E Crotone, battuta dal vento, aggiungeva amara: «Non è colpa di chi arriva. È colpa di chi parte senza volerlo.»
Il punto è tutto qui. Se non rendi attrattivo il servizio pubblico, i tuoi giovani medici se ne andranno. E tu importerai personale mentre esporti competenze. Un capolavoro di autolesionismo che neppure la più feroce opposizione saprebbe immaginare.
I sindacati hanno alzato la voce. Non per ideologia, ma per aritmetica. Non si costruisce un sistema sanitario solido aggirando le regole sul riconoscimento dei titoli e sulla programmazione. Non si crea stabilità moltiplicando eccezioni.
Uno Stato serio non vive di deroghe. Possibile che l’unica ambizione sia sopravvivere alla giornata? Perché è questo il punto. La politica calabrese sembra aver accettato l’idea che l’ordinario non tornerà mai. Che l’emergenza sia la normalità.
Ma l’emergenza continua è una forma di governo debole. È il contrario della riforma. Una riforma vera avrebbe imposto un piano straordinario di assunzioni, incentivi per chi sceglie gli ospedali periferici, investimenti sulle università, un patto serio per trattenere gli specializzandi. Avrebbe significato meno annunci e più struttura.
Invece si è scelta la narrazione epica: la regione dimenticata che va a cercare aiuto oltreoceano. Suggestiva, certo. Ma la suggestione non cura i pazienti. Non accorcia le liste d’attesa. Non ferma i viaggi della speranza che, come un fiume silenzioso, scorrono verso nord.
E mentre i comunicati celebrano missioni e protocolli, nei reparti resta la fatica. Resta l’infermiera che copre due turni. Resta il medico che aspetta un concorso che non arriva. Resta la madre che prenota un esame e sente rispondersi: “Non prima di sei mesi”.
Il presidente tira dritto. Rivendica la sua decisione. Ma governare non è intestardirsi: è correggere. Se tra qualche anno la Calabria sarà ancora costretta a spedire i suoi malati altrove, la responsabilità non sarà di chi ha criticato. Sarà di chi ha preferito l’eccezione alla riforma.
Perché la sanità non è un teatro geopolitico. È un diritto costituzionale. E quando un diritto diventa oggetto di esperimenti, non siamo davanti a un atto di audacia. Siamo davanti a un fallimento travestito da soluzione.
E la Calabria, terra antica e orgogliosa, lo sa bene: quando il merito viene umiliato e calpestato, non implora. Si alza in silenzio, stringe i denti, e volta le spalle.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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