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Referendum Giustizia. Voto, taccio e spero: perché al Sud la riforma della giustizia suona sempre come l'ultima beffa

Il tempo delle cause


Il vento scendeva dall’Aspromonte come una cosa antica, che conosceva i nomi degli uomini e le loro storie. Passava tra i castagni, sfiorava i muri bassi di pietra, entrava nelle case senza chiedere permesso. In paese, a quell’ora, si parlava piano.

Michele era seduto davanti alla porta, con le mani appoggiate al bastone. Guardava la strada che non portava più nessuno. Da anni aspettava una sentenza. Da anni aspettava di capire se quel pezzo di terra era ancora suo.

Suo figlio Antonio scese dal sentiero con passo veloce.

«Hanno parlato di nuovo alla radio,» disse, senza salutare. «Dicono che cambiano la giustizia.»

Michele non si mosse.

«La cambiano sempre,» rispose. «E noi restiamo sempre gli stessi.»

Antonio si sedette accanto a lui.

«Dicono che è per far funzionare meglio le cose.»

Michele fece un sorriso corto, senza allegria.

«Funzionare per chi?»

Antonio non rispose subito. Guardava la valle, dove le luci cominciavano ad accendersi una a una, come se qualcuno le accendesse a mano.

«Per lo Stato,» disse poi. «Per rendere tutto più veloce.»

Michele batté il bastone a terra.

«Veloce? Sono otto anni che aspetto. Otto. Tuo figlio è cresciuto e io sto ancora qui a guardare questa strada.»

Si fermò un momento, poi aggiunse:

«Non è la velocità che cercano. È il controllo.»

Antonio si voltò verso di lui.

«Che vuoi dire?»

Michele sospirò, come uno che ha già detto quelle parole troppe volte.

«Quando una cosa non funziona, la sistemi. Non la indebolisci. Se la giustizia è lenta, la fai andare più forte. Non la fai diventare più debole.»

Antonio abbassò lo sguardo.

«E allora perché lo fanno?»

Michele lo guardò negli occhi.

«Perché una giustizia lenta ai forti non dà fastidio. Ai deboli sì.»

Passò un uomo sulla strada, salutò con la testa e tirò dritto. Qui nessuno si fermava più a lungo del necessario.

«Lo sai chi può aspettare dieci anni?» continuò Michele. «Chi ha i soldi. Chi ha tempo. Noi no. Noi nel frattempo perdiamo tutto.»

Antonio strinse le mani.

«E allora cosa si dovrebbe fare?»

Michele indicò il paese con un gesto lento.

«Vedi quel tribunale laggiù? Non hanno persone. Non hanno mezzi. Non hanno niente. E parlano di riforme.»

Fece una pausa.

«Prima fai funzionare le cose. Poi le cambi.»

Il vento si alzò un poco, portando odore di legna bruciata.

Antonio rimase in silenzio, poi disse:

«Alla radio dicevano anche che i magistrati sbagliano, che liberano la gente cattiva.»

Michele scosse la testa.

«Quando non sai risolvere un problema, cerchi un colpevole. È più facile.»

«E la gente ci crede.»

«La gente è stanca,» disse Michele. «E quando sei stanco, prendi quello che ti danno.»

Antonio si alzò, fece qualche passo, poi tornò indietro.

«E noi?»

Michele lo guardò a lungo.

«Noi dobbiamo capire. Non basta votare. Bisogna capire cosa succede tra un voto e l’altro.»

La notte era scesa quasi del tutto. Le montagne si erano fatte scure, come chiuse su se stesse.

«E se non capiamo?» chiese Antonio.

Michele si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone.

«Allora restiamo qui,» disse, «ad aspettare. Come faccio io.»

Fece un passo verso la casa, poi si fermò un attimo.

«Ma una giustizia che non arriva non è giustizia. È solo tempo che passa.»

