Darderi e quella mano rimasta nel vuoto
L'Editoriale di Luigi Palamara
Certe scene non hanno bisogno della moviola. Bastano pochi secondi, un ingresso in campo, una bambina con la mano tesa e un adulto troppo occupato a recitare la parte di se stesso.
Luciano Darderi è entrato come entrano oggi molti giovani miracolati dallo sport e dall’applauso: occhiali da sole, sorriso da copertina, passo studiato, quella sicurezza un po’ sguaiata di chi crede che il mondo sia lì per guardarlo. Salutava il pubblico, dispensava presenza, costruiva la propria immagine. E intanto, accanto a lui, c’era una bambina ipovedente che aspettava semplicemente la sua mano.
Non un inchino. Non una carezza. Non un gesto eroico. Una mano.
E quella mano è rimasta nel vuoto.
La bambina, capito che il campione le era passato accanto, ha provato a seguirlo con passo incerto. Lui avanti, lei dietro. Lui nel suo piccolo teatro di vanità, lei nella concretezza dolorosa di chi cerca un riferimento e non lo trova. Una scena breve, ma sufficiente a raccontare molto più di un punteggio, più di una partita, più di un tabellone.
Forse Darderi non se n’è accorto. Forse è stata distrazione. Forse il rito dell’ingresso, le telecamere, il pubblico, l’abitudine a sentirsi osservato gli hanno tolto per un istante la misura delle cose. Ma proprio lì sta il punto: ci sono distrazioni che pesano più di mille sconfitte, perché rivelano una povertà d’attenzione, una miseria dello sguardo, una cecità morale ben più imbarazzante di quella fisica.
Poi è arrivato il campo, giudice meno sentimentale e più sbrigativo: 6-1, 6-1.
A volte il tennis restituisce il conto senza bisogno di editoriali.
Ciao.
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