Quando i genitori diventano figli
C’è una rivoluzione silenziosa che non scende in piazza, non rompe vetrine, non chiede microfoni. Accade dentro le case. Accade nei corridoi dove una madre cammina più piano, nelle cucine dove un padre domanda per la seconda volta la stessa cosa, nei telefoni che squillano a vuoto perché noi, sempre occupati, sempre inseguiti da qualche urgenza, abbiamo deciso che l’amore può aspettare.
E invece no. L’amore non aspetta. Invecchia.
Un giorno ci accorgiamo che i nostri genitori non sono più quella muraglia contro cui abbiamo sbattuto da ragazzi. Non sono più la voce che comandava, il passo che precedeva, la mano che correggeva. Diventano fragili. Diventano incerti. Diventano, in un modo quasi scandaloso, i nostri figli. Non per anagrafe, naturalmente. Ma per bisogno.
È una verità che ci offende, perché ci costringe a restituire ciò che abbiamo ricevuto. E noi, figli moderni, siamo spesso bravissimi a ricevere e scarsissimi a restituire. Abbiamo preso notti insonni, pane spezzato, sacrifici taciuti, vestiti comprati rinunciando a qualcosa, partenze benedette con il cuore rotto. Poi, quando arriva il conto, lo chiamiamo peso.
Peso? No. Chiamiamolo con il suo nome: debito d’amore.
La vecchiaia dei genitori è una domanda morale rivolta ai figli. Non chiede retorica, chiede presenza. Non chiede monumenti, chiede una telefonata. Non chiede discorsi solenni, chiede pazienza quando la stessa domanda ritorna due volte, tre volte, dieci volte. Chiede che la nostra voce non diventi aspra proprio quando la loro si fa più debole.
Abbiamo imparato a correre, ma non più ad accompagnare. Abbiamo imparato a comunicare con tutti, ma non sempre a parlare con chi ci ha insegnato le prime parole. Abbiamo mille contatti e poca memoria. Eppure basterebbe poco: chiamarli più spesso, andarli a trovare più spesso, sedersi accanto a loro senza guardare l’orologio come fosse un giudice.
C’è una crudeltà particolare nel dire: “Te l’ho già detto.” Forse sì, gliel’abbiamo già detto. Ma quante volte loro ci hanno ripetuto il nostro nome quando non sapevamo ancora pronunciarlo? Quante volte ci hanno rialzato dopo la stessa caduta? Quante volte hanno ascoltato le nostre paure infantili, ridicole e immense, senza farci sentire ridicoli?
La civiltà di una famiglia si misura lì: nel tono della voce quando l’altro diventa lento. Nel modo in cui si porge un bicchiere. Nel silenzio con cui si accompagna una mano tremante. Nella dolcezza concessa non perché avanzata, ma perché dovuta.
Un giorno il telefono smetterà di squillare. E allora non ci sarà più da sbuffare, da rimandare, da dire “domani”. Resterà solo quel silenzio definitivo che non accetta repliche. Resteranno le frasi non dette, le visite rinviate, le carezze trattenute per pudore o per fretta.
Per questo bisogna fare presto, ma senza correre. Bisogna tornare. Bisogna chiamare. Bisogna parlare con dolcezza finché si può.
Perché i genitori, quando diventano figli, non ci chiedono di essere eroi. Ci chiedono soltanto di ricordare chi siamo stati grazie a loro.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Quando i genitori diventano figli di Luigi Palamara C’è una rivoluzione silenziosa che non scende in piazza, non rompe vetrine, non chiede microfoni. Accade dentro le case. Accade nei corridoi dove una madre cammina più piano, nelle cucine dove un padre domanda per la seconda volta la stessa cosa, nei telefoni che squillano a vuoto perché noi, sempre occupati, sempre inseguiti da qualche urgenza, abbiamo deciso che l’amore può aspettare. E invece no. L’amore non aspetta. Invecchia. Un giorno ci accorgiamo che i nostri genitori non sono più quella muraglia contro cui abbiamo sbattuto da ragazzi. Non sono più la voce che comandava, il passo che precedeva, la mano che correggeva. Diventano fragili. Diventano incerti. Diventano, in un modo quasi scandaloso, i nostri figli. Non per anagrafe, naturalmente. Ma per bisogno. È una verità che ci offende, perché ci costringe a restituire ciò che abbiamo ricevuto. E noi, figli moderni, siamo spesso bravissimi a ricevere e scarsissimi a restituire. Abbiamo preso notti insonni, pane spezzato, sacrifici taciuti, vestiti comprati rinunciando a qualcosa, partenze benedette con il cuore rotto. Poi, quando arriva il conto, lo chiamiamo peso. Peso? No. Chiamiamolo con il suo nome: debito d’amore. La vecchiaia dei genitori è una domanda morale rivolta ai figli. Non chiede retorica, chiede presenza. Non chiede monumenti, chiede una telefonata. Non chiede discorsi solenni, chiede pazienza quando la stessa domanda ritorna due volte, tre volte, dieci volte. Chiede che la nostra voce non diventi aspra proprio quando la loro si fa più debole. Abbiamo imparato a correre, ma non più ad accompagnare. Abbiamo imparato a comunicare con tutti, ma non sempre a parlare con chi ci ha insegnato le prime parole. Abbiamo mille contatti e poca memoria. Eppure basterebbe poco: chiamarli più spesso, andarli a trovare più spesso, sedersi accanto a loro senza guardare l’orologio come fosse un giudice. C’è una crudeltà particolare nel dire: “Te l’ho già detto.” Forse sì, gliel’abbiamo già detto. Ma quante volte loro ci hanno ripetuto il nostro nome quando non sapevamo ancora pronunciarlo? Quante volte ci hanno rialzato dopo la stessa caduta? Quante volte hanno ascoltato le nostre paure infantili, ridicole e immense, senza farci sentire ridicoli? La civiltà di una famiglia si misura lì: nel tono della voce quando l’altro diventa lento. Nel modo in cui si porge un bicchiere. Nel silenzio con cui si accompagna una mano tremante. Nella dolcezza concessa non perché avanzata, ma perché dovuta. Un giorno il telefono smetterà di squillare. E allora non ci sarà più da sbuffare, da rimandare, da dire “domani”. Resterà solo quel silenzio definitivo che non accetta repliche. Resteranno le frasi non dette, le visite rinviate, le carezze trattenute per pudore o per fretta. Per questo bisogna fare presto, ma senza correre. Bisogna tornare. Bisogna chiamare. Bisogna parlare con dolcezza finché si può. Perché i genitori, quando diventano figli, non ci chiedono di essere eroi. Ci chiedono soltanto di ricordare chi siamo stati grazie a loro. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno #aspromonte #genitori #luigipalamara #giornalista #artista ♬ audio originale - Luigi Palamara
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