Chi nasce nel fango ci mette pure i mobili e le corna che ha.
Dai cornuti dell'insulto ai leoni da tastiera destinati a restare intrappolati nella propria melma morale: quando la luce della legalità si accende, il teatrino crolla e resta solo lo schifo e le corna di sua mamma e di sua sorella.
Editoriale satirico di Luigi Palamara
C’è gente che nasce nel fango e poi, invece di lavarsi, ci mette pure i mobili. Si sistema lì, comoda, tra melma, rancore e puzza morale, convinta che sporcare gli altri sia una forma di riscatto. Povera illusa. Il fango non nobilita: incolla. E chi lo maneggia tutto il giorno finisce per puzzare più della fogna da cui pretende di giudicare il mondo.
Il personaggio in questione appartiene a quella miserabile categoria umana che, non avendo né schiena né dignità, striscia. Non cammina: striscia. Non parla: sputa. Non argomenta: vomita. E quando prova a diffamare qualcuno, lo fa con quella grazia da scarafaggio ubriaco che attraversa la cucina pensando di essere Napoleone.
La sua grande tragedia non è ciò che dice. È ciò che rivela. Perché ogni parola gli cade addosso come una secchiata di liquame. Crede di sputtanare gli altri, ma riesce solo a certificare il proprio domicilio morale: una latrina senza finestre, dove l’aria è rancida e la coscienza è morta da tempo.
Questi piccoli professionisti della merda altrui hanno sempre la stessa illusione: pensano che basti infangare per vincere. Non capiscono che la merda, quando la lanci, prima devi tenerla in mano. E infatti le loro mani parlano. Parlano più delle loro menzogne, più delle loro insinuazioni, più delle loro vigliaccherie.
Ma arriva sempre il momento in cui il teatrino crolla. Le chiacchiere finiscono. Le allusioni evaporano. Le menzogne vengono pesate, catalogate, inchiodate. E allora il verme, che fino a ieri faceva il gradasso nel suo brodo di fogna, scopre una cosa semplice: la legge non ha bisogno di insultarlo. Le basta illuminarlo.
E quando la luce si accende, certi esseri non fanno più paura. Fanno schifo.
Uno schifo piccolo, appiccicoso, miserabile.
Uno schifo con le corna, la bava e il curriculum sporco di fango.
Alla fine, sarà servito per quello che è: non su un piatto d’argento, perché sarebbe uno spreco. Meglio su un coperchio di latta, recuperato dal bidone. Con contorno di melma, odore di fogna e quella faccia lì: la faccia di chi voleva sputare sentenze e si è ritrovato a masticare la propria merda.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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