L’Italia non supplica, semmai "s'è desta".
Il caso delle parole di Donald Trump contro Giorgia Meloni e la reazione di Roma: dal forfait di Tajani al richiamo di Mattarella
L’Italia non è la tappezzeria di nessuno
Il richiamo alla dignità nazionale dopo lo schiaffo politico della Casa Bianca: la diplomazia senza orgoglio diventa servilismo, ma le nazioni serie non chiedono l'elemosina della considerazione.
Una parola che, più di altre, misura la statura degli uomini di Stato: rispetto. Non simpatia, non amicizia, non convenienza diplomatica. Rispetto. Quello che si deve agli alleati, quello che si deve alle nazioni, quello che si deve a un popolo quando si parla del suo capo di governo.
Le parole attribuite al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non sono soltanto una scortesia personale. Sono uno schiaffo politico. E, come tutti gli schiaffi dati con leggerezza da chi crede di poterseli permettere, finiscono per rivelare più di chi li dà che di chi li riceve.
Dire che un capo di governo avrebbe “implorato” una fotografia, ridurre un incontro istituzionale a una posa da salotto, trasformare la diplomazia in una scenetta da avanspettacolo, significa non capire, o fingere di non capire, che dietro una persona c’è una nazione. E quella nazione si chiama Italia.
L’Italia può discutere i propri governi, può dividerli, criticarli, perfino detestarli. È il suo antico vizio e la sua antica libertà. Ma quando un leader straniero si permette di usare parole sprezzanti verso il Presidente del Consiglio italiano, allora la questione non appartiene più alla destra, alla sinistra, ai partiti o ai tifosi del giorno. Appartiene alla dignità nazionale.
Giorgia Meloni ha risposto con una frase che vale più di cento comunicati: “Io e l’Italia non imploriamo mai.” È una frase semplice, ma contiene una linea di confine. Da una parte c’è l’alleanza, dall’altra la sudditanza. Da una parte c’è l’amicizia tra Stati, dall’altra il servilismo. E l’Italia, quando ricorda di essere Italia, non ha bisogno di inchinarsi davanti a nessuno.
Ha fatto bene Antonio Tajani ad annullare la visita negli Stati Uniti. Non perché la diplomazia debba trasformarsi in teatro dell’offesa permanente, ma perché la diplomazia senza orgoglio diventa arredamento. E noi non siamo l’arredamento di nessuno. Non siamo la tappezzeria mediterranea della Casa Bianca. Non siamo il Paese da blandire quando serve e umiliare quando conviene.
L’America resta un alleato fondamentale. Ma proprio agli alleati si parla con franchezza. Non con sarcasmo da club privato, non con battute da padrone di casa annoiato, non con quel tono da proprietario del mondo che ogni tanto riemerge in chi confonde la forza con l’arroganza.
La solidarietà del Presidente Sergio Mattarella alla premier, in questo senso, non è un gesto formale. È il richiamo della Repubblica alla misura. Alla compostezza. Alla consapevolezza che la dignità istituzionale non è un ornamento, ma una frontiera.
Donald Trump può piacere o non piacere. Meloni può piacere o non piacere. Ma l’Italia non è una comparsa. Non lo era ieri, non lo è oggi, non lo sarà domani. E quando qualcuno, da qualunque capitale del mondo, pretende di raccontarla come una postulante in fila per una fotografia, bisogna rispondere senza isteria ma senza tremore.
Perché le nazioni serie non supplicano.
Stringono mani, firmano accordi, rispettano gli alleati.
Ma non chiedono l’elemosina della considerazione.
E se qualcuno lo dimentica, è bene ricordarglielo subito. Con educazione, certo. Ma anche con quella durezza che a volte è l’unica lingua capita dagli arroganti.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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