Domenico Grillone, il garbo come ultima forma di coraggio
Addio al giornalista reggino Domenico Grillone, maestro di stile e umanità: la sua lezione contro il cinismo dei nostri tempi
Il garbo come ultima forma di coraggio: la scomparsa di Mimì, l’antidoto al rumore
Calabrese con il Brasile nell'anima, ha interpretato la professione rifiutando l’urlo e la banalità. Ci lascia il vuoto di un giornalismo colto e civile, capace di raccontare la verità senza mai rinunciare alla gentilezza.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Ci sono uomini che se ne vanno facendo rumore anche quando hanno vissuto senza cercarlo. Domenico Grillone apparteneva a questa razza sempre più rara: quella degli uomini che non hanno bisogno di alzare la voce per essere ascoltati, né di sgomitare per lasciare il segno. Una razza antica, quasi fuori catalogo, in un tempo in cui il frastuono viene spesso scambiato per autorevolezza e la volgarità per franchezza.
Lo chiamavano Mimì. E già in quel nome breve, familiare, quasi domestico, c’era qualcosa del suo modo di stare al mondo. Non una posa. Non una maschera. Non una di quelle identità costruite a tavolino per piacere a tutti. Mimì era, semplicemente. E questo, oggi, è quasi un atto rivoluzionario.
Era calabrese, ma non di quella Calabria che si lascia imprigionare nei luoghi comuni, nelle cartoline o nelle condanne sommarie. Era calabrese come lo sono certi uomini di frontiera: con le radici piantate nella terra e lo sguardo già oltre il mare. Reggio Calabria, città magnifica e contraddittoria, paradiso e inferno, promessa e ferita, gli somigliava più di quanto forse lui stesso avrebbe ammesso. Aveva la luce del suo lungomare, ma anche la malinconia di chi conosce bene le ombre. Aveva il sorriso di chi sa accogliere, ma anche l’intelligenza di chi non si lascia ingannare dalle apparenze.
Domenico Grillone era un giornalista. Ma bisogna intendersi su questa parola, perché oggi è una parola consumata. Giornalista non è chi riempie spazi, chi insegue l’urlo, chi trasforma ogni notizia in una rissa e ogni opinione in una clava. Giornalista, nel senso più serio e ormai quasi dimenticato del termine, è chi ascolta prima di scrivere. Chi misura le parole perché sa che le parole possono ferire, illuminare, tradire o salvare. Chi racconta senza inginocchiarsi davanti al potente e senza sputare addosso al debole.
Di lui, chi lo ha conosciuto, ricorda questo: la penna pulita, il tratto elegante, il rispetto. Ma attenzione: il rispetto non era debolezza. Era stile. E lo stile, quando è vero, non è ornamento. È sostanza morale. È il modo in cui un uomo decide di non farsi corrompere dalla bruttezza del mondo.
Lo ricordano i colleghi, gli amici, i figli, le persone che hanno attraversato la sua casa, le sue giornate, i suoi caffè, le sue telefonate, le sue conversazioni. Lo ricordano per il garbo, parola che sembra uscita da un vocabolario dimenticato in soffitta. Garbo: cioè misura, grazia, attenzione all’altro. Garbo: cioè la capacità di dire anche una verità scomoda senza trasformarla in un’aggressione. Garbo: cioè una forma superiore di educazione, quella che non nasce dai manuali ma dall’anima.
E poi c’era il Brasile. Non come esotismo da salotto, non come nostalgia turistica, ma come seconda patria interiore. Il Brasile delle musiche, dei colori, delle malinconie luminose, delle samba che sembrano allegre e invece portano dentro tutto il dolore del mondo. Forse Domenico lo amava perché vi riconosceva qualcosa di sé: la dolcezza e la ferita, il ritmo e la saudade, la festa e l’assenza. In fondo, certi uomini non abitano un solo luogo. Ne portano molti dentro, e per questo sanno parlare a tutti.
Chi lo piange oggi non sta soltanto salutando un amico, un padre, un collega, un professionista. Sta salutando un modo di essere. E forse è questo che fa più male. Perché quando muore un uomo gentile, non muore solo un uomo. Muore un argine. Muore una piccola diga contro la sciatteria, contro la prepotenza, contro quel cinismo da quattro soldi che ha invaso le redazioni, le piazze, i social, perfino le conversazioni private.
Domenico Grillone non apparteneva al tempo dei riflettori puntati sul nulla. Apparteneva al tempo del caffè condiviso, della telefonata fatta per chiedere davvero “come stai?”, del consiglio dato senza superbia, della battuta che alleggerisce, del silenzio che non imbarazza. Apparteneva a quel giornalismo in cui si poteva essere diretti senza essere brutali, colti senza essere vanitosi, severi senza essere disumani.
Ha lottato, dicono, come un leone. E davanti a questa frase ogni retorica dovrebbe tacere. Perché la malattia, quando arriva, non chiede permesso e non fa sconti. Strappa, umilia, mette alla prova i corpi e gli affetti. Ma ci sono uomini che anche nella sofferenza conservano una specie di dignità segreta. Non perché non abbiano paura. Solo gli sciocchi non hanno paura. Ma perché non lasciano che la paura diventi l’ultima parola.
La morte di Domenico Grillone lascia un vuoto privato e pubblico. Privato, perché nessuna parola potrà consolare davvero chi oggi lo chiama padre, amico, compagno di strada. Pubblico, perché una comunità perde uno dei suoi testimoni discreti. Uno di quelli che non facevano proclami sulla verità, ma provavano ogni giorno a servirla. Uno di quelli che non avevano bisogno di proclamarsi signori, perché lo erano nei gesti minimi: nel modo di salutare, di ascoltare, di correggere, di incoraggiare.
E allora non resta che questo: custodire ciò che ha lasciato. Non le frasi di circostanza, non i coccodrilli frettolosi, non l’emozione di un’ora. Custodire il suo esempio. Il suo garbo. La sua ironia sottile. La sua Calabria aperta al mondo. Il suo Brasile dell’anima. La sua idea di giornalismo come mestiere serio, umano, necessario.
Perché gli uomini come Mimì non chiedono monumenti. Chiedono memoria. E la memoria, quando è sincera, non è un mazzo di fiori deposto in fretta. È un impegno. È provare, da domani, a essere un po’ meno volgari, un po’ meno feroci, un po’ meno inutilmente rumorosi.
Domenico Grillone se n’è andato. Ma resta, in chi lo ha conosciuto, quella domanda silenziosa che fanno i morti migliori ai vivi peggiori: adesso, senza di me, saprete essere all’altezza?
Buon viaggio, Mimì.
Che la terra ti sia lieve. E che da qualche parte, tra una samba lontana e il vento dello Stretto, continui il tuo sorriso mite a ricordarci che la gentilezza non è debolezza. È civiltà.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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