E il vento, scendendo dall’Aspromonte, si portò via anche quelle parole, come aveva fatto con tutte le altre.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Referendum Giustizia. Voto, taccio e spero: perché al Sud la riforma della giustizia suona sempre come l'ultima beffa Il tempo delle cause. Il racconto di Luigi Palamara Il vento scendeva dall’Aspromonte come una cosa antica, che conosceva i nomi degli uomini e le loro storie. Passava tra i castagni, sfiorava i muri bassi di pietra, entrava nelle case senza chiedere permesso. In paese, a quell’ora, si parlava piano. Michele era seduto davanti alla porta, con le mani appoggiate al bastone. Guardava la strada che non portava più nessuno. Da anni aspettava una sentenza. Da anni aspettava di capire se quel pezzo di terra era ancora suo. Suo figlio Antonio scese dal sentiero con passo veloce. «Hanno parlato di nuovo alla radio,» disse, senza salutare. «Dicono che cambiano la giustizia.» Michele non si mosse. «La cambiano sempre,» rispose. «E noi restiamo sempre gli stessi.» Antonio si sedette accanto a lui. «Dicono che è per far funzionare meglio le cose.» Michele fece un sorriso corto, senza allegria. «Funzionare per chi?» Antonio non rispose subito. Guardava la valle, dove le luci cominciavano ad accendersi una a una, come se qualcuno le accendesse a mano. «Per lo Stato,» disse poi. «Per rendere tutto più veloce.» Michele batté il bastone a terra. «Veloce? Sono otto anni che aspetto. Otto. Tuo figlio è cresciuto e io sto ancora qui a guardare questa strada.» Si fermò un momento, poi aggiunse: «Non è la velocità che cercano. È il controllo.» Antonio si voltò verso di lui. «Che vuoi dire?» Michele sospirò, come uno che ha già detto quelle parole troppe volte. «Quando una cosa non funziona, la sistemi. Non la indebolisci. Se la giustizia è lenta, la fai andare più forte. Non la fai diventare più debole.» Antonio abbassò lo sguardo. «E allora perché lo fanno?» Michele lo guardò negli occhi. «Perché una giustizia lenta ai forti non dà fastidio. Ai deboli sì.» Passò un uomo sulla strada, salutò con la testa e tirò dritto. Qui nessuno si fermava più a lungo del necessario. «Lo sai chi può aspettare dieci anni?» continuò Michele. «Chi ha i soldi. Chi ha tempo. Noi no. Noi nel frattempo perdiamo tutto.» Antonio strinse le mani. «E allora cosa si dovrebbe fare?» Michele indicò il paese con un gesto lento. «Vedi quel tribunale laggiù? Non hanno persone. Non hanno mezzi. Non hanno niente. E parlano di riforme.» Fece una pausa. «Prima fai funzionare le cose. Poi le cambi.» Il vento si alzò un poco, portando odore di legna bruciata. Antonio rimase in silenzio, poi disse: «Alla radio dicevano anche che i magistrati sbagliano, che liberano la gente cattiva.» Michele scosse la testa. «Quando non sai risolvere un problema, cerchi un colpevole. È più facile.» «E la gente ci crede.» «La gente è stanca,» disse Michele. «E quando sei stanco, prendi quello che ti danno.» Antonio si alzò, fece qualche passo, poi tornò indietro. «E noi?» Michele lo guardò a lungo. «Noi dobbiamo capire. Non basta votare. Bisogna capire cosa succede tra un voto e l’altro.» La notte era scesa quasi del tutto. Le montagne si erano fatte scure, come chiuse su se stesse. «E se non capiamo?» chiese Antonio. Michele si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone. «Allora restiamo qui,» disse, «ad aspettare. Come faccio io.» Fece un passo verso la casa, poi si fermò un attimo. «Ma una giustizia che non arriva non è giustizia. È solo tempo che passa.» E il vento, scendendo dall’Aspromonte, si portò via anche quelle parole, come aveva fatto con tutte le altre. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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