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L’abbraccio che logora: perché il PD è diventato il partito che non sa più vincere

PD. Il partito che porta sfiga.

L'aritmetica dei consensi e il paradosso delle alleanze nella politica italiana

L’abbraccio che logora: perché il PD è diventato il partito che non sa più vincere

Dalla parabola del Movimento 5 Stelle ai continui cambi di segretario, la storia recente dimostra che chi si allea con i dem si condanna alla sconfitta. Più che il motore di una coalizione, oggi il Nazareno rischia di essere un peso morto per il centrosinistra.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Una regola, nella politica italiana, che nessuno osa scrivere ma che tutti, prima o poi, finiscono per imparare: chi si mette contro il Partito Democratico ha buone probabilità di vincere. Chi ci si allea, invece, comincia a fare i conti con la sconfitta.

Detta così pare una boutade da bar, una di quelle sentenze liquidate con una smorfia dai raffinati analisti del giorno dopo. Eppure la politica, prima ancora che ideologia, è aritmetica. Voti presi, voti persi. Consensi conquistati, consensi evaporati. E da tempo immemore il PD sembra avere smarrito il rapporto con la vittoria, conservando però intatta una straordinaria capacità: trascinare nel proprio destino chiunque accetti di sedersi al suo tavolo.

Il Movimento 5 Stelle lo aveva capito benissimo. Nacque e vinse contro il sistema, contro i partiti, contro la liturgia delle correnti e delle mediazioni. Vinse perché appariva alternativo, brutale, confuso forse, ma distinto. Poi arrivò il compromesso. Arrivò l’abbraccio con il PD. E quell’abbraccio, come spesso accade nella politica italiana, somigliò meno a un’alleanza che a una resa.

Il punto non è stabilire se il PD abbia torto su tutto. Sarebbe una sciocchezza. Il punto è più semplice e più crudele: il PD non è percepito come un partito vincente. Non lo è da anni. Forse non lo sarà mai più, almeno finché continuerà a scambiare la sopravvivenza per strategia, il compromesso per visione, la presunta superiorità morale e culturale per consenso popolare.

I suoi dirigenti cambiano linguaggio, slogan, segretari, alleanze. Ma il risultato resta spesso lo stesso: un partito che discute molto di come parlare al Paese e pochissimo del fatto che il Paese, semplicemente, non lo ascolta più.

Non è scaramanzia. Non è antipatia. Non è neppure propaganda. È la politica nella sua forma più nuda: quella dei risultati. E i risultati, a differenza delle dichiarazioni, non si correggono con una conferenza stampa.

Si può ignorare il segnale. Si può liquidarlo come populismo, come semplificazione, come cattiveria. Ma ignorare una realtà non la rende meno vera. La rende soltanto più pericolosa.

Perché nella politica italiana di oggi il PD non sembra più il motore di una coalizione. Sembra il suo peso morto. E chiunque decida di legarsi a quel peso dovrebbe almeno avere l’onestà di chiedersi se sta costruendo una vittoria o preparando, con largo anticipo, la prossima sconfitta.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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