IL CASO LA7. Lo scontro in diretta tra Giorgio Dell’Arti e Susanna Ceccardi riaccende il dibattito sul linguaggio nei talk show
Il diritto di mandarsi al diavolo e la miseria del dibattito pubblico
Il vaffanculo televisivo non è un delitto morale né un atto di coraggio: è lo specchio di una politica ridotta a teatrino dove, tra finte indignazioni e urla, l'unica a vincere è la povertà del confronto.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Esiste un’Italia che si scandalizza solo quando le conviene. Un’Italia che scopre il galateo nei talk show dopo averlo seppellito per trent’anni sotto tonnellate di urla, insulti, interruzioni e sorrisetti televisivi. Così accade che Giorgio Dell’Arti, giornalista di lungo corso, mandi a quel paese in diretta l’eurodeputata Susanna Ceccardi durante Coffee Break su La7, e subito si apra il solito tribunale nazionale: maschilismo? Maleducazione? Libertà d’espressione? Decadenza civile?
Forse tutto insieme. Forse niente di tutto questo.
Un uomo che manda a quel paese una donna non è automaticamente il simbolo del patriarcato. Un giornalista che manda a quel paese un’eurodeputata non diventa automaticamente un eroe della libertà. È semplicemente un uomo che, in televisione, perde la misura. E questo, in un Paese serio, basterebbe per dire: brutto episodio, pessimo stile, punto.
Ma noi non siamo un Paese serio. Siamo un Paese che deve trasformare ogni gesto in una guerra santa.
Da una parte quelli che gridano allo scandalo, come se la politica fosse ancora un salotto di velluto e porcellane. Dall’altra quelli che minimizzano tutto, perché “in fondo non è successo niente”. E invece qualcosa è successo: non un reato, non un dramma, non una tragedia nazionale. È successo che il linguaggio pubblico ha mostrato ancora una volta la sua miseria.
Mandare qualcuno al diavolo non è reato. E forse non dovrebbe essere trattato come un delitto morale diverso a seconda del sesso di chi riceve l’insulto. Se siamo davvero uguali, lo siamo anche quando veniamo mandati a quel paese. L’offesa non cambia natura perché il destinatario porta una gonna, una fascia, una carica o un titolo europeo.
Ma attenzione: l’uguaglianza non assolve la volgarità. La libertà di dire una cosa non rende quella cosa intelligente. E il diritto di insultare non trasforma l’insulto in coraggio.
La verità è che la politica, italiana ed europea, è diventata un teatro di ombre. Ognuno recita la sua parte: il provocatore, l’indignato, il censore, il martire, il tribuno. E il pubblico applaude non perché capisca, ma perché riconosce il copione. Si litiga, si urla, ci si offende, poi si passa alla pubblicità. Il giorno dopo, altro giro, altra indignazione.
Il punto non è stabilire se Dell’Arti potesse mandare a quel paese Ceccardi. Certo che poteva. La libertà comprende anche le parole sgradevoli. Il punto è domandarsi che cosa resti del confronto pubblico quando l’argomento finisce e comincia il vaffanculo.
Perché il vaffanculo, talvolta, è liberatorio. Talvolta è necessario. Talvolta è persino più onesto di mille frasi diplomatiche. Ma quando diventa l’unica lingua comune, allora non è più libertà: è povertà.
E questa povertà, oggi, è la vera vincitrice del dibattito politico.
Non Dell’Arti. Non Ceccardi. Non La7.
Ha vinto il teatrino.
E noi, seduti in platea, continuiamo a pagare il biglietto.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara IL CASO LA7. Lo scontro in diretta tra Giorgio Dell’Arti e Susanna Ceccardi riaccende il dibattito sul linguaggio nei talk show Il diritto di mandarsi al diavolo e la miseria del dibattito pubblico Il vaffanculo televisivo non è un delitto morale né un atto di coraggio: è lo specchio di una politica ridotta a teatrino dove, tra finte indignazioni e urla, l'unica a vincere è la povertà del confronto. L'Editoriale di Luigi Palamara Esiste un’Italia che si scandalizza solo quando le conviene. Un’Italia che scopre il galateo nei talk show dopo averlo seppellito per trent’anni sotto tonnellate di urla, insulti, interruzioni e sorrisetti televisivi. Così accade che Giorgio Dell’Arti, giornalista di lungo corso, mandi a quel paese in diretta l’eurodeputata Susanna Ceccardi durante Coffee Break su La7, e subito si apra il solito tribunale nazionale: maschilismo? Maleducazione? Libertà d’espressione? Decadenza civile? Forse tutto insieme. Forse niente di tutto questo. Un uomo che manda a quel paese una donna non è automaticamente il simbolo del patriarcato. Un giornalista che manda a quel paese un’eurodeputata non diventa automaticamente un eroe della libertà. È semplicemente un uomo che, in televisione, perde la misura. E questo, in un Paese serio, basterebbe per dire: brutto episodio, pessimo stile, punto. Ma noi non siamo un Paese serio. Siamo un Paese che deve trasformare ogni gesto in una guerra santa. Da una parte quelli che gridano allo scandalo, come se la politica fosse ancora un salotto di velluto e porcellane. Dall’altra quelli che minimizzano tutto, perché “in fondo non è successo niente”. E invece qualcosa è successo: non un reato, non un dramma, non una tragedia nazionale. È successo che il linguaggio pubblico ha mostrato ancora una volta la sua miseria. Mandare qualcuno al diavolo non è reato. E forse non dovrebbe essere trattato come un delitto morale diverso a seconda del sesso di chi riceve l’insulto. Se siamo davvero uguali, lo siamo anche quando veniamo mandati a quel paese. L’offesa non cambia natura perché il destinatario porta una gonna, una fascia, una carica o un titolo europeo. Ma attenzione: l’uguaglianza non assolve la volgarità. La libertà di dire una cosa non rende quella cosa intelligente. E il diritto di insultare non trasforma l’insulto in coraggio. La verità è che la politica, italiana ed europea, è diventata un teatro di ombre. Ognuno recita la sua parte: il provocatore, l’indignato, il censore, il martire, il tribuno. E il pubblico applaude non perché capisca, ma perché riconosce il copione. Si litiga, si urla, ci si offende, poi si passa alla pubblicità. Il giorno dopo, altro giro, altra indignazione. Il punto non è stabilire se Dell’Arti potesse mandare a quel paese Ceccardi. Certo che poteva. La libertà comprende anche le parole sgradevoli. Il punto è domandarsi che cosa resti del confronto pubblico quando l’argomento finisce e comincia il vaffanculo. Perché il vaffanculo, talvolta, è liberatorio. Talvolta è necessario. Talvolta è persino più onesto di mille frasi diplomatiche. Ma quando diventa l’unica lingua comune, allora non è più libertà: è povertà. E questa povertà, oggi, è la vera vincitrice del dibattito politico. Non Dell’Arti. Non Ceccardi. Non La7. Ha vinto il teatrino. E noi, seduti in platea, continuiamo a pagare il biglietto. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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