Sessantacinque
Ieri, 18 giugno 2026, ho compiuto sessantacinque anni.
Un’età che non si confessa più con leggerezza, ma che non si nasconde senza vigliaccheria. Sessantacinque anni sono una frontiera: abbastanza per aver visto molte illusioni cadere, non abbastanza per smettere di indignarsi, di amare, di combattere.
È stato un giorno pieno. Pieno di affetto, di parole, di messaggi, di auguri. Migliaia. E non lo dico per vanità, anche se un po’ di orgoglio, a quest’età, ce lo si può concedere. Lo dico perché in un tempo in cui tutto passa, scorre, si consuma e si dimentica, essere ricordati è già un privilegio. Essere ricordati con affetto è una grazia.
Mi avete scritto in tanti. Amici, conoscenti, persone incontrate una volta sola, compagni di strada, lettori, fratelli di vita. Ognuno con una parola, un pensiero, un segno. E ciascuno di quei segni mi ha detto una cosa semplice e tremenda: non siamo mai davvero soli, finché qualcuno si prende il tempo di dirci “ci sei”.
Sessantacinque anni non sono un traguardo. Sono una resa dei conti. Con ciò che si è fatto, con ciò che si è sbagliato, con ciò che si è avuto il coraggio di difendere e con ciò che, invece, si è lasciato andare. Ma ieri, per un giorno, il bilancio lo avete scritto voi. Con la vostra generosità.
E allora grazie. Grazie davvero, di cuore. A tutti.
Perché gli anni passano, certo. Ma l’affetto resta. E quando arriva così, a migliaia, non invecchia: ringiovanisce.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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